Decadenza della cronografia italiana — Il «Liber Pontificalis» — «Gesta Episcoporum Neapolitanorum» — Agnello Ravennate — Scritti polemici di Ausilio e Vulgario — I monasteri e le invasioni saraceniche — Farfa: la «Constructio,» le vite dei santi Vulturnensi, la «Destructio» — Montecassino: il «Chronicon Sancti Benedicti Casinensis» — I cataloghi e le traslazioni dei Santi — La Historia di Erchemperto e l'Anonimo Salernitano — Andrea da Bergamo — Panegirico di Berengario — Stato della cultura laica in Italia — Liudprando — Scritti imperialisti — Benedetto di Sant'Andrea — Cronaca veneta di Giovanni Diacono.

La historia di Paolo Diacono ebbe alcune continuazioni[59], ma il valor d'esse appena merita una fuggitiva menzione in questo libro che non considera esclusivamente le opere dei cronisti come sorgenti di storia ma sì anche come manifestazioni letterarie della età medioevale. La cronografia italiana entra ora nel periodo più povero della sua vita. Un decadimento profondo seguì gli ultimi bagliori del classicismo e quello sforzo verso una rinascenza tentato da Carlo Magno e cessato con lui. Al notevole lavoro di Paolo tennero dietro cronache o ricordi storici d'assai minore importanza. «È ben da compiangere, nota il gran Muratori, la storia d'Italia che ci lascia per tanto tempo digiuni dei fatti ed avvenimenti d'allora, con restarne solo un qualche barlume presso gli antichi oltramontani.»[60] Infatti dal periodo dei Carolingi a quel degli Ottoni, dove non ci soccorrono documenti indiretti come iscrizioni, diplomi e somiglianti aiuti, spesso è necessità ricorrere a fonti tedesche o francesi per aver qualche luce tra il folto buio della storia nostra. Come vedremo, non s'era spento del tutto nei laici ogni ricordo dell'antico sapere ma l'impulso a scrivere mancava in essi, e la parte più colta del clero era troppo intesa nelle agitazioni politiche per consacrarsi a dettare scritti di storia. In genere la cultura ecclesiastica parve concentrarsi pressoché intera nella trattazione degli affari, talché le raccolte delle lettere pontificie di Niccolò I († 867) e di Giovanni VIII († 882), così per forza e bontà d'espressione e di stile come per valore storico, sono forse i documenti più pregevoli che ci abbiano lasciato quei tempi. Ma il silenzio che nel secolo nono sembra regnare in Italia intorno agli avvenimenti contemporanei, non può dirsi assoluto. Quegli avvenimenti medesimi furono talvolta occasione pressoché necessaria di scritti che direttamente o indirettamente hanno carattere storico, tra i quali vuolsi dar luogo eminente al Liber Pontificalis che per quanto riguarda la prima metà del nono secolo è di grande sussidio alla storia generale della Chiesa e a quella particolare di Roma. Questo libro andò lungo tempo sotto il nome di Anastasio Bibliotecario uomo di molta dottrina, che tradusse dal greco varie opere ma che, se pur n'ebbe alcuna, ebbe pochissima parte in questa. Certo l'attribuire il Libro Pontificale ad un solo autore è contraddire all'indole stessa dell'opera la quale consiste in una serie di notizie biografiche dei papi compilate or più or meno estesamente in varî tempi e da varî scrittori. La storia di questo libro e delle sue compilazioni, le indagini circa gli autori di esso, la critica dei manoscritti che lo contengono, hanno dato materia di lungo lavoro agli eruditi e pur di recente originarono alcune dissertazioni dottamente elaborate e ricche d'acume le quali hanno poi fatto capo alla mirabile edizione datane dal Duchesne che può considerarsi fondamentale[61]. Basti ora descrivere brevemente la prima parte di questo libro che pel frequente variar di forme può in certo modo rassomigliarsi al