E tanti tiranni trionfano? — I decreti del Signore sono imperscrutabili, e l'albero prezioso della libertà va lungamente educato onde i popoli possano gustarne le frutta suavissime.
Ferdinando nelle sue falangi scorse una spaventosa decimazione; nel veder tornato un vapore carico delle vestimenta di soldati uccisi.... pianse! — e gli uccisi di Palermo che la sua impudenza addimandava suoi figliuoli, non meritavano una sua lagrima paterna? sì pianse gli uccisi: gli mancavano altrettante braccia a compiere le stragi che designava. — Fu mestieri sgomberare Palermo e cedere le fortezze di Castellamare: i Siciliani baciarono il nimico vinto, come ferocemente l'avean battuto oppressore — Ma son prodigii di incivilimento codesti, ma è l'eroismo dei cuori liberi! — aspetta e guarda come i Borbonici sanno fare nel 15 maggio quando la città è in mano loro!... Sì, la tirannide non riconosce incivilimento mai; la viziosa radice non darà mai pomo che velenoso, e contaminato non fosse.
Le cose andavan male per esso: in tutti i punti del regno si tumultuava: ei ripartiva le sue forze per le province, ma non bastavano: la polizia spogliata della sua forza morale se ne giaceva inerte; Napoli vedea di dì in dì moltiplicati i seguaci del liberalismo, ed inermi migliaja ad alta voce reclamavano riforme. Nel 27 gennajo si fè una sontuosa dimostrazione; vi prese parte l'ultima plebe, la nobiltà, preti, professori, artigiani e mercatanti, era tutto un paese che si commovea; innanzi agli occhi gli stava l'esempio siciliano troppo recente; ma ei tentò un ultimo sforzo, fè uscire il cannone e schierare la truppa, e la turba correa al soldato e l'addimandava fratello, e raddoppiava la festa al cospetto del cannone e della miccia fumante... seguì il 28, giorno di commozione, di oscillazione: nel dì precedente il Borbone, avea gittato il guanto di sfida, il popolo lo avea raccolto... S'aprì il dì 29 con un sole fulgidissimo ed un cielo azzurro e le prime ore del mattino trascorsero colla trepida espettazione di eventi decisivi.
III COSTITUZIONE DATA DA FERDINANDO BORBONE.
E Ferdinando diè una Costituzione. Fu spontaneo l'atto col quale esso prometteva dividere la sovranità col popolo accordandogli due Camere legislative? La nostra illusione dovea poco durare, ma ebbri di una libertà che non avea costato sangue, e sperando che una volta un re avrebbe potuto, rovesciando un colosso cancrenoso di politica tortuosa e perfida, coll'affidarsi all'indole generosa del popolo interrogando i suoi bisogni ed operosamente cospirando alla sua felicità, ottenere la propria sicurezza, che mal si cerca lasciandosi fronteggiare dal cannone, e cingendosi da baionette: non potemmo credere per un istante che le oppressioni e i delitti del governo avessero potuto esser cagionate da un ministro prepotente e criminoso; il languore dello Stato, le oscillazioni della finanza, il depauperamento delle province da ministri ingordi e retrogradi: che costoro avesser con malefizi alterato il buon vedere del re, che al più avesse potuto essere accagionato di indolente fiducia; sì, io stesso non immaginava mai che fra le dimostrazioni delle masse entusiasmate egli maturasse il disegno di retribuirle di tradimento: noi plaudivamo; come erano sinceri i nostri voti! come mi pareva invidiabile la posizione d'un re che può innalzare i popoli a distinto incivilimento, a potenza, a libertà, ed innalzare a sè stesso un monumento che i secoli non crolleranno mai, perchè consacrato nella pagina dell'umanità. Sì, egli disegnava, preparava la miseria di quelle popolazioni che lo festeggiavano.
