La nascita di Paolo Diacono e i casi di sua vita sembravano destinarlo all'ufficio di storico. Nato in Italia da stirpe longobarda quando il regno longobardo si avvicinava alla sua caduta, amante del popolo da cui traeva l'origine, amico ai suoi principi, e d'altra parte educato da maestri italiani alle tradizioni doppiamente latine della antichità classica e della Chiesa, Paolo Diacono era insieme italiano e longobardo. Da ciò quella specie di patriottismo che unisce in lui le due razze e par che simboleggi tra esse una fusione che non potè mai compiersi intera e solo si compì in parte quando il popolo oppressore soggiacendo ai Franchi scese alquanto più vicino agli oppressi. Già Paolo rifacendo l'opera d'Eutropio aveva narrata la storia di Roma, ed ora mutato per dir così il titolo del suo lavoro, nelle vicende del popolo longobardo narrava il proseguimento di quella storia. Come s'è già veduto, i popoli germanici ignari di lettere affidavano la notizia di loro genealogie e di loro imprese alla tradizione che le tramutava in canti e in leggende. Ricavare da queste leggende la vita del popolo ch'esse celebravano, era l'ufficio di chi metteva mano alla storia quando le imprese accumulate e i primi raggi della civiltà penetrati ispiravano quasi inconsciamente il desiderio d'una narrazione più certa e più duratura. Da ciò quell'intrecciarsi continuo dei fatti reali coi leggendari che dà un carattere così spiccato alla storia dei Longobardi i quali anche, per loro indole rude ma cavalleresca, spesso condussero imprese da leggenda piuttosto ispirati da vaghezza di mostrarsi prodi che da ragione di Stato. Bene Cesare Balbo con l'usata acutezza sua ha notato che fin dai tempi di Autari e di Teodelinda «possono dirsi incominciati in Italia i tempi, benché il nome non peranco, della cavalleria; tempi più piacevoli all'immaginazione che all'effetto, più ammirabili ne' romanzi che nelle storie; tempi non senza virtù, ma di virtù sprecata.»[56] Nè v'ha per fermo romanzo cavalleresco delle età posteriori che narri alcun racconto più ricco d'avventurosa poesia di questo che ci è narrato da Paolo:

«.... Dopo queste cose re Autari inviò legati in Baviera per chiedere in matrimonio la figlia del re Garibaldo, e questi accoltili benignamente promise di dare ad Autari la figlia sua Teodelinda. Ciò nel tornare riferendo i legati ad Autari, egli desideroso di veder cogli occhi suoi la sua sposa, presi con sé alcuni pochi ma scelti Longobardi e conducendo quasi come seniore un suo fedelissimo, senza indugio trasse in Baviera. I quali introdotti secondo l'usanza dei legati al cospetto di re Garibaldo, posciaché colui ch'era venuto con Autari quasi come seniore ebbe fatti i saluti e le parole d'uso, Autari ignoto a tutta quella gente, fattosi più presso a re Garibaldo gli disse: ‘Il signor mio Autari re qui mi ha propriamente inviato a veder la figliuola vostra sua sposa, affinché io possa sicuramente annunziare al signor mio quale ne sia la bellezza.’ E udendo ciò il re e fatta venir la figliuola, Autari contemplatala tacitamente e vedendola di belle forme e compiacendosene in ogni cosa, disse al re: ‘Poiché tale vediamo essere la persona della figliuola vostra che bene dobbiamo desiderarla per nostra regina, noi ameremmo, se piace alla podestà vostra, che ella ci desse di mano sua la coppa del vino come dovrà fare appresso con noi.’ E avendo il re conceduto che ciò si facesse, ella presa la coppa del vino, prima propinò a colui che pareva esser seniore. Poscia avendola pôrta ad Autari ch'ella ignorava esser lo sposo suo, questi, dopo aver bevuto, nel render la tazza, senza che altri lo notasse col dito le toccò la mano, e accostò la fronte e il volto alla sua destra. Ella suffusa di rossore narrò il fatto alla nutrice. A cui la nutrice disse: ‘Se questi non fosse lo stesso re e il tuo sposo, certo non avrebbe osato toccarti. Ma tacciamo frattanto che non lo sappia tuo padre: per fermo egli è persona degna e di tenere il regno e d'associartisi in matrimonio.’ Era allora Autari florido d'età giovanile, di bella statura, biondo di crine e di nobilissimo aspetto. Coloro preso commiato dal re, ripigliando la via della patria mossero in fretta a' confini dei Norici. Imperocché la provincia dei Norici abitata dal popol de' Bavari, ha la Pannonia da oriente, da occidente la Svevia, da mezzogiorno l'Italia e da tramontana il corso del Danubio. Autari adunque essendo già arrivato presso a' confini d'Italia e avendo con sé i Bavari che lo riaccompagnavano, levossi quanto potè sul cavallo che inforcava, e con tutta forza infisse nell'albero che gli era più prossimo la scure che tenea in mano e ve la lasciò infissa con queste parole: ‘Di cotali ferite suol fare Autari.’ E avendo ciò detto, allora i Bavari che l'accompagnavano intesero ch'egli era lo stesso re Autari.»[57]

Nè solo per fatti somiglianti apparisce in forma così leggendaria la storia dei Longobardi. Il racconto di rivolgimenti politici gravissimi mostra il vero della osservazione del Balbo intorno alla tendenza cavalleresca che si veniva manifestando allora in Italia e improntava del suo carattere molte azioni reali di quel popolo. Questa tendenza si riflette come in uno specchio nell'anima ingenua ed immaginosa di Paolo diacono ed è gran fortuna pei posteri. Ispirato da essa egli narra la storia delle cose avvenute quali la voce viva delle tradizioni gliele riferisce e non sciupa queste ultime sfoggiando una vana erudizione o una critica non concessa ai suoi tempi. Così per lui rientriamo davvero nella età longobarda e i suoi personaggi sono ritratti con un vigore di movimento e di colorito che ci aiuta a maraviglia per intenderli e per rifarci nella mente que' tempi de' quali egli solo ci ha lasciato un largo e durevole ricordo. Dalle prime mitiche origini longobarde egli scende fin quasi ai tempi di Desiderio e di Adelchi di cui non tratta, o che la morte gli rompesse a mezzo il racconto o che gli fosse troppo arduo narrar la conquista del suo popolo compiuta da quel Carlo che lo aveva tanto onorato. Longobardi, Greci, Romani da Alboino a Liutprando ci ritornano ancor vivi dinnanzi. Tra la gran folta del popolo tutti quei papi e re e gran baroni, e gli aderenti loro e i nemici, e monaci e guerrieri e santi e donne eroiche ed abbiette tutti risorgono e si muovono nel libro di Paolo. Battaglie aperte e congiure, splendori di corti e spelonche di romiti, virtù e delitti, sacrilegi e miracoli, si seguono e s'intrecciano in un contrasto pieno di vita. Scegliere esempi dalle narrazioni di Paolo è difficile, massime quando è necessità limitarsi: valga perciò questo solo episodio che narro in gran parte colle parole stesse di Paolo.

