Nel seguito di questa lettera così notevole per giusta compiacenza e per l'umile fede che ne traspare, si fa cenno d'una grave questione ch'egli ebbe in Oriente con Giovanni il Digiunatore patriarca costantinopolitano, intorno al titolo di vescovo universale ch'egli rifiutava per sé e non voleva riconoscere in altri. Ma una tale questione che originò molte lettere della raccolta importantissime per la storia della Chiesa, trasmoda troppo la cerchia di questo libro. È necessità tralasciarla e concludere queste citazioni, forse già troppo lunghe, coi brani di un'altra lettera scritta ad Agostino l'apostolo d'Inghilterra: «Gloria negli eccelsi a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà. Come il morto grano di frumento recò molto frutto cadendo a terra affinché non regnasse solo nel cielo, così noi viviamo per la morte sua, ci confortiamo per la sua infermità, pel suo patire siam tolti al patire, per l'amor suo cerchiamo in Britannia i fratelli che ci erano ignoti, per sua grazia troviamo quelli che noi ignoranti cercavamo. Chi varrà a dir quanta gioia sia nata quì in cuore di tutti i fedeli a udir che la nazione degli Angli per la grazia dell'onnipotente Iddio e le fatiche della fraternità tua, scacciate le tenebre dell'errore s'è circondata della luce della santa fede, che già con mente franca essa calpesta gl'idoli a cui prima soggiaceva insana per terrore; a Dio onnipotente si piega pura nel cuore, dalle prave opere è trattenuta per le regole della santa predicazione, ai precetti divini inchina l'animo e sollevasi coll'intelletto, infino a terra umiliasi coll'orazione per non giacer colla mente a terra? Di chi è questa opera se non di colui che dice: Il Padre mio opera fino ad ora ed opero anch'io?[45].... Or tu godi pure perché le anime degli Angeli pe' miracoli esteriori son tratti alla grazia interiore, ma temi che fra queste maraviglie che sono operate l'infermo animo non si levi a presunzione, e mentre esaltasi fuori ad onore non cada internamente per vanagloria... Imperocché ai discepoli del vero non deve arrecar gaudio se non quel bene che hanno comune con tutti e nel quale non hanno fine alla letizia. Resta dunque, o fratello carissimo, che tra ciò che tu per opera di Dio fai esternamente, sempre all'interno ti giudichi sottilmente, e che sottilmente osservi ciò che sei tu stesso e quanta grazia sia in quella gente per la cui conversione ottenesti perfino il dono di far miracoli. E se ti ricorderai d'aver mancato talora innanzi al Creatore nostro o colla parola o coll'opera, sempre ti richiamerai ciò a memoria affinché il ricordo della colpa reprima la insorgente vanità del cuore. E quanto di operar miracoli ti sarà o ti fu concesso, stimalo donato non a te ma a coloro per la cui salute ti si concede.... Molto adunque vuolsi premer giù l'animo tra i segni e i miracoli affinché esso non cerchi la propria gloria ed esulti nel gaudio privato della sua esaltazione.

«Le quali cose io dico perché desidero umiliar l'animo di chi m'ascolta, ma tuttavia abbia anche la sua fiducia l'umiltà tua. Imperocché io peccatore tengo speranza certissima che per la grazia dell'onnipotente nostro Creatore e Redentore Dio e Signore Gesù Cristo, già i peccati tuoi sono rimessi e perciò sei eletto affinché per te si rimettano i peccati altrui. Nè avrai afflizione d'alcun peccato in avvenire tu che ti sforzi di far gaudio in cielo per la conversione di molti. Lo stesso Creatore e Redentore nostro, parlando della penitenza degli uomini, afferma: Io vi dico che si farà maggior gaudio in cielo per un peccatore penitente, che per novantanove giusti a cui non fa d'uopo pentirsi[46]. E se per un sol penitente è così grande gaudio nel cielo, qual gaudio crederem noi che si faccia per tanto popolo convertito dall'error suo, il quale venendo alla fede condannò col pentirsi il male che fece? In tanto gaudio di cielo e d'angeli ripetiam dunque quelle parole angeliche che premettemmo: “Gloria negli eccelsi a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà.”»[47]

L'anno 604, nel giorno 14 di marzo, chiudeva la santa vita Gregorio Magno e col cessare del suo epistolario la storia d'Italia perde la guida sua più luminosa attraverso que' secoli. Altre opere di Gregorio hanno pregio storico per le allusioni che vi si trovano a fatti contemporanei o recenti, e principale tra queste opere è il libro dei Dialoghi. In questo libro singolare, uno di quelli che più hanno affascinata la fantasia del medio evo, Gregorio descrisse le vite e i miracoli di San Benedetto e d'alcuni altri Italiani in fama di santità vissuti intorno al suo tempo e i più d'essi o conosciuti da lui o da persone a lui note. È una raccolta di leggende strane e fantastiche narrate con ferma fede e con ferma fede ripetute per secoli, ed è maraviglioso insieme e caratteristico di que' tempi e di questa nostra natura umana il trovar tanta puerile credulità in uomo di genio così mirabile. Ma queste leggende riescon preziose alla storia sparse come sono di fatti reali e d'allusioni a luoghi ad usi a monumenti non ancora scomparsi, a personaggi che vissero e operarono in quella età momentosa[48].

Colla morte di Gregorio le testimonianze contemporanee e dirette sulla storia d'Italia nei tempi longobardi cessano quasi del tutto. Il documento di maggior valore è l'Editto di re Rotari (A. D. 643), che con le aggiunte fattevi dai re successivi raccoglie in sé tutta la legislazione longobarda. Rotari prefisse all'Editto un prologo il quale nella scarsità delle memorie serve molto alla storia essendo riferita in esse con diligenza la serie dei re longobardi coi nomi di loro famiglie ed una accurata genealogia per dieci generazioni della famiglia dello stesso Rotari che era degli Arodi.

Finché Rotari non le raccolse, nessuno aveva scritto le leggi dei Longobardi. Esse scendevano tramandate colla parola viva da generazione a generazione e il somigliante accadeva per la memoria di loro genealogie e di loro imprese che circonfuse di leggende erano affidate al canto. Verso il 670 un Longobardo tentò come seppe di ricavare da quelle saghe alquanti cenni intorno alla provenienza del suo popolo, e questo lavoro eletto Origo Langobardorum s'aggiunse ab antico nei codici al prologo dell'Editto di Rotari e parve quasi confondersi in quello[49]. Prima di questi tentativi esisteva una storia dei Longobardi compilata da quell'abbate Secondo di Trento († 612), che levò al fonte battesimale il fanciullo Adaloaldo e si trova nominato qui sopra nella lettera di Gregorio Magno alla Regina Teodelinda, ma di questa storia, che sembra essere stata importante, riman la sola menzione negli scritti di Paolo Diacono a cui siam giunti oramai[50]. Il continuatore di Prospero d'Aquitania il quale condusse la sua continuazione fino al 671 ed un magister Stefanus che verso il 698 compose una rozzissima poesia in lode di re Cuniperto sono le sole fonti contemporanee che abbiamo oltre la Origo e l'Editto, e provenienti da scrittori di origine latina. I Longobardi stentarono sopra ogni altro popolo germanico ad avvicinarsi alla cultura latina e vi si avvicinarono sol quando la loro dominazione era presso al tramonto. Però, come osserva il Wattenbach, «i grammatici che malgrado la contrarietà dei tempi avevano sempre continuata l'opera loro, trovarono a poco a poco discepoli tra i Longobardi e quando la costoro signoria si appressò alla fine, già avevano educato al popolo straniero il suo storico che, come Giordane, alla caduta del regno ne serbò almeno la memoria.»[51] Questo storico fu Paolo Diacono, e di lui, insigne tra gli storici dell'antico medio evo italiano devesi ora trattar di proposito[52].