Eccolo omai solo. — Il vecchio Governo più che dimesso è disfatto: eccolo solo — a lui spetterà la gloria o l'infamia delle sue opere: è opportunissimo il momento — romperà le vecchie simpatie dell'Austria? concorrerà al risorgimento italiano coi suoi treni formidabili e il suo esercito disciplinatissimo? sentirà il suo cuore qual differenza passi tra il regnare pel plauso d'uomini liberi, o per lo spavento degli schiavi? vediamo quel che fa: e da sè solo egli è alla ricostruzione dell'edifizio. — Si mette in piedi un nuovo ministero. Osservate; il primo passo che dà Ferdinando è quello di smembrare i comitati, togliere i capi che regolavano la rivoluzione, collocarli nella nuova amministrazione, e metterseli dattorno. — Vedemmo Bozzelli, fatto ministro dello interno e della polizia, adire ai consigli della corte e dello Stato. — Fu grave fallo pel nuovo ministro il separarsi dalle masse che avean fiducia in lui e far causa diversa da esse: dovea pensare che la macchina guasta e pesante dell'amministrazione sarebbe andata con troppa lentezza, ed esso nel caos delle faccende, tralle fatiche del riordinamento, tra i lunghissimi consigli di Stato, non avrebbe potuto usare di quella vigoria necessaria a tant'uopo. Un comitato non dovrebbe scomporsi mai per accettar cariche nel nuovo governo; invece nel riordinamento delle nuove cose resterebbe imparziale spettatore, e terrebbe sempre vigoroso e potente il partito dell'opposizione; Bozzelli da privato avrebbe imposto al nuovo ministero e col favore del popolo avrebbe dato al governo un forte impulso, fino a che formate le leggi, istruite le plebi, fatti potenti i cittadini, sarebbero riusciti tardi e vani gl'intrighi e le malizie dei gabinetti; egli incorse in grave colpa; ed io ammetto che in buona fede errò quando accettò la carica di ministro, ma l'errore fu gravissimo per le conseguenze, giacchè adì il Consiglio ed il re, nè pensava di che pericolo fosse lo splendore d'una corte corrotta! come fan traviare le blandizie d'un re! quale influenza malefica esercita sui migliori! e Bozzelli, non migliore di tutti coloro che hanno frequentato le corti, se errava in buona fede dapprima, in breve si pervertì: e gli ultimi fatti indicano con qual coscienza avesse egli operato. Se ne eccettui che si lasciava vedere un po' più degli altri suoi antecessori, e qualche cosa di familiare con cui diè udienza, egli non si distinse nel breve spazio del suo primo ministero: egli fu lento e retrogrado; non so se dapprima lo voleva essere, ma lo dovea: egli vedea tutti i giorni Ferdinando che lo ricevea con carezze e dandogli i sigari di sua mano. Arti meretricie! — L'organizzamento della guardia nazionale fu incompleto — non fu armata che in parte e se ne addebitò la deficienza de' fucili; si fecero delle pratiche, per averne dalla Francia, se ne commisero 50,000 nel mese di gennajo, ed oggi che scrivo (luglio) si aspettano ancora. Per lui tornarono vane le pratiche d'accomodamento che si proponevano tra Napoli e Sicilia; egli fu lento, indeciso, la sua politica fu incerta, ma così doveva condursi, giacchè Ferdinando, di cui egli era l'organo, aspettava che il cannone avesse dovuto esser l'arbitro sommo delle differenze tra popolo e re; no, un trattato decisivo non era nei suoi divisamenti. Il reclamo potente del popolo dimostrò chiaramente l'indignazione contro il ministro che nato da esso così lo retribuiva.
