Le barricate, spero, non si innalzeranno più in Italia e forse anche non avremo più bisogno di rivoluzioni; ma ai giovani che bestemmiano, pronunziando in tuono di scherno, la parola di quarantottate, io che li amo, auguro loro che nella lor vita provino anch'essi la suprema voluttà degli entusiasmi patriottici, delle idealità sovrumane, ci vengano poi dal cielo o dalla terra.

Il divino nell'umano è l'entusiasmo, e chi muore senza averlo goduto, non ha vissuto mai!

VENEZIA NEL 1848-49

CONFERENZA DI POMPEO MOLMENTI.

Signore e Signori,

Nell'ampia sala magnifica del Palazzo dei Dogi — forse la più bella del mondo — convenivano taciti, avviliti, confusi i veneti patrizî. Era il 12 maggio 1797. Gravi pericoli minacciavano l'esistenza della vecchia Repubblica. Alle offese del Bonaparte l'imbelle doge Lodovico Manin rispondeva con vile rassegnazione, e i patrizi degeneri, convocati a consiglio, con non minore codardia decretarono la fine della repubblica e l'abolizione dell'ordine aristocratico. Poi uscirono tutti a precipizio. Erano cinquecento e trentasette; paurosi i più, alcuni illusi della nuova libertà, parecchi traditori, pochi fieri, risoluti, sdegnosi. Venti soli votarono contro il sacrifizio della patria, cinque si astennero. Così finiva la città dei Dandolo, dei Pisani, dei Veniero, dei Morosini! Un solo giorno faceva dimenticare tutta la sua forza, tutta la sua maestà, tutta la sua grandezza!

Il 17 ottobre 1797, il Bonaparte, con l'infame mercato di Campoformio, vendeva Venezia agli austriaci. E allorchè il giorno moriva e i rintocchi delle campane si spandevano sull'ampia laguna, e le acque erano solcate da splendori fosforescenti, sotto il Palazzo pieno di misteri, dinanzi alle pietre fatte brune dai secoli, fra il popolo muto ed oppresso, un uomo con l'anima in delirio e i nervi agitati, esciva in una imprecazione che, in quell'avvilimento, risuonò alta e fiera protesta, e fu seme di riscossa nelle età future. «L'Italia è terra prostituita» esclamava Ugo Foscolo «premio sempre della vittoria. Potrò io vedermi dinanzi agli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti e non piangere d'ira?»

Così, con questo alto lamento angoscioso, finisce l'un secolo e comincia l'altro. Nei misteriosi palazzi s'aprono le porte, si spalancano le finestre, vi entra una improvvisa folata di vento, un turbine impetuoso.

Fuggono spaventate le belle donnine tutte frange, fronzoli e cernecchi, i cavalierini dall'anima di stoppa e dallo spadino inoffensivo; e un silenzio come di morte piomba nelle stanze fiorite di stucchi e d'oro, discrete confidenti di colloqui amorosi, dove sorridevano tutte le eleganze e tutte le letizie della festosa arte del veneto tramonto.

Ed oggi, quando i ricordi del passato si ridestano in quelle vecchie dimore, in cui i dipinti e le stoffe si stingono in un color d'ombra diffuso, e tutto ha un dolcissimo profumo di vecchio, e ad ogni oggetto si accompagna una leggenda amorosa; oggi, quando nella penombra di quelle stanze sembra di veder salire e vanire entro cirri di nubi profili femminili, figure eleganti di cavalieri, fantasmi voluttuosi, ci si domanda in qual modo quei Florindi e quelle Rosaure, tutti ben mio, vita mia, vissare mia, poterono, dopo appena cinquant'anni, trasformarsi negli ardimentosi difensori di Venezia.