La cupidigia sordida atroce di Bessa e Conone, rivelata qui dallo scrittor greco è altrove rimproverata con fierezza acerba. Per contrario di fronte a questa viltà dei Greci si trova contrapposta la condotta del diacono Pelagio che poi fu papa, il quale si volse con dignitose preghiere al vincitore Totila chiedendo che i Goti risparmiassero le vite dei Romani contro i quali essi entrati appena nella città incominciavano ad incrudelire. Totila si mostrò benigno alla domanda ma s'impadronì egli stesso e i suoi Goti delle ricchezze rimaste. Per tal modo i male accumulati tesori di Bessa caddero in mano del goto principe e tutte le case patrizie furono spogliate. «E così,» continua Procopio, «accadde agli altri Romani e senatori, e più specialmente a Rusticiana moglie di Boezio e figliuola di Simmaco la quale avea sempre dato tutto il suo ai poveri, tanto ch'essi dovevano andare accattando dai lor nemici il pane e ogni cosa necessaria al vivere, in veste di schiavi o di contadini. Imperocché essi andavano picchiando di porta in porta mendicando il cibo nè ciò teneano a vergogna. E i Goti instavano che Rusticiana fosse messa a morte accusandola d'aver pagato romani ufficiali affinché distruggessero le statue di Teodorico per vendicar l'uccisione del padre Simmaco e del marito Boezio. Ma Totila non concesse che le si facesse ingiuria e salvò da oltraggio lei e tutte l'altre donne, della qual temperanza ei ricevette gran lode.»

Mentre Procopio in questo episodio commovente tributa onore a Totila e alle ultime reliquie del patriziato romano, ci dà prova insieme di possedere una grande serenità di giudizio e quella qualità eccellente in uno storico del saper cogliere la vera luce dei fatti ed esporli in guisa che dal complesso loro appariscano le condizioni generali dei tempi descritti. Del resto le migliori qualità sue di scrittore mi par che si mostrino tutte in questa descrizione dell'estrema battaglia combattuta tra Bizantini e Goti, colla quale Procopio conclude la sua narrazione:

«A pie' del monte Vesuvio sono sorgenti di pura acqua e ne deriva un fiume chiamato Draco (Sarno) che passa assai prossimo alla città di Nocera, e i due eserciti s'erano accampati a' due lati del fiume. Ma il Draco ancorché contenga poca acqua, non può guadarsi da cavalieri nè da fanti perché stringe il suo letto in breve spazio e solca d'ambo i lati la terra a molta profondità talché le sponde divengono ripide molto. Se ciò avvenga per la qualità del suolo o dell'acqua io non so. E i Goti occupato il ponte e accampativisi presso, posero in quello torri di legno e macchine diverse, e tra esse quella che chiamano balista, per modo ch'essi potevano dall'alto ferire e tormentar l'inimico. Imperocché, come ho detto, per cagion del fiume che si frapponeva, era impossibile combatter petto a petto e per lo più ciascuna parte attaccava l'altra con missili avvicinandosi per quanto poteva sulla sua sponda. Pochi certami singolari avean luogo quando qualche Goto varcava il ponte recando una sfida. E così i due eserciti passarono lo spazio di due mesi. Ma quinci i Goti eran padroni del mare presso a cui s'accampavano, e potevan reggere finché le lor navi recavan per essi le provviste occorrenti. Poi i Romani[27] preser le navi nemiche per tradimento del Goto che comandava l'armata, ed anche navi innumerevoli da Sicilia e dal rimanente Impero vennero a loro soccorso. Nel tempo stesso Narsete ponendo torri di legno sulla sponda del fiume riuscì interamente ad abbatter l'animo dei suoi avversari. I Goti scorati e stretti dal difetto di cibo si rifugiarono ad una montagna vicina chiamata dai Romani in latino Mons Lactarius. Quivi non potevano inseguirli i Romani per cagione del cattivo terreno. Ma presto i barbari incominciarono a pentirsi d'esserci andati ché le provviste si fecero anche più scarse tanto che in nessun modo potevano più mantener sé stessi e i cavalli loro. Di che, stimando meglio accettevole morire in ordine di battaglia che per lenta fame, calaron giù quando il nemico men li aspettava facendo contro esso impeto improvviso. I Romani li fronteggiarono così com'erano senza ordinarsi secondo lor capitani, o compagnie, o posizioni, nè collocarsi in alcuna maniera d'ordine tra loro, ma difendendosi contro il nemico ciascuno come gli accadde trovarsi. Allora i Goti lasciati i cavalli composero una profonda falange tutti colla faccia rivolta al nemico e anch'essi i Romani vedendo questo lasciarono i cavalli e tutti si strinsero insieme nello stesso ordine.