Allora si avvide Ferdinando che non bastava al popolo napolitano una Costituzione come quella che aveva dato. Questi con tutti i suoi sforzi s'inoltrava nella via dell'incivilimento e della libertà: la Costituzione co' suoi privilegi portava, libertà di reclamo, libertà di stampa, libertà di associazione; coi reclami la volontà potente della nazione lo costringeva ad operare e ad accordare, l'espulsione dei gesuiti ch'ei mai non avrebbe ordinato da sè stesso, e l'invio in Lombardia di spedizioni crociate. Ei non sentiva, non voleva, abborriva da questa guerra: egli legato ai tedeschi di stretto e regio patto, e da simpatia, egli che avea sorbito la politica di quella corte, egli marito ad una austriaca, non poteva decidersi a mandare i suoi cannoni, le sue navi, i suoi reggimenti contro l'esercito austriaco. Ben'egli inviò alcune migliaia di uomini, ma lentissimi furono i movimenti dell'armata a segno che dopo lungo viaggio giunse, ed appena giunta tornossene di nuovo. — La libera stampa smascherava tutti i vizii di un ministero che s'era fatto l'organo del despota, oltre a ciò coll'invito della satira e del riso diffondeva per tutte le classi sensi di liberalismo: v'era chi predicava all'ultimo popolo onde educarlo alle libere istituzioni e fare ad esso intenderne i vantaggi — eran due — uno, un tal Viscusi, uomo che oltre ad un'eloquenza plebea non aveva altro merito; costui alle volte arringava il popolo in sulle generali, e senza farlo migliore lo facea piegare al suo intendimento, gli si mettea a capo e percorreva con esso la città; aggiungi che la qualità di gran popolano gli dava adito alla corte, ed il re lo vedea spessissimo — quest'ultima circostanza farà conoscere appieno l'animo e le massime di costui. — L'altro fu Angiolo Santilli — nato in Terra di Lavoro, ricco di dottrine politiche, che ad una veemente e generosa eloquenza accoppiava la limpidezza delle idee, l'onestà di un'anima vergine e le fiamme d'un cuor liberalissimo. Costui toccava le corde dei cuori: costui faceva alla plebe la spiegazione del vangelo e della libertà: religione e liberalismo, fratellanza e amore, ecco i santi principii su cui si volgeano le sue prediche che commovevano ed istruivano, quelle prediche nelle quali trionfando chiarezza e forza di principio, sono adatte all'intendimento di tutte le classi. Giovane infelice! il tuo assassinio e quello di tanti virtuosi, ha provocato l'ira divina, ha aguzzato le ire cittadine che già s'aggravano sul tiranno e lo minacciano. Angiolo Santilli, genio nato a dirozzare e ad illuminare la plebe napolitana, era una delle cause primarie che fecero vedere al re come le sue malizie erano sventate, come la sola buona fede ed il buon volere in un principe può farlo andare d'accordo con un popolo libero ed avviato pel completo incivilimento: e Ferdinando designò una controrivoluzione e si diè all'opera. — Più volte fè correre sinistre voci d'allarme e fè uscire truppe e cannoni; altra volta dietro l'espulsione dei gesuiti incitò la plebe per mezzo dei suoi emissarii facendo credere che si dimandava la dissoluzione del convento dei Carmelitani, e l'abolizione del santuario la di cui custodia a quei padri è affidata: questa mena ebbe effetto, giacchè i lazzari levati in massa e frementi si gittarono per le vie e giunsero innanzi il palazzo reale usando violenze a quanti scontravano per le vie e venendo a conflitto colla guardia nazionale. Poco mancò che questo tentativo non avesse raggiunto il suo scopo. Ma la guardia nazionale sventò le congiure e sorprese vari carri di sassi con superficie formata da strati di aranci; così il buon talento dei cittadini e la vigilanza della guardia civica non gli diè agio per lungo tratto di mettere ad esecuzione i suoi disegni di sangue, ed egli ne fremè, e su quella faccia di reprobo il Signore lasciava le tracce del suo infernale rancore: in ultimo egli risolse di assumere esso medesimo il carico d'una controrivoluzione e ne aspettò il momento. Intanto con ogni blandizia procurò prepararsi gli animi dei suoi soldati — parlava ad essi familiarmente, accordava ogni petizione, dava tutto quello che gli chiedevano — e così, lasciava loro travedere, avvicinarsi occasione in cui avrebbero avuto da fare; star pronti; come star pronto egli stesso alle largizioni ed ai premii.