Dopo il glorioso regno di Rotari il legislatore e l'altro assai breve di Rodoaldo, fu chiamato al trono Ariperto figlio ad un fratello di Teodelinda il quale regnò nove anni di cui quasi nulla ricorda la storia. Alla sua morte due figli suoi Godeperto e Pertarito si divisero il regno e il primo pose stanza a Pavia l'altro a Milano. Questa divisione, nuova presso i Longobardi, mostra come gli animi fossero divisi intorno alla elezione e si potessero male accordare. Infatti indi a breve pur tra i fratelli sorse dissenso, e Godeperto istigato da mali consiglieri, spedì il duca di Torino a Grimoaldo duca di Benevento, principe dei più potenti d'Italia e per le qualità sue personali riputatissimo. Godeperto offriva una sua sorella in isposa al beneventano e in cambio gli chiedeva aiuto contro Pertarito, ma il messaggero fattosegli traditore offrì invece a Grimoaldo la corona regia e l'esortò a trar partito dalle discordie di que' fratelli per farsi signore d'Italia. Grimoaldo si recò in Lombardia, e quel da Torino inteso sempre nel suo proposito, eccitando sospetti vicendevoli tra i due alleati, adoperò così scaltro che al primo loro abboccarsi Grimoaldo uccise di mano sua Godeperto. All'annunzio del fatto Pertarito, sentendosi forse mancare a un tratto ogni appoggio, abbandonò Milano a così gran fretta che si lasciò dietro la regina e il figliuol Cuniperto i quali furono confinati entrambi a Benevento mentre egli vagava. Grimoaldo intanto sposò la sorella dell'ucciso principe, fatto non senza esempio nella storia longobarda ma pur molto strano, e nel 662 fu confermato re a Pavia. Le vicende dello sbandito re Pertarito lungo l'esilio ci sono così narrate dallo storico nostro:

«Confermato dunque Grimoaldo nel regno sul Ticino, non molto dopo si tolse in moglie la figliuola di re Ariperto che già eragli stata promessa e di cui egli avea ucciso il fratello Godeperto. L'esercito beneventano che l'aveva aiutato a impadronirsi del regno rimandò con gran doni alle sue case. Tuttavia trattenne solo alquanti di esso a star seco concedendo a loro possedimenti larghissimi.

«Il quale posciaché seppe che Pertarito fuggendo era arrivato in Scizia e dimorava presso del Kan, a quel medesimo Kan re degli Avari mandò dicendo per suoi ambasciatori, che se ricoverasse Pertarito nel regno suo, non potrebbe mantener più quella pace che s'era mantenuta fino ad allora tra i Longobardi e lui. Udendo ciò il re degli Avari chiamato Pertarito dissegli ch'egli andasse pure in qual parte gli piaceva ma che gli Avari non avean da contrarre nimicizie coi Longobardi. E Pertarito in udir ciò si rivolse all'Italia per tornarsene a Grimoaldo perché aveva udito ch'egli era clementissimo. Pervenuto adunque alla città di Lodi, prima di sé mandò a re Grimoaldo, Unulfo un fedelissimo uom suo che gli annunziasse la sua venuta. Unulfo quindi presentandosi al re gli annunziò che Pertarito veniva a mettersi nella sua fede. La qual cosa udendo colui promise sicuramente ch'egli non patirebbe alcun male poiché veniva alla fede sua. In questa venendo Pertarito, entrato presso Grimoaldo, mentre voleva buttarglisi a' piedi, il re clemente lo trattenne e lo sollevò all'amplesso suo. A cui Pertarito: ‘Io son tuo servo, gli dice; sapendoti cristianissimo e pio, mentre potea viver tra i pagani, m'affidai alla tua clemenza e ti venni innanzi.’ A cui il re col solito suo giuramento così promise dicendo: ‘Per colui che mi fe' nascere, posciaché tu venisti alla mia fede, in niuna cosa tu patirai male, ed io così ordinerò le tue cose che tu possa vivere onoratamente.’ Quindi assegnandogli ospizio in una casa spaziosa gli disse di riposarsi dopo il travaglio del viaggio, e impose che gli si somministrasse largamente dal denaro pubblico il vitto e ogni cosa necessaria. Ma poiché Pertarito fu andato alla casa apparecchiatagli dal re, subito cominciarono torme di cittadini pavesi ad accorrer quivi o per vederlo, o, quelli che già lo conoscevano, per salutarlo. Però dove non giungono le male lingue? Imperocché tosto alcuni adulatori maligni recatisi al re gli sussurrano che s'ei non toglierà prestamente Pertarito di vita, egli stesso perderà in breve e regno e vita, asseverando che perciò tutta la città accorreva a lui. Udito ciò Grimoaldo troppo credulo e dimentico delle promesse, s'accende subito al pensiero d'uccider Pertarito e fa consiglio del come ucciderlo l'indomani poiché l'ora era omai troppo tarda. In sul vespro gli invia diversi cibi, scelti vini e bevande di varie maniere, affinché abbandonatosi quella notte al molto bere e sepolto nel vino non valesse a badare in nulla alla salvezza sua. Allora un tale ch'era stato ai servigi di suo padre, avendo recato a Pertarito le regie vivande, inchinando il capo fin sotto la mensa quasi a salutarlo, segretamente gli annunziò che il re aveva divisato d'ucciderlo. E Pertarito subito comandò al suo coppiere che nella tazza d'argento null'altro gli versasse fuorché un po' d'acqua. E poiché coloro che gli portavano le varie bevande lo pregavano a nome del re che si bevesse tutta la fiala, quegli promettendo di berla tutta in onore del re, libava un po' d'acqua nel calice d'argento. Quei ministri annunziando ciò al re e ch'egli beveva avidissimo, il re lieto rispose: ‘Beva quel briacone; domani renderà quel vino medesimo misto col sangue.’ Pertarito intanto chiamato a sé subito Unulfo gli narrò la trama del re per ucciderlo. Unulfo subito mandò a casa sua un ragazzo che gli portasse i panni del letto e si fe' apparecchiare un letto presso quello di Pertarito. Nè andò un pezzo e Grimoaldo diresse i suoi satelliti a circondar la casa dove Pertarito dormiva talché non potesse scampare in alcun modo. E finita la cena e tutti usciti, rimanendo soli Pertarito, Unulfo e il guardarobiere di Pertarito che gli era fedele davvero, essi s'aprono con lui e lo supplicano che, mentre Pertarito fuggirà, egli, il più lungo tempo che potrà, entro la stanza da letto finga di dormire. E promettendo quegli di far così, Unulfo impose sulle spalle e sul collo a Pertarito i panni del letto e la coltrice e una pelle d'orso, e secondo l'accordo cominciò a cacciarlo fuor della porta ingiuriandolo forte e per giunta battendolo colla verga, senza cessar mai di sgridarlo, talché colpito e spinto ruzzolava spesso a terra. E interrogandolo di ciò i satelliti regi che eran lì posti a custodia: ‘Questo servo cialtrone, rispose Unulfo, mi avea collocato il letto nella stanza di codesto briacon Pertarito, il quale è così pien di vino ch'ei giace come morto. Mi basta d'aver seguita finora la pazzia sua, d'ora innanzi, finché viva il re, io nella propria casa, mi rimarrò.’ Udendo tali cose coloro e credendole vere se n'allietarono, e dando luogo a lui e a Pertarito, che stimavano essere un servo e che per non farsi conoscere avea il capo coperto, li lasciarono andare. Mentre essi andavano, quel fedelissimo guardarobiere chiusa bene la porta se ne rimase dentro solo. Unulfo intanto calò con una fune Pertarito giù da quel lato delle mura che è verso il Ticino, e l'associò a que' compagni che potè raccogliere. I quali tolti que' cavalli che trovaron lì alla pastura, corsero in fretta quella stessa notte ad Asti dove Pertarito aveva amici i quali si mantenevano tuttavia ribelli a Grimoaldo. Quindi movendo quanto più presto poté a Torino, superati i confini d'Italia giunse alla patria dei Franchi. Così Iddio onnipotente per disposizione di misericordia e strappò un innocente alla morte e salvò da colpa il re che nell'animo suo desiderava di far bene.

