Piacquevi cotesto bel soggetto, o padre eremita?

Fúlica. Molto aggradisce l'umana generazione questa vocale musica.

Limerno. Or segui, Triperuno.

Triperuno. Dirò io alquante parole d'un oroglio di vetro, con lo quale mediantovi una tritissima rena si misura d'ora in ora lo tempo.

Pensarsi non sapea piú agevolmente
cosa che d'uman stato avesse imago
d'un fragil vetro in vista cosí vago,
che libra il tempo a polve giustamente.
Vedi le trite rene come lente
filan e' giorni pel foro d'un ago,
e fan col fiume or quello or questo lago
in doi grembi, s'altrui volge sovente!
Ma cotal opra tosto va in conquasso,[261]
se avvien che fra doi vetri a la giuntura
quel debil filo e cera si dissolve.
O forsennato, chi d'aver procura
in terra stato, sendo un vetro al sasso,
al foco molle cera, al vento polve!

Fúlica. Assai piú lo discipolo mi piace che lo maestro, e particolarmente la fine di questo tuo morale sonetto, Triperuno mio dilettissimo; ed annunzioti che in breve cangiarai vita e costumi in assai megliore stato.

Triperuno. Io non son tale che mai puotessi adeguare l'alto ingegno del mio maestro. Ma tóccavi, padre, la volta vostra.

FÚLICA

Nacque di fiera in luogo alpestro ed ermo,
ed ebbe co' le man il cor d'incude
(ove dí e notte giá molt'anni sude
far a l'inopia il pover labro schermo),
qualunque al pio Iesú giá stanco, infermo
a l'onte, ai scherni, a le percosse crude,
sofferse in croce le sue membra nude
al segno trar per darvi un chiodo fermo.
Quinci una mano, quindi affisse l'altra
ed ambo e' piedi al smisurato trave;
né vinse lui quel mansueto aspetto.
Ma questo avvien, ché in prava mente e scaltra
e che di sangue uman sempre si lave,
non cape amor né alcun pietoso affetto.

Limerno. Non altramente sperava io dover avvenire di questo ipocrita e torto collo, e degno da esser nominato (se lo capo raso vien bene considerato) «cavallero de la gatta». Mal abbia chi giammai ti mise quello bardocucullo al dosso, frate del diavolo!