Triperuno. Con cui parlate, maestro? ove trovasi questo Stúnica?
Fúlica. Volse egli dirmi Fúlica.
Limerno. O sia Fúlica o Stúnica, vorrei da Vostra Santitade una grazia.
Fúlica. E dua, potendo.
Limerno. Non mi vogliate piú oltra imbalordire lo debol cervello con queste vostre filosofie. A che tanti Platoni, Aristotili e asini? voi potreste cosí con le mura ragionare!
Triperuno. Anzi vorrei, caro mio maestro, che vi piacesse di ascoltarlo. Ma facciamone qualche poco di pausa.
Limerno. Ditemi, prego, santo Fúlica: foste giammai di alcuna bella donna innamorato?
Fúlica. Io fui e sono innamorato per certo.[259]
Limerno. Oh Sia lodato il Dio d'amore, che piú oltra non verrò necato di parole al vento gittate! Voglio che 'n questa mia cetra cantiamo tutti noi tre successivamente qualche amoroso canto, come piú al suo particolar soggetto ciascuno de noi aggradirá. Io dunque sarò, piacendovi, lo primiero e cantarovvi di mia diva la summa cortesia, la quale dignossi mandarmi un bianchissimo panno di lino, lo quale, dapoi lungo sudore nel danzare preso, mi avesse a sciugare le membra.
«Bruggia la terra il lino col suo seme»,[260]
disse cantando il mantoan Omero.
Perché un verso non gionse a dir piú intiero?
Del lin cosa non è ch'un cor piú creme!
Quel lino, che le man vostre medeme
dopo il grato sudor, donna, mi diero,
tessuto l'ha (chi 'l nega?) il crudo arciero:
tanto m'incende l'ossa e 'l cor mi preme!
Vi lo rimando. Ahi! rimandar non posso
l'ardor però, ch'ogni or sta 'n le medolle,
né umor di pianto v'ha che giú mil lave!
Ma prego Amor, sí come incender volle
tutte le mie, che almanco roda un osso
in voi, o di mia vita ferma chiave!