Come mai il doge Manin, che mentre crollava la longeva repubblica lamentavasi di non poter esser sicuro nemmen nel suo letto, potè, dopo mezzo secolo, trovare il più magnanimo contrapposto in un altro Manin (la storia ha di questi strani riscontri anche di nomi), il quale, benchè plebeo, seppe vendicare l'antica macchia inflitta al nome patrizio? E per che modo l'anima gracile della città dai morbidi amori, dopo una lunga e molle inerzia si destò con tanta possanza? E che cosa ha veramente prodotto la immensa esplosione del '48?
Vediamo.
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La città dominatrice, che avea avuto tutte le grandezze, dovea provare tutte le miserie.
Quando, dopo essere stati cacciati dai francesi nel 1806, gli austriaci entrarono nel 1814 per la seconda volta a Venezia, il podestà Gradenigo — un discendente di quel Doge che avea ordinato e rafforzato il dominio dell'aristocrazia — andava a prosternarsi a Vienna dinnanzi all'Imperatore, mentre un arciduca austriaco sulla piazza di San Marco gettava manciate di denaro al popolo plaudente.
Venezia perdeva a brani il suo manto di regina. Le gondole parevano bare galleggianti, gli uomini attraversanti gli alti ponti ombre del passato — i monumenti rovinavano, e più di dugento palazzi venivano demoliti per non pagare le imposte e per vendere i materiali. Nei cittadini era fiacco lo spirito, nullo il pensiero.
Il governo straniero, senza moderazione e senza giustizia — i balzelli eccessivi — il commercio inaridito e sacrificato alle altre parti dell'Impero, specie a Trieste — le spie e gli sbirri, véritables forçats — secondo la energica frase di Anatole de la Forge — auxquels l'Autriche donnait Venise pour bague — la mancanza infine d'ogni libertà politica e civile non valevano a ridestare gli spiriti, immersi come in uno stupor doloroso. Perfino la religione legittimava la tirannide e faceva sacro il dispotismo.
Ah! se dagli abissi del passato, le anime delle antiche generazioni avessero potuto riveder quei luoghi consacrati dalle loro rimembranze! Se le anime dei dogi, dei senatori, dei guerrieri avessero potuto rivisitare la loro città, ravvolta come in un funebre sudario, e vedere invaso da una volgar turba d'impiegati tedeschi il palazzo dogale, dove gli acuti e gravi magistrati erano stati custodi vigilanti delle libertà più antiche del mondo e sulle antenne della Piazza la bandiera gialla e nera in luogo del temuto vessillo, che s'era inalzato sulle torri imperiali di Bisanzio e s'era agitato ai venti della vittoria sulle acque di Lepanto; se quelle inclite anime avessero potuto veder tutto ciò, tra i gemiti di un immenso dolore si sarebbe udito risuonar per l'aere la lamentazione dell'antico profeta: Quomodo sedet sola civitas plena populo: facta est quasi vidua domina gentium?
Senza palpito e senza respiro veramente sembrava la Gerusalemme dell'Adriatico.
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