nascere e al correr d'un fiume. Il bisogno continuo d'aver familiare per motivi ecclesiastici la cronologia pontificia fu prima origine del libro. Così, verso il quarto secolo, dagli antichi cataloghi dei nomi dei papi, dalle costoro lapidi sepolcrali, dalle menzioni che se ne trovavano negli atti dei martiri o in lettere o in libri, cominciò a comporsi il primo nucleo del libro pontificale per la più antica e popolare redazione. Sulle prime le biografie indicavano fuggevolmente il nome, la famiglia, la patria del pontefice, la durata del suo pontificato, i decreti dati nel suo tempo e il luogo di sua sepoltura. Tra un pontefice e l'altro era notato il tempo della sede vacante. Poi a poco a poco le brevi indicazioni aumentarono, e le compendiose notizie si vennero mutando in biografie più larghe e ricche di particolari preziosi[62]. Sventuratamente nell'ultimo quarto del nono secolo quando avremmo più bisogno dei soccorsi di questo libro esso ci vien meno quasi interamente. Le turbolenze politiche vincono la forza della tradizione, e il Libro Pontificale ricaduto nella aridità primitiva si scheletrisce di nuovo e si riduce a un catalogo. Più tardi, giunti al pontificato di Leone IX, col risorgere della cultura storica lo ritroveremo più ricco di fatti e più fiorente, rendendoci così sempre la immagine di un fiume che si nasconde a un tratto per riapparire più vasto e più copioso altrove.

Quando Paolo Diacono scrisse le Gesta dei vescovi di Metz, inaugurava un genere di letteratura storica che rispondeva veramente a un bisogno dei suoi tempi, e nei secoli seguenti trovò molti imitatori. Lo stesso concetto che aveva ispirato il libro pontificale ispirava qua e colà in varie diocesi storie di vescovi alle quali talvolta la importanza della sede e la povertà di altre notizie allargano il valore nella storia generale della Chiesa. Così le storie dei vescovi napoletani e dei ravennati, compilate nel nono secolo, sono documenti che vogliono tenersi in gran conto da chi indaga studiando le vicende di quella età. Come la raccolta delle vite dei vescovi romani, così le Gesta Episcoporum Neapolitanorum sono opera di diversi autori e anch'esse furono attribuite quasi per intero ad un autor solo, Giovanni Diacono. Il Waitz e il Capasso pubblicando ciascuno una nuova edizione di questo libro[63], hanno dimostrato come essa debba dividersi in tre parti. La prima compilata da un ignoto autore verso la metà del secolo nono, incomincia da Cristo e arriva con arida compilazione fino all'anno 763 aggiungendo poco o nulla di nuovo alla storia. La seconda parte è da ascriversi a quel Giovanni Diacono che già fu stimato autore di quasi tutto il libro e a cui veramente riman l'onore d'averne composta la parte maggiore e la meglio pregevole. Giovanni cominciò adolescente il lavoro suo, e ripigliando la storia dei vescovi napoletani all'anno 763 dove l'altro l'aveva lasciata, la continuò fino alla morte del vescovo Atanasio I (A. D. 872). Col successore di lui incomincia la terza parte delle vite, scritta da un Pietro suddiacono, ma n'avanza un frammento così breve che non serve esaminarlo[64]. Lo scrivere di Giovanni è corretto a sufficienza nè s'hanno da rimproverar molte mende al suo latino. Considerando i tempi è scrittore di qualche merito, e gli acquista lode la cura ch'ei pone a cercare il vero delle cose che narra e a darne assicurazione al lettore. Le molteplici relazioni di Napoli con altri paesi e specialmente con Roma, colla Grecia e col Principato Beneventano, accrescono dal lato storico il valore a questo lavoro di Giovanni e ad alcuni altri suoi scritti minori sulle vite e la traslazione delle reliquie d'alcuni santi napoletani.

Di maggior momento è il Libro Pontificale di Agnello da Ravenna. La importanza di questa città, assai grande mentre decadeva l'Impero, non pur si mantenne alta, ma per la favorevole sua posizione sulla costa adriatica si fece forse maggiore nei primi secoli del medio evo. Poiché i Greci ebbero riperduta gran parte d'Italia all'invadere dei Longobardi, Ravenna divenuta sede del governo imperiale poteva assai più di Roma considerarsi come capitale dell'Impero. Mentre gli Esarchi di Ravenna reggevano la Pentapoli in nome degli Imperatori, Roma circondata dal dominio longobardo, tanto si scioglieva man mano dalla influenza imperiale quanto più i Papi venivano slargando la loro e aspiravano a sottrarsi dalla soggezione bizantina. La rilevanza della città crebbe rilievo alla diocesi di Ravenna, e l'autorità dei vescovi ravennati salì così alto da indurli a contrastare con Roma e a non voler facilmente accogliere le papali pretese di supremazia. Da ciò si fa agevole intendere come il libro di Agnello che tratta dei vescovi ravennati, debba riuscire di pregio. Composto in modo somigliante al Libro Pontificale romano, ha comune con esso il titolo ancorché sovente mostri tendenze poco favorevoli a Roma. Contro l'usanza seguìta dai compilatori delle vite papali, Agnello ha lasciata ampia traccia di sé nel suo libro, onde la sua biografia riesce facile a tessere. Nacque di nobile famiglia a Ravenna verso l'anno 805, e destinato dai primi anni alla vita ecclesiastica, fu educato nella cattedrale (Ecclesia Ursiana). Fanciullo ancora ebbe in beneficio l'abbazia del monastero di Santa Maria ad Blachernas e in seguito anche quella di San Bartolomeo. Più tardi però quest'ultima gli fu tolta per qualche tempo dall'arcivescovo Giorgio il quale, senza giusta ragione al dire d'Agnello, d'amico grande gli si convertì in nemico. Agnello fu ordinato prete da Petronace arcivescovo che governò la sede ravennate dall'anno 817 fino all'anno 835. Oltreché la nascita e le ricchezze già lo collocavano in posizione elevata, Agnello poté splender tra il clero non pure per queste doti esteriori ma per quelle ancora dell'ingegno e del sapere. Nè ciò vorrebbe dir molto, come osserva a ragione l'ultimo editore d'Agnello, ché la cultura del clero ravennate era allora meno che scarsa, ma tuttavia fu bastevole occasione per un lavoro utilissimo ai posteri lontani. La fantasia vivace, l'amor suo per le arti e i frequenti incarichi ch'egli ebbe d'attendere all'ornamento e ai restauri delle chiese ravennati, una certa conoscenza del greco necessaria allo storico d'una diocesi così legata ai Bizantini, tutto doveva aiutarlo all'opera che si metteva a comporre. E però è naturale il credere che la riputazione della sua dottrina inducesse gli altri preti di Ravenna ad insistere forte presso di lui per fargli intraprender la storia dei loro vescovi. Accettato l'incarico, Agnello lo eseguì con lentezza e a frammenti, malgrado lo stimolo impaziente dei colleghi ai quali, per quanto apparisce, egli veniva leggendo il libro man mano che lo componeva. Questo lavoro, compiuto verso la metà del secolo nono, muove dai tempi apostolici colla vita di santo Apollinare e giunge fino ai vescovi contemporanei dell'autore. È opinione generalmente accolta che il libro d'Agnello traesse origine ed ispirazione dal Libro Pontificale romano, ma non trovo per essa molta solidità di fondamento. Gli argomenti addotti per sostenerla s'appoggiano principalmente sulla identità del titolo e su talune somiglianze nella disposizione del libro, ma al giudizio mio sono argomenti deboli e inefficaci alla prova. Inoltre ammettendo queste ipotesi non è facile intendere come Agnello non si sia mai giovato