Paolo Diacono ci ha lasciato egli stesso memoria di sé qua e là ne' suoi scritti, e in essi possiamo seguir le traccie della sua vita che fu certo notevole. Nasceva da stirpe antica ed egli ne risalisce la storia intessuta di leggende. Leupchis, lo stipite ch'egli menziona del suo casato, scese nel Friuli con Alboino al tempo della prima invasione longobarda e quivi morì lasciando cinque figliuoli che poco appresso presi in una incursione degli Avari furon tratti via dalla patria. Durava da lungo la lor prigionia quando Lopichis un d'essi, pervenuto alla virilità potè scampar colla fuga. Dopo un lungo vagar solitario alla ventura tra stenti immani e pericoli, un dì sulle Alpi mentre considerava incerto il suo cammino, ecco presentarglisi innanzi d'improvviso un lupo e farglisi guida per la via sconosciuta. Poi a un tratto sparitogli dagli ocelli misteriosamente il lupo, una visione gli venne a soccorso nel sonno e gl'indicò la rimanente strada fino al Friuli. Quivi trovò la deserta casa dov'era nato, e riconosciuto dai suoi parenti potè ristorarla e fondare in essa la sua famiglia. Da Lopichis derivò Arechis e da lui Warnefrit, il quale unitosi ad una Teodelinda, n'ebbe alquanti figliuoli. Un d'essi, nato per quanto si congettura tra il 720 e il 725 all'incirca, fu il nostro Paolo Varnefrido o, come più universalmente è chiamato. Paolo Diacono.

Paolo ebbe a maestro nelle lettere il grammatico Flaviano nipote ad un altro grammatico di nome Felice. Nelle scuole studiò la lingua greca non senza profitto come è da credere malgrado la modestia colla quale egli accenna a questo ramo del suo sapere. Non è ben sicuro in quale luogo Flaviano gl'impartisse l'insegnamento suo, ma par probabile ch'ei fosse educato in Pavia alla corte del re dove per questi grammatici la cultura latina schiudevasi un varco. Certo Paolo trovavasi in corte ai tempi del re Ratchis (A. D. 744-749), perché ci narra d'avere egli stesso veduto quel re mostrare dopo un convito la tazza famosa che Alboino fe' far col teschio di Cunimondo re dei Gepidi. Com'è noto, Alboino, ucciso in guerra Cunimondo di cui poscia sposò la figliuola Rosemunda, soleva ai solenni conviti ber nel suo teschio ridotto ad uso di coppa. Un giorno a Verona grave di vino oltre il dovere, il tiranno offrì la tazza orrenda alla regina invitandola a ber lietamente col padre. L'atroce ingiuria vendicata più tardi ferocemente par così enorme a Paolo che nel narrarcela esclama: «Affinché ciò ad alcuno non apparisca impossibile, dico la verità innanzi a Cristo, io stesso un dì di festa vidi il re Ratchis che tenea in mano questa coppa mostrandola a' convitati suoi.»

