Un uomo siffatto, mescolato com'era a quanto di notevole accadeva nel mondo, di necessità doveva riflettere l'età sua in quante scritture gli sgorgavano dalla penna feconda, onde talune di queste, intese allora a tutt'altro scopo, hanno oggi un valore storico altissimo che s'accresce per la gran povertà di ricordi contemporanei. Nato verso il 540, mentre Belisario contrastava ai Goti il dominio d'Italia, Gregorio studiò a Roma grammatica, rettorica, filosofia e diritto[33]. Giovanissimo ancora era salito alla dignità di Pretore o di Prefetto in Roma, ma le cure politiche non bastavano a distoglier lui uomo insieme di azione e di pensiero, dalle pie opere e dalle abitudini contemplative. Mosso da quella forza infaticabile che non gli fallì mai nella vita, egli dietro la guida d'Ambrogio e d'Agostino, fonti limpide e profonde com'ei le chiamava, intendeva la mente alla teologia e intanto volgeva le vaste ricchezze sue a fondare sei monasteri in Sicilia e un settimo a Roma al Clivo di Scauro là sul Celio, dove oggi ancora sorge una Chiesa che s'intitola dal suo nome. In questo monastero egli si chiuse alquanto più tardi a vita austera abbandonando la cosa pubblica, ma da questa non gli fu dato sottrarsi gran tratto. L'illustre casato e la potenza dell'ingegno suo non erano tali da lasciarlo rimaner nell'oscuro. Il pontefice Benedetto l'ordinò diacono per affidargli una delle sette regioni di Roma, e Pelagio secondo lo mandò come apocrisario a trattar gli affari della Chiesa a Costantinopoli. Quivi durante l'ambasceria acquistò credito presso l'Imperatore, e salì in tale riputazione, che al suo ritorno in Roma, morto nel 590 papa Pelagio, i Romani con voto unanime lo chiamarono a succedergli. La sua resistenza e la tentata fuga da Roma non valsero a salvarlo dal peso di quella gran dignità. Il volere del popolo e del clero di Roma ebbe a Costantinopoli la sanzione imperiale, e gli fu forza rassegnarsi ed accettare un incarico che tanto più lo sgomentava quanto al suo genio e al suo cuore ne apparivano più vasto il concetto e più tremendi i doveri. I tempi calamitosi imponevano all'alto ministero sempre nuove fatiche e suggerivano sempre nuovi pensieri, ma la sua mente anelando al cielo ritornava ogni ora al ricordo della pace perduta e richiamava con tenerezza infinita la solitudine del monastero. «Il dolore ch'io soffro continuamente, ormai per uso è antico ed è pur sempre nuovo. L'anima mia angustiata ricorda quale era un tempo nel monastero, e come ella sovrastava alle cose fugaci, e pensando solo delle celesti per virtù di contemplazione trapassava oramai il claustro della carne e la morte divenivale cara come principio di vita e premio dell'opera, sua.»[34] Con tale rimpianto egli apriva un giorno l'angosciata anima ad un amico che lo aveva sorpreso sedente in luogo solitario, a meditare in silenzio il suo dolore. Ma nè le tendenze ascetiche dello spirito nè le infermità che lo travagliavano ebbero forza di stornarlo dagli obblighi dell'ufficio suo. Un cuore romano gli batteva nel romano petto, ed ei ne seguiva i dettami con fermezza d'antico. La mente sua larga come il suo zelo spandeva in ogni plaga le cure benefiche, e per esse ei diveniva centro a popoli diversi e guida ad una nuova civiltà ignota ancora ma nascente per impulso di lui. Or tutte queste cure continue e varie, animate da una carità così intensa e così comprensiva, originarono tra gli altri suoi scritti uno stupendo volume di lettere che attestano la sublimità di sua vita e sono insieme il maggiore monumento storico dell'età sua. Divise in quattordici libri secondo gli anni del suo pontificato[35], e scritte ad ogni ceto di persone, queste lettere spiegano mirabilmente le condizioni dei tempi gregoriani e riflettendo l'immagine della vita d'allora mantengono o confermano il ricordo di fatti ignoti o mal noti. Semplici e prive d'ogni ornamento, ciascuna d'esse rivela la ispirazione momentanea per cui fu dettata, ma dal loro complesso si ricava il lungo e continuo pensiero dello scrittore. Lo stile dei profeti ai quali ispiravasi nelle altre opere sue, non veniva innanzi a Gregorio quando esprimeva caldamente e improvviso i pensieri suoi senza scopo letterario e stretto quasi sempre da motivi immediati e incalzanti. Perciò lo stile delle sue lettere scevro da mistica ampollosità procede piano e scorrevole ricordando talora la semplice e dignitosa latinità di tempi migliori[36]. I soggetti d'esse svariatissimi trattano ogni materia dalle più ardue questioni religiose e politiche alla minuta amministrazione dei beni della Chiesa, dalla ansiosa cura delle singole anime al patetico familiare racconto dei suoi lunghi e quasi continui patimenti morali e fisici[37]. Ma il riferire alcuna di queste lettere gioverà meglio d'ogni discorso a descriverne l'importanza e a dipingere lo squallore che ravvolgeva allora la storia nostra. Così la lettera seguente indirizzata all'imperatrice Costantina per ottenere alleviamento ai mali che gravavano sulla Corsica e la Sardegna, mostra qual fosse il governo dei Greci e come stesse l'Italia a strazio tra le due tirannidi dei nuovi e degli antichi oppressori.
