Pur come avvenne a Piero, in sua presenzia
la vista persi, il senno e le ginocchia.
Chi sopra uman valor si fa violenzia
portar tal peso, vinto s'inginocchia.
Veggendomi egli a terra, di clemenzia
pingesi 'l volto e con pianto m'adocchia:
poi, sollevando i lumi al ciel, tal voce
muosse, ch'anco m'abbruggia e mai non cuoce.

FIGLIO AL PADRE

O tu, che 'ntendi te, te, qual son io,[274]
quant'alto sei, quant'eccellente e saggio,
lo qual in nulla cosa mai non manchi,
sublime sí, che sotto e sopra quello
che sei pensar non puossi, e quest'è 'l mio
non mai dal lume tuo smembrato raggio,
io non di te né tu di me ti stanchi
mirar quanto ti sia e mi sii bello;
né quel spirito snello
e fuogo che fra noi sempre s'avvampa
ed or in dolce lampa
or in colomba formasi, minore
di noi giammai procede né maggiore.
Padre, Figliol e l'almo Spirto un Dio
eterno siamo, fuor d'ogni vantaggio.
Tre siam un, ed un tre, securi e franchi
che l'un vegna de l'altro mai rubello;
non cape in noi speranza né desio,
non spazio tra 'l comun voler né oltraggio.
Io del tuo lume e tu del mio t'imbianchi;
né dal nodo che tien l'alto suggello
unqua, Padre, mi svello.
Però d'ogni bontá nostra è la stampa,
che l'amorosa vampa
del Paracleto imprime; onde 'l «Motore
del Tutto» siamo detti e «Creatore».
Or di quel nostro incomprensibil rio,
cosí soave a l'umile coraggio
(s'umile mai verrá ne' spirti bianchi
conoscitor di noi), l'uomo novello
nasce d'animo e sangue santo e pio,
ch'avrá del mondo in man tutto 'l rivaggio.[275]
Né voi verrete in suo servigio stanchi,
stellati cieli e tu, nostro scabello,
ritonda terra; ma ello
s'indura contra noi l'ungiuta ciampa,
e giá si finge e stampa
di ferro e pietra statue, quell'onore
lor dando che a Dio vien, del tutto autore.
Nascon insieme l'uomo e l'alto oblio
del dritto ed anteposto a lui viaggio:
dico 'l sentier, che al fin porge doi branchi,
l'un stretto, dolce; l'altro piano, fello.
Quinci al gioioso, quindi al stato rio
s'arriva, onde giustizia in lor dannaggio
a' tristi vegna, e tengali ne' fianchi
téma per sprono e morte per flagello:
morte che, in un fardello
cogliendo tutti, ovunque vòl si rampa.
Nullo da lei mai scampa;
sia pur bel volto, sia pur verde il fiore,
far non può mai che morte nol scolore.
Ma guai, chi 'n mal far sempre ha del restio,
ché ogni sempre di lá trova 'l paraggio;
que' dí che mai di colpa non fûr manchi
men fian di pena ove gli rei flagello,
in fin a l'ore estreme, quando 'l fio
pagar verrammi inante ogni linguaggio,
dal ciel i destri e da l'inferno i manchi.
Pur stando in carne, lor spesso rappello:
— Non son tigre né agnello:
chi 'l perso ben per racquistar s'accampa,[276]
chi 'l viver suo ristampa,
intenda realmente che 'l Signore
del ciel in ciel non sdegna il peccatore!
Dunque, Padre, mi 'nvio dare suffragio
a loro, che non san chi sia pur quello
ch'altri da morte scampa, ed esso muore!

TRIPERUNO

A li alti accenti d'un tal sòno eroico,
del quale ne tremai com'uom frenetico,
vennemi voce altronde: — A che esser stoico,
miser, ti giova né peripatetico?
che ti val fra l'un mar e l'altro euboico
pigliar oracli e ber fiume poetico?
a che spiar la veritá da gli uomini,[277]
che di menzogna furon mastri e domini? —

Io, che sculpito in cuor le note aveami
d'un sí bel viso, d'un parlar sí altiloquo,
a poco a poco gli occhi aprir vedeami
al sòno di colui tanto veriloquo.
Pur tal era l'error ch'anco teneami,
che a pena svelto fui; perché 'l dottiloquo
gioven mi sciolse, onde ciò che anti nubilo
mi parve intendo, ed intendendo giubilo.

Giubilo perché intendo (intenda e Plinio,
ch'or vive morto!) viver sempre l'anima;
non sí però, ch'i' stia sotto 'l dominio
di chi 'l tegume d'uman spirto inanima.
Stetti gran tempo in tale sterquilinio,
nel qual concedo ben che l'alma exanima
la troppo vaga ed addolcita letera,[278]
e molti uccide il canto d'esta cetera.

Qual è chi 'l creda, ch'oggi tanta insania
la nostra veritá sí prema e vapoli?
S'io mi diparto a l'umile Betania
per alto mar da Roma o sia da Napoli,
ecco a man manca dal Parnasso Urania
scopremi l'Elicona, ove mi attrapoli.[279]
Ben sa che a lei m'avvento, benché 'l Tevere
lasciassi per Giordan, quell'acque a bevere.

Acque sí dolci! quanto piú bevémone,
piú a la tantalea sete si rinfrescano!
Quivi l'argute ninfe lacedemone[280]
a gli ami occulti nostre voglie adescano;
cosí non mai dal bianco il negro demone
sceglier mi so, non mai l'onde si pescano,
cui trasser a la destra del navigio
Piero e Gioan de' pesci il gran prodigio.

Però dal mio Iesú se detto fiami
giammai: — Di poca fede, or perché dubiti? —
scusarmi non saprò, quando che siami
concesso por le dita fin ai cubiti
nel suo costato e trarvi 'l ben, che diami
fidi pensieri e al vero creder subiti.
Non lece dunque piú d'Egitto in gremio
starsi, ma gir con Móse al certo premio.