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E dacchè vi ho intrattenuto sempre del 48, permettetemi che nel chiudere la mia conferenza getti un grido di sdegno contro la brutta parola di quarantottate, che pur si ripete più di una volta, e soprattutto dai giovani serii, che non hanno potuto battersi e dai vecchi serissimi, che non si son battuti mai.

Per questi signori, quarantottata vuol dire una dimostrazione un po' chiassosa, un entusiasmo collettivo espresso forse con uno scampanio troppo rumoroso; è insomma ogni espressione patriottica, che si presenti sotto forma troppo arcadica o troppo ingenua.

Si cancelli dalla lingua parlata, dal frasario politico questa parola, che è una barbarie.

Bestemmia contro tutto ciò che nell'uomo si ha di divino; cioè l'idealità, l'eroismo, l'amor di patria.

Il 48 fu un sogno, un'illusione, un disinganno. Si credette che il cuore bastasse senza il cervello. Lo credettero i milanesi, lo credette anche Carlo Alberto, quando affrontò l'armata austriaca col piccolo esercito del piccolo Piemonte.

Ma sogni, ma illusioni, ma disinganni che ci portarono al 59, al 66, al 70; e il quarantotto con le sue quarantottate fu un delirio di amor di patria, fu un trasporto che lasciò il cielo pieno di luce, e che fecondò la terra nostra col sangue dei primi martiri.

Anche i vecchi deridono le follie della giovinezza, ma più spesso che per saviezza, per invidia di non esserne più capaci.

E quando ascolto i giovani, che nel 48 non erano ancor nati, deridere le quarantottate, esclamo:

«Ecco dei giovani vecchi, che deridono dei vecchi giovani!»