Dopo la rivoluzione e dopo il fulmineo cruento passaggio di Napoleone, parve fatale e necessaria la reazione politica, che col trattato del 1815 e con la Santa Alleanza, stese un'ombra mortifera su tutta l'Europa.

Ma non poteva durar lungamente; e già dopo alcuni anni in Francia, in Ispagna, nel Portogallo i legittimisti erano vinti; la Grecia e il Belgio si rivendicavano a libertà, e contro la Santa Alleanza si stringeva la lega occidentale tra l'Inghilterra, la Francia, la Spagna e il Portogallo.

Anche in Italia il germe vitale non era spento. La coscienza patriottica si andava lentamente formando, e sorde indignazioni covavano in alcune anime generose, alle quali fu corona di grandezza il martirio.

Il 24 dicembre 1821 sulla piazza di San Marco, dal poggiuolo del palazzo dei Dogi, veniva letta una terribile sentenza ad alcuni imputati di Carboneria, che stavano sovra un palco d'infamia, esposti alla curiosità di una folla ammutolita.

Fra gli altri veniva commutata la pena di morte in venti anni di duro carcere nello Spielberg a Villa, Bacchiega, Fortini, Oroboni, Munari e Foresti — sante figure di martiri, che vediamo passare per mezzo alle pagine di quel libro, in cui il dolore ha accenti di semplicità sublime, le Prigioni del Pellico.

Dopo il processo dei Carbonari, s'addensò più cupa la maledetta tenebra della tirannide, e sembrò che Venezia di quella silente e paurosa servitù non sentisse vergogna.

I re che ha sul collo son quei che mertò,

si sarebbe potuto dir col poeta.

I veneziani rassegnati o gaudenti senza odio verso il dispotismo, senza amore per la libertà, traevano i giorni inutili e oziosi nei caffè, tra le chiacchiere, nei teatri. Venezia era divenuta la città della musica e della danza. Bellini e Verdi, la Ungher e la Grisi, la Essler e la Taglioni occupavano gli animi di quella gente immemore, assidua consigliatrice di tranquillo vivere.

Silvio Pellico, che a questo tempo si trovava a Venezia, scriveva: