— G alanta mia — dicea l'imperatrice —
A lza la fronte e mira il novo amante! —
L evò la vista, dunque, ove si elice
E cco una fiamma ed ove un cieco infante,
R accolto l'arco e la saetta, altrice
A hi! di quanti martiri, lo diamante
T rito mi ruppe al petto e quindi svelse
I l cor giá fatto de' sospiri al vento
S tridente face e d'acque un fiume lento.

O h quante da quell'ora incomenciaro
P ene, tormenti, affanni, sdegni ed ire,
T ravagli, doglie, angoscie e zelosie!
A rsi, alsi di ghiaccio e fiamme dire,
T al che 'l dolce al fin divenne amaro.

I mperò ch'una Laura sozza e lorda,
N efanda, incantatrice, invidiosa
E ra del nostro amor la lima sorda.
S orda lima costei fu senza posa,
S enza quiete mai, del dolce nodo,
E bra sol di spuntar col chiodo il chiodo.[243]

T ant'ella fece, ch'io nel fin m'accorsi
O mbrosa esser cotesta ria cavalla.
G alanta ne ridea, donde piú acerba,
I niqua piú, ne venne ai duri morsi,
S í ch'io le scrissi questo in una querza:

TRIPERUNO

Sléguati in polve, fulminando Giove,
o tu, che, sozza tanto, lorda e vieta,
lo nome hai di colei che 'l gran pianeta
mosse da prima ad altre imprese e nòve!
Fogo dal ciel giammai non casca dove
natura strinse l'onorata meta
del sempre verde lauro, che non vieta
ulla stagion far le sue antiche prove.
Ma Dio tal legge in te servar non deve,
ché hai sol il nome e non di Laura i gesti:
sei di carbone e credi esser di neve.
Pur meglio, acciò 'l bel lauro non s'incesti,
quel «v», che 'l terzo seggio vi riceve,[244]
tolgasi 'l quarto, acciò che «larva» resti.[245]


DIALOGO SECONDO

LIMERNO, TRIPERUNO E FÚLICA

LIMERNO