«E qui io narrerò una battaglia assai memorabile per sé stessa e per la chiara virtù spiegata da Teia che non si mostrò minore ad alcuno di quelli a cui diamo nome d'eroi. E il disperato partito a cui erano ridotti i Goti accresceva in essi prodezza, mentre i Romani li confrontavano con ogni possa vergognosi di cedere a coloro che già eran vinti, sicché d'ambe parti s'attaccavano i più vicini nemici, gli uni cercando la morte gli altri la gloria. E cominciando la battaglia per tempo al mattino, Teia riparato dallo scudo e imbrandita la lancia stava in luogo cospicuo innanzi alla falange. Quando i Romani lo videro, pensarono che s'egli cedesse sarebbe più facile romper tutta la linea di battaglia, onde quanti pretendevano d'aver coraggio, ed eran molti, s'adunarono insieme contro di lui, alquanti appuntando in lui le lancie altri scagliandogliele addosso. Ma egli celato dallo scudo, in questo riceveva i dardi e poi a un tratto gettandosi sui nemici, molti ne uccideva. E quando vedeva che lo scudo era carico di dardi, ei lo dava ad uno de' suoi scudieri e prendevane un altro. Così continuò a combattere per una terza parte del giorno, quando essendo il suo scudo trapassato da dodici dardi ei non poteva più muoverlo a posta sua nè respingere i suoi assalitori. Ma egli soltanto chiamò in fretta uno dei suoi scudieri, senza lasciar suo posto o dare indietro un pollice o lasciare il nemico avanzarsi, e senza rivolgersi o coprirsi le spalle con lo scudo o mettersi da lato; ma egli stava con lo scudo come piantato in terra, menando colpi mortali colla destra, tenendo tutti a distanza colla manca, e chiamando per nome il suo scudiero. E allorché questi gli portò lo scudo, ei subito lo cambiò con quel che aveva greve per gl'infissi dardi. In quella avvenne che gli rimase il petto scoperto un momento e un giavellotto colselo e l'uccise di colpo. E alcuni Romani infissero una picca al capo suo e questo portarono attorno mostrandolo ai due eserciti; ai Romani per incorarli, ai Goti affinché, sparita ogni speranza, cessassero la guerra. Pure nemmen per questo i Goti lasciarono il combattere, ancora che per certo sapessero ch'era morto il re loro. Ma quando fu scuro, gli uni e gli altri separandosi passaron la notte entro l'arme, e sorgendo presto il mattino appresso venner fuori di nuovo nell'ordine medesimo e combatterono fino a notte, gli uni non cedendo agli altri nè rivolgendosi o lasciando presa un momento, avvegnaché molti restassero morti d'ambo i lati, ma ostinandosi nel contrasto e infuriati a vicenda. Imperocché i Goti bene sapevano di combattere la battaglia suprema e i Romani stimavano troppo da meno di loro l'essere vinti. Da ultimo i barbari spedirono alcuni di lor capi a Narsete dicendo d'essere omai persuasi ch'eglino contendevano con Dio perché sentivano che il poter suo stava contr'essi. Perciò considerando questa verità al paragone di quanto era accaduto, desideravano mutar d'avviso e cessare la lotta non già per obbedire all'imperatore ma per vivere liberamente con altri barbari. E chiesero che i Romani li lasciassero ritirarsi in pace e non contrastassero a loro un trattamento ragionevole, ma concedessero loro come mantenimento pel viaggio tutta la moneta ch'essi tenevan raccolta in lor castella in Italia. E mentre Narsete stava deliberando, Giovanni figlio di Vitaliano lo consigliò di acconsentire alla domanda, e che non era da seguitare a combatter con uomini disposti a morire, nè porre più oltre a prova una virtù che veniva da disperazione e del pari era funesta a chi la mostrava e a chi l'opponeva. ‘Imperocché, egli disse, all'uom saggio dovrebbe bastare il vincere, e il voler troppo rischia d'essere in pregiudizio d'ambe le parti’. Questo consiglio piacque a Narsete, e combinarono che quanti rimanevano dei barbari, raccolti i lor beni tosto se n'andassero fuori d'Italia, e per nessuna ragione combattessero più contro i Romani. Frattanto circa mille dei Goti, lasciato il campo s'erano recati alla città di Pavia e alle contrade di là dal Po; e quell'Indulfo che abbiam già menzionato era tra coloro che li conducevano. Ma tutti gli altri confermarono per giuramento quanto s'era combinato. Così i Romani presero Cuma e tutti gli altri luoghi, e questo fu il termine del decimottavo anno della guerra coi Goti che fu scritta da Procopio.»

