PREFAZIONE
Lo animale ragionevole, lo quale per vivere o soperstizioso o lascivamente, ovvero che per falsa dottrina avvezzato e abituato non piú sente lo errore suo, ma cieco ed oblivioso nel grembo de la regina de' peccati e difetti, che è la ignoranzia, sede e dorme, costui non pur di bestia peggiore, ma un'ombra, anzi uno niente si pò chiamare, come quello che non ode, non sente, non vede, non tocca piú di se stesso lo essere. Or dunque trovasi egli nel Caos, e a lui non è fatto ancora il mondo: dilché per divina pietade apparegli una fiammella d'intelletto, e cosí a poco a poco entra egli in cognizione di queste cose per lui da Dio criate e talmente vi affigge il core, che distinguendo e scegliendo va lo smisurato beneficio da Dio a lui dato. Ma non troppo egli vien poi rassicurato da questa nostra umana e corrotta natura, che non caschi o poscia egli cadere in alterigia, vedendosi essere di tante belle cose tiranno. Però l'anima, d'ogni macchia purgata, è nello stato che giá fu Adam (intendendosi questo allegoricamente) avanti lo gustato pomo: la natura gli è ancora incorrotta; non vi è lo tempo, non vi è la morte. Vero è che nel paradiso terrestre de la purgata conscienzia potrebbe ella facilmente con lo arbore del libero arbitrio fallire: o sia nel tornare a la soperstiziosa vita lasciando lo vangelo, secondo Livia; o sia per lo tribuire a soi istessi meriti la acquistata grazia, secondo Corona; o sia nel voler comprendere e diffinire la incomprensibil ed infinita potenzia di Dio, dando opera al studio de li nostri moderni teologi infruttuosamente per noi affaticati, secondo Paola.
TRIPERUNO
Quel spaventevol mar, che a' naviganti[266]
promette l'Epicuro sí soave,
solcai gran tempo in feste, gioie e canti,
fin che la gola, il sonno e l'ozio m'ave
travolto in bande ove d'acerbi pianti
nel scoglio si fiaccò mia debol nave,
che aperse a l'acque il fondo ed ogni sponda
e 'n preda mi lasciò de' pesci a l'onda.
E l'ignoranzia d'ogni ben nemica,
tosto che 'n grembo a morte andar mi vide,[267]
corsevi come donna ch'impudica
con vista t'ama e col pensier t'ancide.
Quindi svelto mi trasse ove s'intrica
nostr'intelletto in quel sogno, ch'asside
fra le sirene, e dormevi egli in guisa,
che sua spezie da sé resta divisa.
Vago mi parve sí l'aspetto loro,[268]
che froda in tal sembianza non pensai;
ma ciò che splende poi non esser oro
tardo conobbi e subito provai.
Un d'angeliche voci eletto coro
entrato esser mi parve, e poi mirai
cangiarsi e' bianchi volti in sozze larve,
e il lor concento in stridi ed urli sparve.
Ed una nebbia orribile, che adombra
la ragion, lo 'ntelletto e l'altro lume,
m'avea offoscato sí ch'inutil ombra
io mi trovai for d'ogni uman costume
e in stato di color cui sempre ingombra
la dolce sete a l'oblioso fiume;
ché, come egli son vani e fatti nulla,
tal vien chi in ignoranzia si trastulla.
D'onde s'ardisco dire che 'n niente
m'avea travolto la regina cieca,
taccia chi 'n l'altrui fama sempre ha 'l dente
né dica il mio cantar favola greca.
Ma Dio, com'era fece a me, sua mente
svella dal stesso nuvol che l'accieca
e scotalo dal sonno (ah troppo interno!)
che puoco fummi ad esser pianto eterno.
Però ti rendo mille grazie, e lodo,
lodar quanto può mai potèsta umana,
te, dolce mio Iesú; te, fermo chiodo
de l'alta fede ch'ogni dubbio spiana;
te, dico, che disciolto m'hai quel nodo
il qual ci lega e fanne cosa vana;
te, sommo autor di tal' e tante cose,
che 'l suo tesor per noi lá suso ascose.[269]