«Posciaché» egli scrive «io conosco la serenissima Donna nostra esser pensierosa della patria celeste e della vita dell'anima sua, io terrei me gravemente colpevole, se tacessi quanto per timore dell'onnipotente Iddio è da suggerire. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti gentili, ed essi tuttavia secondo il loro mal uso, sacrificare agl'idoli, e i sacerdoti di quell'isola andare torpenti a predicare il Redentore, vi mandai uno de' vescovi italiani, che, aiutando Iddio trasse alla fede molti dei gentili. Ma egli mi ha annunciata una cosa sacrilega; che coloro, i quali colà sacrificano agl'idoli, pagano al giudice affinché ciò sia lecito loro. Dei quali essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciati quei sacrifizi, tuttavia il giudice dell'isola, anche dopo il battesimo, esige quella paga usata dare da loro. Ed avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli, aver promesso tanto in paga dell'impiego, che nol potrebbe riavere se non a quel modo. L'isola di Corsica poi è oppressa di tanta soverchieria degli esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitatori vi possono a mala pena supplire vendendo i proprî figliuoli; ondeché lasciando la pia repubblica e' sono sforzati a rifuggire alla nefandissima gente de' Longobardi. E qual cosa più grave, qual più crudele veramente, potrebbero eglino patire dai Barbari, oltre all'esser ridotti a vendere i propri figliuoli? In Sicilia dicesi d'un cotale Stefano cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre senza pronunziar giudizio i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni, tante oppressioni che s'io volessi dire tutte le opere riferitemi di lui, nol potrei compiere in un gran volume. Adunque vegga la serenissima nostra Donna tutte queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Ben sono io certo non essere elleno pervenute alle vostre pie orecchie; che se 'l fossero non avrebbero durato fino al presente. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinché dall'anima sua, dall'Imperio e da' suoi figliuoli ei rimova tale e tanto gravame di peccato. E ben so ch'ei dirà forse, mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole. Ma dico io: conceda meno per le spese d'Italia e tolga dal suo Imperio le lacrime degli oppressi. E perciò forse tante spese fatte per questa terra giovano meno perché con mescolanza di peccato lor si provvede. Comandino adunque i serenissimi Signori che nulla più si raccolga con peccato. E se così si attribuisca meno alle spese della repubblica, tuttavia le si gioverà più, e sarà meglio non provvedere alla vita nostra temporale che procacciare impedimento alla vostra eterna. Pensate di che animo, di che cuore, in che strazi esser debbano quei genitori che per salvarsene strappansi dappresso i figliuoli! E chi ha figliuoli ben può sapere come s'abbiano a compassionare gli altri. A me poi basti l'aver questo brevemente suggerito, affinché se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio appresso il severo Giudice incolpato e castigato.»[38]
In quella desolazione d'Italia, Gregorio conscio che il governo imperiale piuttosto era d'aggravio che di soccorso ai mali, cercava quando poteva di concluder paci temporanee coi Longobardi per procacciare almeno a Roma e alle provincie dell'Impero qualche respiro in quella vita d'oppressione. Ma Romano esarca di Ravenna con gretta e gelosa politica gli faceva ostacolo e gli ruppe tra gli altri un accordo iniziato con Ariolfo duca longobardo di Spoleto. Ne conseguì una incursione longobarda intorno a Roma e stragi e rapine fin sotto le mura della città. Il pontefice oppresso dal gran dolore ne cadde infermo e solo riebbesi per andare incontro a nuove amarezze. Agilulfo, re