del Pontificale Romano. In parecchi luoghi egli avrebbe potuto attingere da esso utilissime notizie, e non par cosa probabile il suo trascurarle senza ragione[65]. Ma tralasciando questo mio dubbio, il libro di Agnello ha certo tra i suoi pregi maggiori quello di non aver solo attinto dai libri come da unica fonte. Una delle sue somiglianze colle vite dei papi consiste nell'essersi molto giovato dei monumenti e d'avere ritrovata in essi una gran parte della sua storia. Come s'è detto, il sentimento e il sapere dell'arte lo aiutarono grandemente nel suo lavoro. Del continuo s'incontrano nel suo libro descrizioni di chiese e d'altri edifici ravennati, e il suo racconto s'appoggia alla autorità di epigrafi trovate in que' monumenti. Persin le figure dei personaggi di cui fa discorso, ci son recate innanzi dall'autore con descrizioni ricavate dalle pitture e dai mosaici di cui era allora così gran copia in Ravenna che ancora è ricchezza stupenda quel che ne avanza dopo tanti secoli e tante vicende. «E,» dichiara egli stesso, «se a voi che leggete questo Pontificale verrà alcun dubbio, e vorrete indagare dicendo: ‘Perché non narrò i fatti di questo pontefice come degli altri predecessori?’ udite per qual ragione. Questo Pontificale dal tempo del beato Apollinare per ottocento e più anni dopo la sua morte composi io Agnello che anche son detto Andrea, esiguo prete di questa santa mia chiesa ravennate, pregandomi e costringendomi i fratelli di questa sede medesima. E dove trovai quel ch'essi fecero certamente, ciò io recai dinanzi a voi, e di quanto udii da più vecchi e longevi non defraudai gli occhi vostri, e dove non trovai storia o qual fosse la vita loro nè per uomini annosi e vetusti nè per edificio nè per autorità alcuna, per non far lacuna tra i santi pontefici, io, secondo l'ordine in che ottenner la sede un dopo l'altro, composi la vita loro aiutandomi Iddio per le vostre orazioni, e credo di non aver mentito perché e' furono pii e casti e limosinieri e acquistatori a Dio d'anime umane. E della effigie loro, se forse nasca pensiero tra voi come io potei conoscerla, sappiate che mi ammaestrò la pittura, perché ai lor tempi sempre si facevan le immagini a lor simiglianza. E se nasca questione che io dovessi affermare dalle pitture la effigie loro, Ambrogio vescovo santo di Milano, nella Passione dei beati martiri Gervaso e Protaso parlò della effigie del beato Paolo apostolo dicendo: ‘Il cui volto mi additò la pittura.’»

Com'è da aspettarsi, Agnello con questo suo metodo di scriver la storia mescola frequenti leggende di miracoli tra i fatti che narra e le notizie artistiche che ci tramanda indirettamente. Quando nelle vite più antiche gli vien meno l'aiuto di positive indicazioni nè trova molto oltre il nome del vescovo, egli stima lecito aggiunger di suo parole e racconti di lode contrapponendo, non senza amarezza di rimproveri, quelle vite ideali degli antichi alle vite reali dei vescovi recenti. Ciò d'assai scema fede alla sua storia quando in essa raccontasi direttamente alcun fatto antico, ed anche vien dubbio della imparzialità sua verso i contemporanei leggendo le acri espressioni appuntate contro quell'arcivescovo Giorgio che per qualche tempo gli tolse l'abbazia di San Bartolomeo. Dei papi parla spesso con gran libertà e con poco favore, la qual cosa ha forse ristretta la sua fama nel medio evo e ha reso scarsi a tal punto i manoscritti del suo libro, che oramai solo un codice se ne conosce che lo contiene intero. Lo stile suo molto disuguale è stato descritto bene dall'Holder Egger con queste parole che pongo qui a conclusione: «Il suo linguaggio, come quello di tutti gli scrittori italiani di quella età, simile