In Cassiodoro e Procopio si riassume tutta la storia di questa età, ma v'hanno insieme alcuni scrittori minori degni di menzione. Agatia continuò, anch'egli in greco, la storia di Procopio narrando le imprese di Narsete, e può essere consultato con frutto circa le ultime vicende della guerra gotica dopo la morte di Teia[28]. Un'arida cronaca latina è quella di Marcellino Conte, la quale dai tempi di Teodosio va fino a quelli di Giustiniano (A. D. 379-558), ma pur malgrado l'aridità sua ha valore specialmente per la cronologia di alcuni fatti. Lo stesso può dirsi per la cronaca di Mario Aventicense[29]. Assai superiore a costoro per interesse e per pregio è Magno Felice Ennodio vescovo di Pavia. Di stirpe indubbiamente gallo-romana e nobile, nacque per quanto pare a Pavia e certo v'ebbe dimora fanciullo. Fu legato di parentela e d'amicizia coi primi uomini del suo tempo e più segnalati per sapere e per nascita. Ebbe moglie ed un figlio, ma più tardi egli e la sposa lasciato il secolo si consacrarono alla Chiesa. Nominato diacono, Ennodio rimase lungamente in tal grado finché fu chiamato alla dignità di vescovo di Pavia dove morì verso il 521. Godè riputazione grande come retore a' suoi tempi, e scrisse in nome suo e d'altrui moltissime orazioni, lettere ed epitaffi per cui fu celebrato largamente. Ma la fama maggiore gli venne da un panegirico di Teodorico e da un libro apologetico in favore di papa Simmaco. Il panegirico fu scritto nei primi anni del sesto secolo. Non è ben certo in quale città fosse recitato a Teodorico, e taluno reca valide ragioni per credere che esso non sia stato recitato mai[30]. È scrittura di pessimo gusto, abbondante in tutti i difetti dello stile di Cassiodoro, scarsa nei pregi. La povertà di migliori documenti le dà qualche importanza storica ma non certo paragonabile alla importanza delle sue lettere e della vita di Santo Epifanio vescovo di Pavia. Le lettere dirette quasi sempre a personaggi cospicui, contengono molte notizie preziose per gli studiosi del secolo quinto e del sesto. La vita di Santo Epifanio poi non pure dipinge l'accesa carità d'un santo tutto rivolto a riscattar coloro che i barbari nelle loro incursioni trascinavano schiavi fuor della patria, ma è una pittura viva della torbida età che precedette immediatamente i tempi gotici, torbidi anch'essi e sovra i quali purtroppo incombono oramai tempi di maggior dolore[31].

Capitolo II

Calamitose condizioni d'Italia nel primo periodo della invasione longobarda — Gregorio il Grande. Raccolta delle sue lettere. Altissima importanza di esse per la storia d'Italia. I libri dei Dialoghi — Editto di Rotari — La «Origo Langobardorum» e scritti minori fino a Paolo Diacono — Vita di Paolo Diacono, sue opere e specialmente sua storia dei Longobardi.