dei Longobardi, volendo ricuperare alcune città ritoltegli per tradimento dai Greci, mosse rapidamente da Pavia verso Toscana, ricuperò Perugia e accostatosi anch'egli fin sotto le mura di Roma, recò ivi intorno nuovi guasti e saccheggi. Gregorio che a quel tempo spiegava ai Romani Ezechiele in un corso d'omelie, sopraffatto dalle calamità del suo popolo, non ebbe forza di seguitare. «Da ogni lato» sclamava «udiam gemiti; città distrutte, castella rase, campi devastati, la terra mutata in un deserto. Altri vediam tratti prigioni, altri mutilati, altri uccisi.» E di lì a poco cessando, così se ne scusava: «Non mi si faccia rimprovero s'io cesso dopo questo discorso, poiché, tutti lo vedete, le nostre tribolazioni s'accrebbero. D'ogni parte ne circondan le spade, da ogni parte temiamo un pericolo imminente di morte. Altri ci tornano innanzi colle mani mozzate, d'altri ci si annunzia che son captivi, d'altri che spenti. M'è necessario oramai trattener la lingua da questa esposizione.»[39]
Intanto ch'egli tentava d'alleggerir le sventure della patria e soffriva per esse nell'anima col doppio dolore di cristiano e di cittadino, i dignitari imperiali affaticandosi di scalzare l'autorità sua a Costantinopoli, l'accusavano d'esser caduto negli inganni del Duca di Spoleto e d'aver con ciò ingannato l'Imperatore. Gregorio indignato si difese, e scrivendo aperto ed austero all'Imperatore stesso: «Se la schiavitù di mia terra» diceva «non crescesse ogni dì, io pur tacerei del disprezzo e della derisione fatta di me. Ma questo mi duole che mentre mi si dà taccia di mentitore si strascina Italia più e più sotto al giogo de' Longobardi. Io dico al mio piissimo signore: pensi egli di me ogni male; ma intorno all'utile della repubblica e alla liberazione d'Italia, non dia facile le pie orecchie a ciascuno ma più creda ai fatti che alle parole. Contro ai sacerdoti poi non si sdegni nella sua terrena potestà il signor nostro sì prontamente; ma in considerazione di colui onde essi sono servi, comandi loro in modo da mostrar la dovuta riverenza.... Di quanto ebbi a soffrire dirò brevemente. Primo, mi fu guasta la pace ch'io senza spesa della repubblica avea fatta co' Longobardi in Toscana; poi, guasta la pace, si tolsero dalla città di Roma i soldati, e gli uni rimasero uccisi da' nimici gli altri collocati a Narni o a Perugia; e per tener Perugia si lasciò Roma. Fu peggio la venuta d'Agilulfo, quando io ebbi di miei occhi a vedere i Romani a guisa di cani colle funi al collo ire ad esser venduti in Francia. Noi, la Dio grazia, sfuggimmo, racchiusi nella città, dalle costoro mani; ma allora fu cercato d'incolparci che mancasser frumenti nella città, dove pure, com'io esposi altra volta, non si possono a lungo serbare. Nè di me duolmi; che fidato, il confesso in mia coscienza, purché salvi l'anima mia, mi tengo apparecchiato ad ogni cosa. Duolmi sì dei gloriosi uomini Gregorio prefetto e Castorio maestro de' militi, i quali fecero ogni cosa fattibile e durarono nell'assedio durissime fatiche di vigilie e guardie, e tuttavia poi furono colpiti dalla grave indignazione de' signori. Ond'io ben veggo aver ad essi nociuto non le azioni loro ma la mia persona; che dopo essersi con me affaticati con me ora son tribolati. E quanto a ciò che mi si accenna del terribile giudicio dello onnipotente Iddio, prego io per lo stesso onnipotente Iddio che mai più nol ripeta la pietà de' miei signori. Perché noi non sappiamo quale abbia ad essere quel giudicio; e dice Paolo egregio predicatore: Non giudicare anzi tempo, finché non venga il Signore il quale illuminerà i nascondigli delle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori. Questo io dico brevemente perché, indegno peccatore più m'affido nella misericordia di Gesù che nella giustizia della vostra pietà. E Iddio regga qui di sua mano il mio piissimo signore e in quel terribil giudicio lo trovi libero d'ogni delitto; e faccia poi piacere me, se è d'uopo, agli uomini; ma in cotal modo che io non offenda la sua eterna grazia.»[40]