piuttosto alla lingua del volgo che a quella dei classici, poco cura le leggi di grammatica. Ma le varie parti differiscono molto tra loro di stile e di maniera. Talora scrive abbastanza corretto, e, per quanto può, elegante; talora spropositato a maraviglia, negligente d'ogni composizione buona e costruzion retta di parole; per lo più semplice e asciutto, ma dove riferisce udite favole, parla copioso, concitato e spesso tumidissimo nè di rado oscuro. Massimamente imita la Sacra Scrittura, de' cui detti è ripieno il suo discorso oltre quanto può notarsi, ed i Padri della Chiesa, ma dove descrive fervidamente t'imbatti qua e là a spesso ripetute sentenze di Virgilio. Dal quale anche pigliò in ridicol modo nomi d'antichi, onde chiama i Greci dei suoi tempi Pelasgi e Danai e Mirmidoni. Inoltre vuolsi avvertire che il discorso suo abbonda di parole altrove inusitate, ἅπαξ λεγομένοις, per lo più tratte dalla lingua greca.»[66]

Il rapido decadimento morale a cui soggiacque la Chiesa Romana sul finire del secol nono, mentre inaridiva alle sorgenti il Libro Pontificale romano, die' vita a taluni scritti polemici il cui valore storico risalta per le molteplici questioni lungamente agitate sulla infallibilità papale. La storia di papa Formoso è nota. Strappato dalla tomba per volere di Stefano VI suo successore e nemico, il suo cadavere fu come persona viva sottoposto al giudizio di una sinodo e condannato solennemente (A. D. 897). L'assemblea sacrilega e feroce dichiarò reo quel miserando avanzo di papa, e affermò ch'egli era stato contravventore alle leggi della Chiesa e usurpatore della sedia apostolica. Rinnegata la elezione sua, tutti gli atti del suo pontificato furono annullati e l'informe spoglia, svestita delle insegne pontificie e mutila, fu con obbrobrio gettata in Tevere. A così turpe strazio la malvagità dei tempi sempre crescente e la dura ferocia delle parti avean messo il papato, e cosiffatti successori sedevano dove Gregorio Magno avea ministrato! Ma contro lo scellerato atto di Stefano s'alzò la voce d'alcuni scrittori, e il morto Formoso ebbe sue difese. Uno di questi scrittori, Ausilio, nato d'origine franca, viveva a Napoli e credesi che morisse monaco a Montecassino. Lo aveva consacrato prete Formoso, e la consacrazione sua considerandosi nulla, egli alcun tempo dopo lo scandalo di Roma sostenne coraggioso e per quella età con molto sapere, la causa del condannato papa che in certo modo era sua causa. Colle stesse tendenze scrisse Eugenio Vulgario grammatico italiano, anch'egli per quanto pare dimorante a Napoli. Lo scritto suo è piuttosto una glorificazione che una difesa di Formoso a cui peraltro non si tenne sempre fedele. Dopo i primi scritti piegò verso la parte contraria, ma poi venuto al pontificato Giovanni X, di nuovo si mostrò formosiano colla Invectiva in Romam se è vero ch'egli la componesse, ma di ciò resta ancor qualche dubbio. Scritto con pesante artifizio di stile questo libello è fatto quasi eloquente dalla fiera iracondia che lo anima. Con ardor grande inveisce contro la intera città di Roma, e chiama in colpa della esecranda opera i Romani usati ab antico a ripagar di morte i loro benefattori. Perciò la violenza patita in altri tempi da Romolo e da San Pietro e San Paolo, doveva ora patire Formoso uomo santo giusto cattolico. «Il cadavere già per nove mesi sepolto strappaste dal sepolcro. Se era interrogato che mai poteva rispondere? Se avesse risposto, tutta quella orrenda congrega colta di terrore si sarebbe dispersa.»[67] Così in pochi tocchi egli descrive la sinodo che giudicò Formoso e che fu chiamata horribilis pur dal Concilio Romano dell'anno 898 adunatosi a riparare la sozza ingiuria.

Da questi scritti polemici i quali malgrado la passione che li impronta recano pure utilissime testimonianze su quel fatto straordinario, volgiamo ora a diverso genere di componimento. Appena Benedetto da Norcia ebbe fondati i primi monasteri, tosto il viver monastico si distese rapido per una immensa regione. La scintilla accesa a Subiaco e a Montecassino s'era propagata lontano, e a stuoli i benedettini popolavano ormai le campagne dell'intero occidente. A secondare questa tendenza verso la vita cenobitica e per impulso di essa, erano frequenti le fondazioni di nuovi monasteri. I quali spesso, favoriti dalle circostanze, privilegiati dai principi, arricchiti da ogni maniera di gente con doni di terre che i monaci colonizzavano quando il valor della terra era in picciol conto, presto salivano a grande stato di ricchezza e potenza. La regola benedettina che oltre al lavoro manuale dei campi, imponendo ai monaci il leggere promuoveva la trascrizione dei manoscritti, accoppiava al beneficio inestimabile di moltiplicar libri l'altro non lieve di serbar nei monasteri alcun barlume di quella cultura che allora spegnevasi negletta dal rimanente clero in Italia. Fioca luce invero, ma pur così fioca valse tra il nono secolo e il decimo a ispirar talune scritture intorno alla origine e alle prime vicende di parecchi monasteri. Mista di leggende e di racconti miracolosi esse contengono una messe considerevole di fatti veri e molti tratti caratteristici di cui può servirsi lo storico nel ricomporre da quegli scarni profili il quadro di una età tanto buia[68].

Tra questi lavori uno ve n'ha che narra le origini del monastero di Farfa in Sabina. La storia della prima fondazione di questo monastero non posa nel fermo e si perde nella leggenda. Un santo uomo di nome Lorenzo, venuto dalla Siria a Roma nei tempi di Giuliano imperatore, fondò il monastero distrutto poi alla prima venuta dei Longobardi o, secondo un'altra versione, anche prima durante l'invasione vandalica di Genserico. Più tardi coll'aiuto di Faroaldo duca di Spoleto, il pellegrino Tommaso da Morienna ricostruì il monastero. Presto v'affluirono d'ogni lato i monaci, e la badia prosperò di tal guisa che a breve andare fu delle prime d'Italia, vasta per la estensione de' suoi possedimenti, potente per le sue relazioni coi duchi di Spoleto e coi re d'Italia. Perciò riesce pieno d'interesse quanto ce ne narra la Constructio o Liber Constructionis Farfensis, dall'anno 705, a cui può ricondursi approssimativamente la seconda e certa fondazione del monastero, fino all'anno 857 nel quale essa Constructio ha il suo termine. Opera d'un monaco ignoto del secolo nono, questo scritto non è pervenuto a noi quale lo compose l'autore, e solo ce ne resta quel che ne fu interpolato in un antico codice del monastero che contiene lezioni sulle vite di alcuni santi[69]. Questi avanzi della Constructio copiati senza alcun dubbio dal testo originale, recano testimonianza di una latinità assai migliore di quella che s'incontra per solito in quella età. Ciò forse è dovuto alla influenza delle relazioni onde il monastero fu sempre legato ai dominatori longobardi e franchi che nei loro contrasti colla sede apostolica lo tennero fin dal principio come il baluardo loro più prossimo alle mura di Roma. Governato da abbati di origine franca quando la cultura ecclesiastica era meglio curata oltralpe che a Roma, il monastero non soggiacque del tutto a questo periodo di decadenza letteraria che si attraversa, e vedremo più tardi sorgere tra le sue mura i primi inizî di una rinascenza storica a cui prelude intanto questa Constructio. Ad essa collegasi strettamente e fornisce materia di compilazione, la vita dei tre fondatori del monastero di San Vincenzo al Volturno. Nel primo quarto del secolo ottavo fondarono questo monastero tre giovinetti beneventani di nobile lignaggio e parenti fra loro, consigliandoli