«Ma Grimoaldo stimando che Pertarito dormisse nella dimora sua, tra questa e il suo palazzo fece distendere una schiera d'uomini per far passare Pertarito in mezzo a loro affinché non potesse fuggire in nessun modo. E venendo i messi del re a chiamar Pertarito a palazzo, e picchiando alla porta dove e' credean che si stesse dormendo, quel guardarobiere che stava dentro li pregava dicendo: ‘Abbiategli misericordia e lasciatelo dormire alquanto perché stanco ancora del viaggio è oppresso da sonno gravissimo.’ E annuendo quelli riportarono al re che Pertarito dormiva tuttavia un grave sonno. Egli allora: ‘Così s'è caricato iersera che adesso non può tenersi sveglio.’ A quelli tuttavia impose che svegliatolo subito lo conducessero a palazzo. I quali recatisi all'uscio della stanza dove speravano che Pertarito riposasse, incominciaron più forte a picchiare. Allora il guardarobiere di nuovo prese a pregarli che concedessero ancora a Pertarito di dormire un poco. Quelli irati esclamando che ormai il briacone avea dormito a sufficienza, rompono a calci l'uscio della stanza ed entrati cercano nel letto Pertarito. Non trovandolo chiedono al guardarobiere che cosa fosse di Pertarito e quegli rispose ch'egli era fuggito. Furenti a ciò lo prendono pe' capelli e tra le percosse lo strascinano a palazzo, e condottolo alla presenza del re, lo dichiarano conscio della fuga di Pertarito e però degnissimo di morte. Il re comanda che lo lascino e s'informa ordinatamente in qual modo Pertarito sia scampato. Quegli riferisce ogni cosa come s'era fatta. Il re interrogò allora i circostanti dicendo: ‘Che vi par di quest'uomo che fece una siffatta cosa?’ E tutti a una voce risposero ch'egli era degno di morir fra mille tormenti. Ma il re: ‘Per colui che mi fe' nascere, disse, degno è d'essere ben trattato quest'uomo che non ricusò di consacrarsi a morte per la fede del suo signore.’ E tosto comandò che l'annoverassero tra i suoi guardarobieri ammonendolo che gli serbasse la stessa fede che aveva serbata a Pertarito e promettendo di largirgli ogni agio. Chiedendo poi il re che fosse avvenuto d'Unulfo, gli dissero che s'era rifugiato nella Chiesa del Beato Arcangiolo Michele. Il re mandò subito per lui promettendogli spontaneo che non patirebbe alcun male, ma ch'ei venisse sulla sua fede. Unulfo poi udendo una tale promessa del re, subito venne a palazzo e gettatosi ai piedi del re fu interrogato da lui come e qualmente Pertarito avesse potuto scampare. Ma quegli avendo riferita ogni cosa per ordine, il re lodando la fede e la prudenza sua, gli concesse clemente tutte le sue facoltà, e quanto poteva avere.

«Il re poi dopo qualche tempo interrogando Unulfo s'egli volesse allora esser con Pertarito, quegli giurando disse che piuttosto vorrebbe morir con Pertarito che vivere altrove nelle maggiori delizie. Allora il re interrogò anche il guardarobiere chiedendo s'egli trovava migliore lo star con lui in palazzo o andar seguendo Pertarito nell'esilio. E avendo quegli risposto il medesimo che Unulfo, il re accogliendo benignamente le parole loro e lodando la loro fede disse ad Unulfo che dalla casa sua prendesse quanto piacevagli, cioè garzoni, cavalli e suppellettile diversa, e se ne andasse illeso a Pertarito. Nel medesimo modo licenziò anche il guardarobiere. I quali secondo la benignità regia pigliando a sufficienza tutte le cose loro, coll'aiuto del re medesimo si recarono nella patria de' Franchi al diletto lor Pertarito.»