Del resto nè calunnie nè ostacoli lo trattennero dal negoziar nuove tregue coi Longobardi studiandosi così di sollevar le campagne specialmente da quelle guerre devastatrici. Regnava allora sui Longobardi Agilulfo già duca di Torino principe di gran valore e conciliante d'animo, chiamato al trono da Teodelinda allorché rimasta vedova di re Autari, i nobili, al dire di Paolo Diacono[41] la lasciarono arbitra del regno invitandola ad eleggersi fra i duchi longobardi un successore all'estinto. Questa principessa, donna d'alte virtù, bavarese di nascita, cattolica di fede, esercitò una grande e salutare influenza nelle cose del regno e sui consigli del marito, e fu spesso mediatrice di pace. Dalle lettere di Gregorio apparisce sovente com'egli la tenesse in gran pregio e sperasse per lei di condurre al cattolicesimo i Longobardi. Riuscì in parte all'intento. Per le persuasioni di Teodelinda par che Agilulfo s'inducesse a lasciar l'arianesimo a quel modo che in Inghilterra le persuasioni di Berta aiutarono la conversione di Etelberto. Certo dopo Agilulfo i Longobardi a poco a poco, sebbene non senza molta resistenza, incominciarono a tenere una sola fede con gli Italiani e il fatto avea grande importanza perché valeva a scemare le divisioni tra i due popoli e n'aiutava la fusione alla quale peraltro fu sempre impedimento la coesistenza dell'Impero in Oriente. Verso quel tempo per cura di Teodelinda sorse la cattedrale di Monza a cui fu data in offerta la corona ferrea che servì da quel tempo a incoronare i re d'Italia e dopo aver cinta la fronte a Carlomagno e a Napoleone, apparve in un giorno di dolore solenne dietro al feretro di Vittorio Emanuele rinnovatore del regno italico. Quando nacque ad Agilulfo un figliuolo (A. D. 603), fu battezzato secondo il rito cattolico. Gregorio che afferrava bene la utilità di quell'evento, ne mandò lieto rallegramenti e lodi a Teodelinda. «Quello che mi mandaste in iscritto dalle contrade genovesi,» così le diceva Gregorio, «mi fece partecipe del gaudio vostro col farmi noto che per la grazia di Dio onnipotente vi fu concesso un figliuolo, e, quel che torna a lode della eccellenza vostra, ch'egli fu ascritto alla fede cattolica. Nè altro era da aspettarsi dalla cristianità vostra se non che avreste procurato di munir del sussidio della giustizia cattolica colui che v'era dato per dono divino, affinché il Redentore conoscesse in voi una serva fedele, e alimentasse nel suo timore il nuovo re alla nazione dei Longobardi. Perciò prego l'onnipotente Iddio ch'egli custodisca voi nella via de' suoi mandati e faccia crescer nell'amor suo l'eccellentissimo figliuol mio Adaloaldo per tal modo ch'egli già grande infra gli uomini anche per sue buone opere divenga glorioso dinnanzi agli occhi del nostro Iddio.
«Quanto a ciò che scrisse la eccellenza vostra che io dovessi sottilmente rispondere all'abbate Secondo, figliuol mio carissimo, chi mai, se infermità nol contrastasse, vorrebbe indugiarsi a soddisfare la domanda sua e il desiderio vostro il quale, vedesi, riuscirebbe utile a molti? Se non che mi opprime tale infermità di podagra, che non pur m'è negato il dettare, ma a stento posso levarmi a discorrere. Ciò sanno i legati vostri apportatori di queste lettere, i quali mi trovarono infermo al venire e mi lasciano in pericolo grande e dubbio della vita. Ma se l'onnipotente Iddio vorrà ch'io guarisca, a quanto egli mi scrisse risponderò sottilmente.
