—Potrebbe un'opera di carità assumere la fisonomia della colpa?
—In questo caso sì, giacchè la carità serve di mantello a una volgar simpatia… e voi non aveste riguardo nel lacerarmi il cuore.
—Vediamo! disse l'avvocato, prendendo una seggiola e sedendo in mezzo alla camera. È gradevole il fare un po' di filosofia fra marito e moglie! facciamone, Paolina. Io, come vedi, ho la calma del filosofo, tu fa di ottenerla reprimendo l'audacia dello spirito ribellante. Discutiamo.
—Vorresti confondermi con le sottigliezze della vostra professione, rispose Paolina che non intendeva di prestarsi a un colloquio, ma voleva la lite, il conflitto. Non voglio discutere, io! dico inganno all'inganno, e domando soddisfazione dell'offesa che mi vien fatta.
—Offesa? ma l'offesa, Paolina, sei tu che la compi intera, brutta, grandissima, verso di me. Perchè hai il male della gelosia, ti dichiari offesa?…
Paolina sussultò.
—Sono gelosa a ragione, sì! questa volta a ragione. Voi nell'ambizione di raccomandarvi alla memoria, al cuore di una donna, vi togliete dal portafoglio una somma della quale dovevate disporre a profitto della famiglia. Potete negare che da mesi ci auguriamo la possibilità di acquistare un astuccio di posate d'argento?… era il mio sogno! potete negare che donando alla Rigotti quattrocento lire costringete me alla privazione d'un oggetto decoroso?
—È vero! avevo perfettamente dimenticato le posate d'argento, disse Zaeli, passandosi la mano sulla fronte. Per altro, tu stessa, Paolina, non dovevi pensarvi quando, con le dugento lire che ti regalai mi dicesti di farti un abito!…
Il fino rimprovero, avvolto nelle pieghe dell'osservazione, inacerbì davvantaggio lo spirito di Paolina.
—La donna pensa ai vestiti, disse con alterezza, e le spese domestiche toccano d'obbligo all'uomo quando questi non voglia, con mira galante, sciupare il superfluo de' suoi guadagni.