I' mi le appresso e per veder m'abbasso.
V idila troppo, aimè! ché, alzando il viso,
S i mi scoperse in lei tal paradiso,
T al, dico, che mi fece d'uom un sasso.
I n me si volse e disse: — Fa' ritorno,
N é star qui meco ove star sola deggio
A pianger quel che, tarda, in me correggio.
I l dolo amar che piú sempre si acerba
V ien d'alterigia molta e troppo orgoglio;[235]
S on bella, come vedi, e mi raccoglio
T utta sovente in donna, ma soperba
I nalzo lei cosí, che 'n questo scorno
N e son rimasta, onde l'alta bontade
A ma suppor l'orgoglio ad umiltade.
I n queste bande su dal primo cielo
V ols'egli in scherno mio, ch'un'alma stella
S cendesse umile assai di me piú bella.
T ant'ella è piú gentil quant'ha piú 'l velo
I n cerco de ligustri e rose adorno.
N acque non per mostrar quant'è bellezza,
A nzi, benché sia bella, lei disprezza.
I o son (perché ti miro star sospeso)
V ana beltá, ch'orno di gigli e rose[236]
S ol de le donne i volti, ma ritrose
T utte le faccio e di cuore scorteso
I n lor amanti, cui di giorno in giorno
N udrendo van di speme, e mai non giunge
A lor il patto, ma si fa piú lunge.
I n questo l'alto padre piú adirato
V er' me ch'abbello i visi e i cuor inaspro
S culpendo lor di porfido e diaspro,
T olse 'l bel spirto e l'ebbe incatenato
I n quelle belle membra ove soggiorno.
N on fa soperbia mai, non schivo sdegno,
A nzi è d'alte virtudi un vaso pregno.
I l nome suo dal ciel in terra stette.
V olendolo saper, fa' che misure,
S cendendo d'alto, le maggior figure:
T re volte e quattro il trovarai di sette
I n sette versi. — Allor indi mi torno,
N é possio piú di lei dolermi fina
A tanto che sei nosco, alma divina!
CENTRO DI QUESTO CAOS, DETTO «LABERINTO»
CLIO
Qual gode in carne perché in carne viva
e, in terra stando, l'animo da terra
non leva al ciel (onde si parte) unquanco,
colui d'umana spezie, in cui si serra
l'alta ragione, ad or ad or si priva,
sí come di candela il lume stanco
vedesi, giunto al verde, venir manco.
Di che, giá spento, non che morto, il sole
de la giustizia, resta cieco e palpa
la circonfusa nebbia e, come talpa
sotterra errando, uscir né sa né vole;
tanto che 'l miser sòle
un nuvol d'ignoranzia farsi tale[237]
che mai del ciel non sa trovar le scale.
Se mi deggia pensar o in terra dentro
o sotto 'l ciel, fra terra e l'aer puro,
esser in pene stabil altro inferno
d'un core ne' peccati antico e duro,
non so, sássel pur Dio! Mi par un centro,
l'abito nel mal far, di foco eterno;
quando che né d'estade né di verno
forza veruna o sia losinga d'uomo
(questo sperar dal cielo sol si debbe!)
quell'infelice misero potrebbe
indi ritrarlo piú di bestia indomo.
Però tal vizio nomo
l'orribil ombre del Caós deforme,
cui sempre a morte in grembo un'alma dorme.