Caduto il regno dei Goti, l'Italia non fu affrancata. Belisario e Narsete colle loro imprese erano bastati a spezzar le armi gotiche ma non potevano erigere un baluardo sicuro dagli assalti nuovi. L'Impero in Occidente era davvero sfasciato e i suoi legami coll'Oriente gli erano inevitabile cagion di rovina. La corte di Bizanzio fiacca per corruzione non era sufficiente a sé stessa e sciupava le forze d'Italia col suo dominio non nazionale e non abbastanza straniero. Da ciò la rovina d'Italia. Se, come già si è venuto dicendo, il concetto di Cassiodoro avesse potuto avverarsi e il popol goto fondersi nelle stirpi latine, forse un vero regno italico sarebbe sorto capace di contrastare da un lato alle nuove immigrazioni barbariche, dall'altro alle sordide pretese dei Bizantini. Assicurata così per quanto comportavano i tempi una specie di nazionalità italica, forse la civiltà romana non sarebbe rimasta soffocata per tanto andare di secoli, e i giorni della rinascenza si sarebbero maturati prima e con minore stento. Se non che guida le vicissitudini umane una legge storica profonda come ogni decreto della Provvidenza e non facilmente scrutabile, e l'umanità attraversando tanto dolore ha forse invece affrettato il suo cammino. Ma se il rimpianto è vano, mal sa guardarsene chi s'affaccia a riconsiderar nella mente gl'immensi mali che sovrastavano in quell'ora all'alma parente delle nazioni moderne.

Il primo invadere e stabilirsi dei Longobardi in Italia segna il periodo più infausto della storia medioevale italiana. Venuti dalla Pannonia, sotto la guida d'un re prode e feroce, Alboino, i Longobardi scesero in Italia alcuni anni dopo l'ultima disfatta dei Goti. Trovarono poca resistenza. A Narsete era succeduto un dappoco, Longino, e le città abbandonate a sé stesse si difesero come poterono. In breve giro di tempo la dominazione loro incominciata nel Friuli si distese per una gran parte d'Italia. Diversi di religione perché altri d'essi erano ariani, altri idolatri ancora, i Longobardi vivevano ferocemente e ferocemente operavano verso i conquistati. Le rapine e le stragi, spargevano intorno squallore e desolazione echeggiate nel lamento che prorompeva dal cuore di papa Pelagio II quando in una lettera ad Aunacario vescovo di Auxerre, esclamava: «E perché non gemete in vedere sparso dinanzi agli occhi nostri tanto sangue d'innocenti, e profanati i sacri altari, e fatto insulto dagli idolatri alla fede cattolica?» Le condizioni giuridiche degli Italiani sotto i nuovi conquistatori furono durissime per tutto il tempo della loro dominazione che si mantenne due secoli finché fu abbattuta da Carlomagno. L'antica civiltà già scadente patì un ultimo colpo e fu gran pena se potè serbare qualche povero frammento di vita e la tradizione del gran nome di Roma.

E in Roma veramente giaceva il seme della redenzione futura. In quell'ora di dolore Roma si maturava ad una grande trasformazione, e l'antica dominatrice scaduta dalla primitiva grandezza e coi barbari alle porte, s'apparecchiava ad esercitare una influenza nuova e non meno vasta sul mondo. Mentre l'Italia era lacerata dal mal governo dei Bizantini di Ravenna e dalle devastazioni dei Longobardi, un uomo di genio, Gregorio il Grande, dalla cattedra di Pietro sorgeva a difendere l'Italia, e girando lontano lo sguardo, quasi inconscio e per istinto di romana grandezza poneva le fondamenta alla supremazia universale della Chiesa. Certo niun uomo poteva nascer temprato meglio di lui a condurre un rivolgimento così tenace e durevole, così riccamente fecondo d'eventi nella storia futura. «A pochi altri uomini,» ha scritto di recente uno storico, «natura e fortuna si fecero incontro con più benigna concordia, ma pochi uomini anche più solleciti di quello in spender bene i lor doni e cavarne il più largo frutto e farne ricco patrimonio altrui. Rampollo di illustre stirpe patrizia (si crede che fosse della gente Anicia; suo padre era il senatore Gordiano, tra gli antenati contava un papa, Felice IV) insieme col censo cospicuo de' maggiori ne aveva ereditate le tempre robuste e l'assennatezza. La gravità del romano e l'ardore del cristiano si unirono in Gregorio come in nessun altro pontefice prima e dopo di lui.»[32]