Questo episodio che s'introduce qui ad esempio della feroce barbarie de' primi Longobardi, bene ci aiuta a seguire la storia della vita di Paolo e non è il solo per cui lo vediamo trattare familiarmente coi principi del suo tempo. Lo scritto più antico che ci rimane di Paolo (A. D. 763), è un carme sulle sei età del mondo, di cui le strofe recano acrosticamente il nome di Adelperga pia figlia del re longobardo Desiderio e moglie di Arichi duca di Benevento. Questa principessa che aveva avuto Paolo a maestro, gli rimase sempre amica e lo invitò più tardi ad aumentare e continuare la storia romana di Eutropio. Pare che egli componesse l'epitaffio in versi per la regina Ansa madre di Adelperga il cui cadavere fu ricondotto in patria dalla Francia dove Ansa era andata con Desiderio quando l'armi di Carlo Magno fransero il regno dei Longobardi. I versi della iscrizione che dallo stile pare sicuramente esser di Paolo, spirano una malinconia profonda e attestano l'affetto che l'autore portava alla stirpe sua longobarda. Non si sa in quale anno egli ricevesse i sacri ordini nè quando entrasse nel chiostro, ma il Waitz tiene per non improbabile ch'egli si rendesse monaco a Montecassino quando Ratchis balzato dal trono vi trovò un rifugio. Quivi la solenne pace del monastero presto pigliò tanto impero sull'animo di Paolo, che mai forse non si sarebbe indotto a lasciarla se gravi casi non l'avessero chiamato fuori. Nel 776 i Longobardi da breve conquistati si rivoltarono in varî luoghi contro a' Franchi e più vastamente nel ducato del Friuli. Se Paolo non s'immischiò in questa rivolta certo vi prese parte il fratel suo Arechis, il quale tratto prigioniero in Francia ebbe confiscate tutte le sostanze sue. Da questo fatto dee trarre origine una leggenda intorno a Paolo nata verso il secolo decimo e largamente diffusa nei secoli posteriori. A voler seguire questa leggenda, Carlo Magno sospettando Paolo complice in una congiura, l'avrebbe cacciato in esilio e confinatolo nell'isoletta di Tremiti donde egli qualche anno appresso avrebbe potuto fuggire per miracolo, rifugiarsi a Benevento e di là a Montecassino. Ma tutto questo racconto è fantastico. Per contrario quando già Carlo era venuto a Roma e avea dato prova di temperata mitezza nelle cose di Stato e mostravasi protettore delle lettere, vediamo Paolo rivolgersi al monarca vincitore. In versi ei gli chiede che sia reso il fratel suo alla famiglia da sei anni giacente in una miseria di cui dipinge lo squallore con gran vivezza di colorito e gran calore d'affetto. A far più efficace la intercessione, Paolo lasciò il monastero e valicate le Alpi si recò in corte di Carlo. Questi lo accolse con molto onore e lo trattenne più a lungo ch'ei non avrebbe voluto. Dalle rive della Mosella il desiderio del monaco tornava alla dolce pace gustata tra i maestosi silenzî delle rupi cassinesi: «Sebbene,» egli scrive all'abate suo Teodemaro, «uno spazio vasto di terra mi separi dal consorzio vostro, me congiunge a voi un tenace affetto che non può mai disciogliersi, nè il riferir per lettera e la brevità di queste pagine bastano a dirvi l'amor che mi crucia ad ogni momento per voi e pe' miei seniori e fratelli. Imperocché quando mi sovvengono alla mente gli ozî occupati solo in opere divine, e la grata dimora della cella mia, e il pio religioso affetto vostro, e la santa caterva di tanti soldati di Cristo intesa al culto divino, e di ciascun fratello gli esempi fulgidi per virtù diverse, e i dolci colloqui sulle perfezioni della superna patria, io tremo attonito e languisco, nè so trattener le lacrime tra i sospiri che m'escono dal profondo del petto. M'aggiro tra cattolici e dediti al culto cristiano, tutti m'accolgono bene, tutti mi si mostrano benigni per amore del padre nostro Benedetto, e pei meriti vostri. Ma al paragone del cenobio vostro il palazzo m'è carcere, al paragone di tanta quiete che si trova fra voi il viver qui m'è tempesta. Solo pel corpo frale son tenuto via da codesta patria, con tutta l'anima mia sono con voi. E ora mi pare d'essere ai vostri troppo soavi concenti, ora seder nel cenacolo a saziarci più colla lettura che col cibo, ora a considerar le opere di ciascuno negli uffici diversi, ora a indagar lo stato degli aggravati per vecchiezza o per male, ora a logorar le soglie dei santi care a me come un paradiso.» E chiudeva la lettera esprimendo la speranza di raggiunger presto i fratelli suoi, ma l'indugio al ritorno non fu così breve. Appunto in quel tempo Carlo adunando alla sua corte da ogni paese tutti coloro nei quali splendeva ancor qualche raggio della ormai spenta cultura, studiavasi di ravvivare intorno a sé la luce della civiltà romana mentre si preparava a far rivivere nell'ordinamento politico il nome di Roma e l'autorità dell'Impero. Paolo Diacono non poteva rimanersi estraneo a quest'opera di civiltà e si lasciò indurre a prendervi parte. Di ciò avanza un chiaro monumento nei versi che Pietro da Pisa gli scrisse in nome di Carlo magnificando le doti e la scienza di Paolo e paragonandolo agli scrittori più grandi della antichità. «La figliuola mia,» dice Carlo in que' versi «deve andare sposa in Grecia ed è mio desiderio che Paolo ammaestri nella lingua greca coloro che dovranno accompagnarla a Costantinopoli.» Paolo verseggiando in risposta accetta l'incarico ma rifiuta modesto le lodi regali ed anche nega d'aver tentata la conversione del re di Danimarca Sigfrido, attribuitagli da Carlo in altri versi di Pietro da Pisa. Verso quel tempo Paolo compose l'epitaffio d'Ildegarde moglie di Carlo Magno († 783) e delle sorelle e figliuole di lui. Inoltre, sempre ad istanza di Carlo, condusse a termine una pregevole raccolta di omelie, abbozzata già a Montecassino la quale, come già altri osservò, venne in grande aiuto all'ignoranza quasi universale in quei tempi del clero[53].