Nè men pensiero gli davano le truppe spedite in Lombardia: aveva designato il tiranno con quelle fare alcun colpo che gravemente danneggiasse la cosa italiana. Egli pensava: quindicimila uomini o che proditoriamente o inerti o a rilento operassero, precipitare le cose o arrestarne il corso: in ultimo avendo il disopra casa d'Austria, egli conchiudeva, quelle truppe sarebbero state l'ultimo crollo alla causa italiana, quindi trionfalmente avrebbero percorse le terre soggiogate ed una buona mano di Tedeschi (giacchè Ferdinando aspettava grossissimi rinforzi che la testa piccolissima dell'alleato confederato imperatore promettea) colle truppe sarebbero tornati in Napoli ove egli avrebbe con prudenza disposte le cose. — Quindi quella Costituzione che era ai suoi occhi un pensiero molestissimo, sarebbe stata revocata, oppure ristretta ai limiti angusti delle Costituzioni della decrepita Europa, cioè a quelle Costituzioni che a fronte del despota non fanno altro che accusarlo d'illegalità, senza prevenirne le violenze, o validamente opporsi al suo arbitrio, quelle Costituzioni che l'incivilimento e la giovine Italia non può riconoscere, poichè ha mostrato come sà spargere il sangue. I sacrificii cui volenti si sottopongono tanti generosi è la prova della sviluppata potenza degli animi italiani, e l'iniziativa d'istituzioni liberissime a cui sono avviati. Ma codesti disegni gli vennero attraversati: giacchè se è maravigliosa la costante attività del tiranno con cui và rannodando le fila che qua e là si spezzano, sublime è la mano del Signore che non gli permette che trionfino le arti subdole ed infernali quando i popoli contro i quali congiura, sono virtuosi ed arditi. — Re Ferdinando s'ingannava quando tenea per certo essere quelle truppe stromento di trionfo alla causa tedesca; il comandante supremo di quelle era il general Pepe sul conto del quale non dirò altro che di animo ardente e vigoroso, accagionato dei malaugurati avvenimenti del 1821, ad ogni costo volea riscattarsi nella pubblica opinione col battersi contro quel tedesco contro cui nol potè dianzi, e provare qui, in Italia, al cospetto del cielo medesimo, che non animo italiano gli mancava, nè animo agl'Italiani mancava, ma dal dito di Dio non esser indicata quella come l'ora del nostro compiuto riscatto. È dettato notissimo, che Dio non paga il sabato, e mal s'appongono quei tiranni che, passato il sabato, credono per sempre passato il giorno dell'ira celeste e della redenzione dei popoli. Le truppe napoletane una volta tolte alle sozzure della loro giornata, ed all'influenza malefica che esercita la presenza del loro corruttore, le arti di quest'ultimo riescono tarde, e l'aspetto del territorio italiano e dei generosi suoi popoli sarebbe stato per essi un battesimo, sarebbe cominciata una nuova vita, avrebbe trionfato la sublime scintilla che il Signore diè alle anime italiane, e l'incontrastabile valore dei Napoletani avrebbe trovato nuova energia nello sviluppo dei sacri principii ai quali Ferdinando II preclude il loro intelletto: di tuttociò egli si avvide, e capì ch'era ben tempo di richiamarle. Il pretesto? un voluto tentativo dei repubblicani, quindi ansiosamente ne aspettò il momento.
Egli trovò l'opportunità d'una controrivoluzione nell'inaugurazione stessa della Rappresentanza nazionale, come nelle pratiche devote e nel tempio di Dio ha tante volte cercato la corruzione dei popoli napolitani.