Io canto sotto l'ombra del bel lauro
che pose il gran Petrarca in tanta altura,
lo qual, mercé d'Amore, mentre dura
il ciel, terrá la chiave del tesauro.
Nel mese quando 'l sole si alza in Tauro
ed empie il monte e 'l piano de verdura,
nacque una bella e saggia creatura,
che riconduce a noi l'etá de l'auro.
Cantar vorrei sue lodi, o fresche linfe:
linfe fresche di Cirra, or dati bere
a chi dicer d'un Febo novo brama!
Girolamo sol dico, in cui non spere
piú di me affaticar altrui le ninfe,
ché piú di me, so bene, altrui non l'ama.
LIMERNO
H or che per prova, Amor, t'intesi a pieno
I n fiamme ove giá n'alsi e 'n ghiaccio n'arsi,
E cco mi tieni d'altro dol a freno.
R egnar di se medemo e suo giá farsi
O h chi potrá giammai sotto 'l tuo giovo?
N iun, o se pur gli è, non sa trovarsi.
I o quella via, quest'altra cerco e provo,
M a che mi val? tu mi travolvi e giri
A l'aspro tuo voler, né schermo i' trovo.
D iluntanarmi volsi e placar Tiri
(I ri tant'empie!) di te, fier tiranno,
E nulla feci, ché piú in me t'adiri:
D i maggior pene, onde maggior è 'l danno,
A mor, mi sproni e fai il tuo costume.
H aggia chi piú s'allunga piú d'affanno.
I o piansi giá molt'anni sotto 'l nume
E rrando d'una ninfa, onde, per pace
R ecarmi, mi privai del suo bel lume.
O h qual mi crebbe ardente e cruda face
N el petto allor che gli occhi, anzi due stelle,
I o non piú vidi, e 'l raggio lor mi sface!
M i sface il raggio lor; e pur senz'elle
I' non vivrei giammai, perché non pinse
M ai Zeusi un sí bel volto o 'ntagliò Apelle.
E cco, donna, il martír, ch'al cor s'avvinse:
R itrassimi da voi, ma non lo volle
C olui che 'n me sovente ragion vinse.
A dunque per gir lunge non si tolle
T anta mia passion, ch'ebbi giá inante;
E questo avvien ché 'l mal è in le medolle.
L untan il corpo mi portâr le piante,
L untan il cor non giá, perché vel diede
I n su l'aurata punta il vostro amante.
D iedel a voi, ch'avesse ad esser sede
I mmobile perpetua d'esso, e voi
V i 'l toglieste per cambio, data fede
A l'un e l'altro sempre esser fra doi.
TRIPERUNO E LIMERNO
Triperuno. Nel vero, caro mio maestro, non sono giammai tanto fastidito ed annoiato che, udendo voi e l'aurea vostra lira insieme cantare, non subitamente mi racconsoli.
Limerno. Ed io credevami tanto da la turba e volgo entro questa selva luntanato essere che niuno, se non le querze ed[246] olmi, avessero ad ascoltare.