Nè si limitarono a tanto le fatiche letterarie del nostro monaco cresciuto oramai in fama tra i letterati dell'età sua. Fece un estratto del trattato De verborum significatione di Festo Pompeio, serbando così ai posteri almeno in parte un documento che ancora è prezioso ai filologi e agli studiosi della legislazione romana. Pregato da Angilramno vescovo di Metz, compose la storia dei vescovi Metensi e aprì egli primo oltre l'Alpi, la serie di quelle storie episcopali che hanno tanto giovato in ogni paese alla storia della chiesa cristiana[54]. In quest'opera narrò diffusamente la vita di santo Arnulfo stipite della casa carolingia e colse al volo la propizia occasione per celebrare le glorie e le virtù del monarca che gli si mostrava così benigno. In corte dovette Paolo incontrarsi e si strinse di calda intima amicizia con uno dei maggiori uomini di quella età, parente a Carlo, Adalardo abate di Corvey. Pur questa amicizia recò frutti letterari, e, a richiesta dell'amico, Paolo si diè ad emendare il testo delle lettere di Gregorio il Grande del quale anche dettò una vita, ma colto da infermità potè solo compiere una breve parte del suo lavoro che mandò ad Adalardo con una soave lettera riboccante d'affetto.

Pare che Paolo mettendo a profitto quegli anni di dimora oltralpe visitasse gran parte di Francia e i monasteri più famosi in essa. Ma nè le attrattive di quel bel paese bastarono a fargli dimenticare la cara patria, nè i dolci legami delle nuove amicizie a fermarlo per sempre in corte di Carlo. Nota il Wattenbach che forse la nimicizia tra Carlo e Arechis principe di Benevento, sempre crescente finché scoppiò in guerra aperta, potè da ultimo rattristargli la dimora in Francia sebbene il re gli rimanesse sempre amico. Inchina altri a credere che Paolo sul cadere del 786 tornasse in Italia collo stesso Carlo. Conghietture probabili entrambe ma non sicure. Certo è solo che intorno al 787 Paolo dettava da Montecassino una bella iscrizione per Arechis morto in quell'anno, e con quel pio tributo suggellava l'amicizia fedele onde s'era legato al marito d'Adelperga sua discepola. L'affannoso desiderio del monaco toccava alfine la cima sua. Dopo così lungo aggirarsi tra i rumori del mondo e il fasto delle corti, egli poteva adesso rigoder quella pace profonda verso cui s'affannano certe anime con tanto più ardore quanti più trovano contrasti a raggiungerla. Dalla vetta di quel monte venerando per pie memorie, dove Benedetto aveva deposto un seme tanto fecondo di civiltà, quel monaco solitario sciolto alfine d'ogni cura mondana poteva levarsi dalla contemplazione degli eventi umani alla contemplazione serena di Dio. Così in quei riposi tranquilli nacquero gli ultimi due lavori a cui consacrò la rimanente vita[55], un commentario alla regola monastica e quella storia dei Longobardi che gli ha assicurata la fama presso i posteri.