«.... All'eccellentissimo figliuol mio Adaloaldo re, mando alcune reliquie, cioè una croce col legno della santa croce del Signore, ed una lezione del Santo Vangelo inclusa in una teca persica. E alla figliuola mia, sua sorella, mando tre anelli, due con giacinti uno con onice, le quali cose prego sien date da voi a loro affinché per mezzo della eccellenza vostra riesca loro grato l'affetto mio.
«Nel mandarvi con amor paterno il debito saluto, chieggovi che al figliuol nostro eccellentissimo il re vostro sposo rendiate grazie per la fatta pace, e che per l'avvenire secondo l'uso vostro, lo esortiate con ogni maniera alla pace. Così tra le molte buone opere vostre potrete trovare innanzi al cospetto di Dio la mercé usata ad un popolo innocente che poteva perir nel dissidio.»[42]
Queste lettere scelte non senza esitazione tra molte d'ugual valore, possono in qualche modo mostrar la luce che viene alla storia d'Italia da questo singolare epistolario. Ma l'ampia mente di Gregorio, le ispirazioni del suo ministero, la larghezza cristiana della sua carità, non gli consentivano di restringere nella sola Italia l'opera sua, onde le sue lettere sono fonte di storia non pure italiana ma universale. La storia d'Europa si chiarisce mirabilmente per le lettere scritte nelle Gallie e in Ispagna, notevolissime tra le prime quelle dirette alla famosa Brunichilde[43], e tra le seconde quelle dirette a Leandro quel vescovo di Siviglia che indusse il re Recaredo e i suoi Visigoti ad abbandonar l'arianesimo. Del pari le lettere dirette a Costantinopoli, ad Alessandria ed altrove in Oriente e in Affrica, descrivono lo stato dei paesi più lontani e le loro relazioni con Roma. Quali poi fossero le relazioni tra Gregorio e la Inghilterra, e qual parte egli avesse alla conversione di quel paese, è famoso al mondo. Beda il venerabile raccogliendo le tradizioni inglesi ne ha lasciato un racconto notissimo ripetuto per tutto il medio evo. Egli narra come Gregorio non ancora pontefice veduti in Roma alcuni schiavi inglesi, colpito dall'angelica bellezza loro, udendo ch'essi erano idolatri, concepisse il pensiero di convertir l'Inghilterra alla fede. Ottenutane licenza ei s'avviava missionario a quelle contrade, ma appena mosso, ecco il popolo romano a sollevarsi e costringere il papa a richiamarlo. Questo racconto della cui verità non apparisce traccia nelle opere di Gregorio, riflette non solo l'affettuosa venerazione che nutrivasi per lui in Inghilterra qualche secolo dopo la sua morte, ma puranco l'affettuosa sollecitudine che nelle lettere di Gregorio traluce continua per quella missione[44]. L'infiammato ardore di carità che lo ispira su tale argomento mi sforza a varcare i limiti di questo lavoro, e uscendo dalla storia particolare d'Italia raccolgo qua e là qualche frammento in cui Gregorio parla di questa impresa a lui cara, e nel compiacersi della riuscita, coi gravi e dolci ammonimenti la dirige al suo termine.
«Ma,» egli scrive ad Eulogio vescovo Alessandrino, «poiché io so che voi tanto vi rallegrate nel bene operato da voi quanto in quel che è operato dagli altri, rendovi cambio del favor vostro e v'annunzio non dissimili cose. Imperocché perfidiando finora nel culto de' tronchi e delle pietre la nazione degli Angli che vive nel più remoto angolo del mondo, a me collo aiuto delle orazioni vostre entrò nell'animo ch'io dovessi mandar colà un monaco del monastero a predicare colla grazia di Dio. Il quale con mia licenza fatto vescovo dai vescovi di Germania, anche col conforto loro fu condotto laggiù in fin del mondo a quella gente, e pur ora ci son pervenute scritte notizie di sua salute e dell'opera sua. E tra quella gente splendono di tanti miracoli ed egli e gl'inviati con lui, che sembrano imitar le virtù insigni ch'essi vanno sponendo degli apostoli. Nella festa della Natività del Signore occorsa in questa prima indizione, ci annunzia il fratello e convescovo nostro che oltre a diecimila Angli furono battezzati. La qual cosa io vi narro affinché sappiate ciò che parlando operate tra il popolo Alessandrino, e pregando operate ai confini del mondo. Le orazioni vostre sono dove voi non siete e dove siete appariscono le opere sante.»