Nè qui finisce questa drammatica storia. Qualche anno più tardi Pertarito sentendosi mal sicuro nella terra Franca pensò d'andarsene in Inghilterra. Frattanto Grimoaldo morì d'una ferita ch'egli avea cagionata a sè stesso nel tirar d'arco, e fu sospettato che i medici l'avessero avvelenata mentre mostravano di curarla. «Questi, conclude Paolo parlando di lui, all'editto composto da re Rotari aggiunse alcuni capitoli di legge che gli parvero utili. Fu egli validissimo di corpo, innanzi a tutti per audacia, calvo del capo, lunga la barba, non meno ornato di consiglio che di forza. Il corpo suo fu sepolto nella basilica del beato Ambrogio confessore, già fabbricata da lui entro Pavia. Un anno e tre mesi dopo la morte del re Ariperto egli avea invaso il regno dei Longobardi, e regnò nove anni lasciando re in età ancor puerile Garibaldo un figliuolo che da lui avea generato la figlia del re Ariperto. Adunque, come avevamo incominciato a dire, Pertarito lasciata la Gallia, salì una nave per passar nell'isola britannica al regno dei Sassoni. E già aveva alquanto navigato in mare, quando fu dalla riva udita una voce chiedente se Pertarito si trovasse in quella nave. E risposto ch'ei v'era, colui che chiamava, soggiunse: ‘Ditegli che egli se ne torni alla patria sua: già fan tre giorni oggi da che Grimoaldo fu tolto alla luce.’ Udendo ciò Pertarito subito tornò indietro ma giunto al lido non potè trovar la persona che avevagli annunziata la morte di Grimoaldo, onde fe' stima colui non essere stato un uomo ma un nunzio celeste. E quindi, movendo verso la patria, giunto ai confini d'Italia trovò che l'aspettavano palatini ossequi ed ogni regia dignità con grande moltitudine di Longobardi. Adunque tornato a Pavia, tolto del regno il fanciulletto Garibaldo, fu da tutti i Longobardi sollevato al regno nel terzo mese dopo la morte di Grimoaldo. Era egli uomo pio, cattolico di fede, tenace della giustizia, e dei poveri nutritore larghissimo. Il quale subito mandò a Benevento e richiamò di quivi Rodolinda consorte sua e Cuniperto suo figlio.»[58] Dagli esempi che son venuto recando non sarà malagevole al lettore il figurarsi i pregi principali e i difetti di Paolo e come scrittore e come storico. Nato quando le lettere latine erano cadute nel folto della barbarie, egli al paragone de' suoi tempi è scrittore assai buono ma non è da aspettarsene quella purezza sicura che abbellisce lo stile di latinisti fioriti in età diverse. Poeta gentile e talora perfino elegante egli adopera la lingua latina colla facilità nativa di chi l'ha usata fanciullo ancorché talvolta pecchi di qualche errore. Di stile è disugualissimo, e la disuguaglianza per lo più deriva dalle fonti a cui egli attinge spesso copiando. Generalmente egli è chiaro, ma si incontrano nel suo libro taluni passi intralciati e in tal modo oscuri, che dopo infiniti lavori tormentano ancora la fantasia e la pazienza degli eruditi a cui tocca d'interpretarli. Ama il vero con ardore di uomo onesto, ma ripete credulo le leggende e i racconti favolosi che ha trovato sparsamente nelle cronache o nelle tradizioni nè cerca d'alterarli togliendo ad essi o aggiungendovi nulla. E ciò è un gran pregio e tanto più gliene dobbiamo esser grati quanto più la cultura sua, vastissima pe' suoi tempi, poteva tentarlo ad una narrazione più ricercata e artificiosa che ne avrebbe insieme distrutto il fascino e il merito storico. Così com'essa è la sua narrazione ha un valore immenso che s'accresce per l'uso ch'egli fece degli scritti perduti oramai senza speranza di Secondo di Trento. Il lungo e vario commercio di pensieri e d'affetti ch'egli ebbe con uomini e paesi assai diversi tra loro, lo trae quasi per istinto ad allargar la tela del suo racconto e a largamente giovarsi di altri scrittori per narrar fatti lontani da lui di tempo e di paesi. Perciò oltre che alla Origo e all'abbate Secondo, egli attinge sovente a Gregorio di Tours, a Beda il venerabile, alle vite dei Pontefici, alle opere di Gregorio il Grande e d'altri somiglianti scrittori. L'amore della verità che lo animava, i viaggi, le molte cose vedute, l'accesso familiare alle corti dei Longobardi e dei Franchi, gli agevolarono il mezzo di raccogliere le tradizioni del passato, mentre la fantasia vivida e la ingenuità sua lo muovevano a dipingerle al vero. Quanto ha di plausibile la Historia Langobardorum vuolsi riputar grave e degno d'esame maturo, e quanto v'ha di non plausibile in essa, bene dipinge e fedelmente gli antichi costumi dei Longobardi, a quel modo che la vecchia Scozia meglio che da ogni storico ci rimane innanzi dipinta dal maraviglioso pennello del suo gran romanziere.

Capitolo III