ed aiutandoli all'opera quel medesimo Tommaso di Morienna che avea ravvivato il monastero di Farfa. Autperto monaco e più tardi abbate di San Vincenzo raccontò la storia de' suoi fondatori non molti anni dopo ch'essi eran morti. Per questo racconto non s'accresce invero il patrimonio della storia, e solo è da farne menzione perché si ricongiunge alla storia di Farfa ed è monumento antichissimo della età longobarda[70]. Più rilevante invece è la Destructio Farfensis, scritta nel principio del secolo undecimo da Ugo abbate di Farfa. Al fermarsi delle invasioni barbariche calate da settentrione, l'Italia ebbe a patire nuove invasioni dall'Affrica. I Saraceni fattisi signori della Sicilia, venivano distendendo il dominio loro nel mezzogiorno d'Italia, e dove non avevano dominio stabile si spingevano rapinando in temporanee incursioni. Secondo il più o men di resistenza che lo stato politico d'Italia poteva opporre, essi davano indietro o avanzavansi. Roma stessa minacciata sovente, vide un giorno le orde saraceniche irrompere in San Pietro, e le vôlte della venerata basilica echeggiarono l'urlo selvaggio degli Infedeli saccheggiatori. È agevole intendere come i monasteri meridionali o non lontani dal mezzogiorno, isolati nelle campagne e celebri per le raccolte ricchezze, fosser continuo oggetto di mira pei Saraceni. L'odio pei tempî cristiani e la cupidigia del bottino eran d'invito a spiar le occasioni per invadere quelle badie e spesso dopo averle predate distruggerle. La badia farfense posta alle falde d'un colle sabinate in luogo molto bene accessibile ad una incursione, soggiacque alla sorte comune e fu distrutta. Così ridotta in rovina, Farfa rimase a lungo deserta dai monaci che vi tornarono sol quando fu possibile tornarvi con qualche speranza di sicurezza. La restaurata badia patì varie vicende finché il monaco Ugo levato al seggio abbaziale poté in un governo lungo e glorioso (A. D. 998-1039) rialzarne le sorti e la scaduta disciplina. Uomo di gran cuore e d'ingegno, Ugo non s'appagò del riformare il suo monastero e richiamarlo allo splendore antico: volle farsene storico e seguitar l'opera dell'anonimo autore della Constructio. Colla buona latinità tradizionale nella scuola di Farfa, Ugo ripigliò il lavoro dove l'altro lo aveva lasciato, e continuandolo fino ai suoi tempi lo intitolò Destructio dal gran fatto ch'ei narra della incursione saracenica. Per la storia di queste incursioni e per quella di Roma e di Spoleto ai tempi di Alberico, di Marozia e di Ugo re d'Italia, la Destructio ha grande importanza e merita forse più attento esame che non ebbe finora dagli storici[71].

Prima di distruggere la badia di Farfa, i Saraceni avean distrutta quella di San Vincenzo al Volturno e quella di Montecassino non meno fiorente e più famosa d'ogni altra. Quest'ultima fortemente situata a mezza via tra Roma e Napoli sul vertice d'un monte che domina la valle del Garigliano, fu minacciata lungamente prima di patire il saccheggio degli Arabi. Tra le ansietà di questa minaccia fu scritta una breve cronaca che dopo avere riassunto rapidamente dietro le vestigia di Paolo Diacono la prima storia di Montecassino, si distende in molti particolari sui fatti avvenuti in quei luoghi d'Italia verso il mezzo del secol nono fino all'anno 867. Intreccia, al solito, fatti veri e leggende, ed è scritta in un latino di cui la rozzezza male potrebbero superare altri scritti di quella età così barbara. Ma per la storia del Principato longobardo di Benevento, per quella degli Arabi in Italia e di lor guerre con Ludovico imperatore, è una preziosa cronaca. Nel frammento che segue si narra in qual modo il Monastero sfuggì una volta l'eccidio minacciatogli, e bene si pare da esso con quali cautele debba aggirarsi lo storico tra queste cronache per isceverare il vero tra le molte fallacie che ne precludono la vista agli occhi suoi.

«A questi dì i Saraceni uscendo di Roma, tutto devastarono l'oratorio di Pietro principe degli apostoli beatissimi, e la chiesa del beato Paolo, e uccisero Sassoni[72] assai, e molt'altra gente varia di sesso e d'età. E pigliarono la città di Fondi e depredati i luoghi vicini, a settembre accamparonsi di là da Gaeta. Contro ai quali arrivò l'esercito dei Franchi, ma sbaragliato dai Saraceni il dì quarto delle idi di novembre, si mise in fuga. I Saraceni inseguendo i Franchi e pigliando loro ogni cosa, giunsero da ultimo a santo Andrea e ne arsero il convento. I quali pervenuti al convento del beatissimo Apollinare vescovo, che chiamano d'Alviano, vider da presso il monte del beatissimo confessore di Cristo, e volean subito salirvi ma l'ora tarda vietò loro il passaggio. Adunque tanta era allora serenità di cielo e siccità di terreno, che il fiume poteva attraversarsi a piedi da chi voleva. I monaci del beatissimo padre Benedetto, vedendosi così vicina la morte, tosto si dieder l'assoluzione a vicenda supplicando il Signore misericordioso che ricevesse propizio in pace le loro anime ch'essi ad ogni minuto aspettavansi dovesser migrare per morte repentina. Tutti dunque a pie' nudi, sparso di cenere il capo, con litanie trassero al patrono loro Benedetto beato. Mentre era grande il terrore e trepida l'aspettazione e facevasi copiosa prece all'onnipotente Signore, apparve in visione a Bassacio padre il suo predecessore Apollinare abbate, dicendo: ‘O che avete? che dolore vi preme?’ E Bassacio: ‘Padre, ci sta sopra la morte, e non è da temere?’ ‘No, dice, non vogliate temer nulla: il pio padre Benedetto ottenne la salvezza vostra. Pregate dunque ardentemente Iddio con litanie e solennità di messe. Iddio esaudirà pronto le voci che chiamano a lui: da ultimo noi pur che siam nella chiesa, non cessiamo insieme cogli altri cittadini del cielo di pregare Gesù Cristo Signore per voi.’ E sorgendo dal sonno il pastor Bassacio e narrando ciò ai fratelli, tutti insieme con eccelsa voce benedissero Iddio che salva chi spera nella misericordia sua. Allora subito ecco venire una pioggia immane, e lampi e tuoni così veementi che il fiume Carnello (Garigliano) crescendo oltre il segno, die' fuori. E mentre il dì prima potevano i nemici passarlo a piede, il dì appresso, costretti dalla repulsione divina, non potevano neppure accostarsi alle ripe. Volevan pure attraversare ad ogni modo il fiume, ma non trovando alcun adito per passare al cenobio, mordevansi le dita secondo lor fiera barbarie, e fremevano e stridevano i denti correndo qua e là furibondi. E per non tralasciare l'usata scelleratezza loro arsero i conventi dei beatissimi martiri Stefano e Giorgio, e passando pei Due Leoni se ne tornarono all'accampamento. Alquanti giorni dipoi uccisi i loro cavalli si misero in mare. I quali quando furono così prossimi alla patria loro che già vedevano i monti vicini, fecero festa con applausi marinareschi secondo l'usanza loro. Ed ecco apparir tra loro una navicella che recava due uomini, e l'uno avea l'abito come di chierico e l'altro di monaco. I quali dissero a loro: ‘Onde venite e dove andate?’ Ma quelli risposero dicendo: ‘Torniamo via da Pietro, devastammo a Roma tutto l'oratorio di lui, predammo il popolo e il paese, vincemmo i Franchi e ardemmo i conventi di Benedetto. E voi,’ dicono, ‘chi siete?’ Rispondono quelli: ‘Chi noi pur siamo vedrete or ora.’ Tosto venne su una gran tempesta e una procella veemente: onde le navi tutte furono infrante e tutti i nemici perirono: nessuno affatto di loro rimase che annunziasse la cosa ad altri. Nel tempo seguente poi, Leone venerabile papa, circondò l'oratorio del beato Pietro di mura fermissime ed eccelse affinché un evento somigliante non accadesse più mai in Roma.»[73]