Alluntanato è 'l sole, e noi qui manchi
del suo bel raggio (fan piú giorni) lassa.
Io, pur spiando s'altri quindi passa,
spesso alzo gli occhi, di mirar giá stanchi!
I' dico, s'alcun passa, che rifranchi
noi d'esta valle del suo lume cassa,
narrando il suo ritorno; ma trapassa
con speme l'anno, e morte abbiamo ai fianchi.[231]
Sleguasi 'l tempo né pur anco appare
chi dica: — Annuncio a voi grande allegrezza:
ecco torna colei che 'l mondo abbella! —
Lasso! non so che piú mi speri, ché ella
per su que' monti con Diana, pare,
va solacciando e noi qui giú non prezza.

LIMERNO

In quelle parti, ove di poggio in valle,
di valle in poggio va scherzando aprile,
madonna or giace e in atto signorile
sovente in l'erbe pon su' fior le spalle.
Zefiro intorno baldamente válle
spirando in quella faccia, in quel gentile[232]
sino d'avorio schietto, e chiama vile
di Borea l'Orizia e biasmo dálle.
Talor ella si parte al loco, dove
giá di sua Laura sí altamente disse
colui che 'n rime dir ha 'l piú bel vanto.
Quivi s'inchina umíle al sasso e move
a l'ossa ch'entro stanno un dolce pianto,
ch'Amor sul marmo di sua man poi scrisse.

LIMERNO

Quando 'l tempo, madonna, a noi sí parco,
dramma di sé concedami talora
di vosco ragionar, i' grido allora:
— Dolci fiamme d'amore, dolce l'arco! —
Ma quando invidia le piú fiate il varco
mi serra ai lumi, ove convien ch'io mora,
vo richiamando mille volte l'ora:
non è amarezza a l'amoroso incarco!
Qui poi la fede, che di par col sole[233]
certar solea, s'annebbia di sospetto,
fulgura il sdegno e zelosia tempesta.
Però scusar si deve se, d'un petto
scacciato 'l cor dal vermo che l'infesta,
non giá d'invidia ma d'amor si dole.

LIMERNO

Invido ciel che tante stelle e tante
in grembo hai sempre e di lor vista godi,
a che per cento vie, per cento modi,[234]
la mia levar contendi a me davante?
N'hai mille e mille di splendor prestante,
e pien d'invidia pur t'affanni e rodi!
Per cui? sol per colei che, acciò mie lodi
sianle piú belle, starmi degna innante.
Bastar ti deve il tuo, lascia 'l sol mio,
che 'nfiamme i spirti e sopra sé l'innalzi,
come 'l tuo nutre i corpi, l'erbe, i fonti.
Ma 'l mio perché piú bello, in tal desio
rancor ti sferza, che ne trai de' calzi,
e 'n su le cime tue vòi ch'egli monti.


LAMENTO DI BELLEZZA

I o tratto a l'ombra d'un gentil boschetto
V idi, giacendo su la piaggia erbosa,
S tarsi donna solinga e penserosa,
T urbata in vista, col mento sul petto.
I n tal vaghezza stava, ch'ivi intorno
N é fu pianta né augel che non movesse
A lei mirar e seco ne piangesse.