Triperuno. Forse che non sa ella ancora chi sia lo autore?

Limerno. Tu sei pazzo persuadendoti una malefica non sapere quello che a tutta la corte giá divolgato leggesi.

Triperuno. Lasso! ch'io me ne doglio.

Limerno. Tu vi dovevi piú per tempo considerare e prenderne[248] da me consiglio.

Triperuno. Non l'ho fatto, in mia malora!

Limerno. Se tu sapessi la importanza di questo scrivere e lo mandar cosí facilmente a luce le cose sue, vi averessi meglio pensato; ché pagarei un tesoro di Tiberio, non mai ne gli occhi de tanti valentuomini una mia operetta scoperta si fusse.

Triperuno. Come farò io dunque, misero me? ch'io debbia un asino devenire?

Limerno. Or va' piú animosamente! tu giá sei vòlto in fuga, e niuno ti caccia: non ti partirai da me se non bene consigliato e consolato. Ma pregoti, Triperuno mio, non t'incresca sotto l'ombra di quel platano corcarti, fin che io faccia la prova di alquanti versi con la cetra, da essere in questa sera da me recitati avanti la regina; e veramente assai averò che fare, se li quattro sonetti da lei richiesti aggradirla potranno.

Triperuno. Questo tal comporre a l'altrui petizione difficilmente può sodisfare a coloro li quali non vi hanno parte alcuna. Ma ditemi, prego, avanti che da voi mi parta, lo soggetto de' quattro sonetti.

Limerno. Dirottilo ispeditamente. Giá la signora non è cagione propria di questi: ma heri Giuberto e Focilla, Falcone e Mirtella mi condussero in una camera secretamente, ove, trovati ch'ebbeno le carte lusorie de trionfi, quelli a sorte fra loro si divisero; e vòlto a me, ciascuno di loro la sorte propria de li toccati trionfi mi espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi.