Né lingua voci né 'ntelletto sensi
muova giammai senza 'l tuo nome sacro,
nome, che sempre, o canti o scriva e pensi,
spero pietoso e temo giusto ed acro,
Iesú, te dunque invoco per l'immensi
chiodi amorosi, ch'alto simulacro
t'han fatto in terra al popolo cristiano!
Or mentr'io scrivo scorgimi la mano;
scorgi la man non piú cruda, rapace,
non piú del mondo posta in servitute;
la man che particella, se 'l ti piace,
scriver desia de l'alta tua vertute,
la quale d'ogni senso uman capace
mi ricondusse al poggio di salute,
e nel tuo nome pareggiar vorria
mio basso stile un'alta fantasia.
TRIPERUNO
Il grave sonno, in cui m'era sepolto[270]
quanto di bono vien dal primo cielo,
ruppemi orrendo grido, qual in molto
scoppio far sòle il fulgurante telo.
Apro le ciglia e, quando ebbi distolto
da' sensi un puoco l'importuno velo,
dritto m'innalzo, guato e nulla veggio,
perch'era il mondo ancora d'ombre un seggio.
Anzi né ciel né terra né 'l mar era,
né averli mai veduto mi sovvenne;
non verno, estate, autunno, primavera,
non animai de' peli, squamme o penne;
non selve, monti, fiumi, non minera
d'alcun metallo; non veli né antenne,
mercé ch'era del Caos in la massa
d'ogni ombra piena e d'ogni lume cassa.
Né piú sapea di me stesso, né manco
di chi vaneggia in forza di gran febre,[271]
star o insensibil pietra o trar del fianco,
aver maschile o sesso muliebre,
esser o verde o secco o negro o bianco:
sí m'eran folte intorno le tenèbre!
Pur sempre non vi stetti, ma ecco d'alto
un sol m'apparve, onde ne godo e salto.
Perché, sí come il pullo dentro l'uovo,
bramando indi migrar, si fa fenestra
col becco donde v'entra il raggio nuovo,
e poscia da le spoglie si sequestra;
tal io, mentre me stesso in l'ombre covo,
luce spontar mi vidi a la man destra,
ch'empí la notte, onde ratto m'avvento
lá col desio che 'l corso far sòl lento.
Inusitato e subito conforto
ardir m'offerse al cuor ed ale al piede.
Lungo un sentier de gli altri men distorto
affretto i passi ovunque l'occhio il vede.
Oh avventurosa fuga, che a buon porto
giunger mi fece d'un tal pregio erede!
Ben duolmi che, narrarvi ciò volendo
mentre son carne, in van mie rime spendo!
Di luce un gioven cinto, anzi un'aurora,[272]
ch'appare spesso a l'alma cieca e frale,
ecco si mi presenta e mi 'ncolora
col viso piú che 'l sol di luce eguale.
Onesto e lieto sguardo, che 'namora
ogni aspro e rozzo core, onde immortale
so ben che a tal beltá l'avrei pensato,
se allor io fussi, quel ch'oggi son, stato!
Que' soi begli occhi ch'abbellâr il bello,
quanto su ne risplende e giuso nasce,
raccolsi a la mia vista, e fui da quello
non men depinto che quando rinasce[273]
Proserpina in obietto del fratello
e de' soi rai, benché luntan, si pasce.
Né il lume pur, ma un amoroso ardore
sentiva entrarmi dolcemente al core.