Le parole indirizzate a Cassiodoro dai re Teodorico e Atalarico che ho citato più sopra, furono scritte da Cassiodoro medesimo e leggonsi tra le lettere che egli per ufficio venne scrivendo in nome dei suoi sovrani e delle quali più tardi compose una raccolta divisa in dodici libri. Queste lettere rivolte per lo più a personaggi importanti o agli istituti maggiori dello Stato, contengono come in una serie i principali atti coi quali i re goti e il loro ministro governarono la cosa pubblica in Italia fino al principio del regno di Vitige. Il valore ch'esse hanno per la storia d'Italia è supremo. La stessa smarrita storia dei Goti non avrebbe potuto indicare con tanta evidenza le condizioni morali e politiche degli Italiani, nè recar tanti ragguagli intorno alla vita d'allora e allo stato degli uomini e delle cose. Documenti di tal sorta parlano ai posteri con una eloquenza che nessuna storia può raggiungere mai, perché inconsciamente toccano di fatti a cui la storia non arriva. Così, per citare un esempio, Teodorico annunziando al Senato d'aver conferita al padre di Cassiodoro la dignità di Patrizio, mentre ci rende una immagine che non potremmo avere altrimenti della reverenza che si spandeva ancora dal nome romano, ci mostra insieme con quale romanità di espressione il re goto rammentasse le invasioni di Attila. «Anzitutto, egli dice, noi bramiam con ardore che il vostro collegio s'adorni nel lume delle dignità quando coloro che crebbero nel potere aulico tributano onestamente alla patria la loro grandezza.... Ché il padre di questo candidato per giovare alla repubblica associossi con gran carità ad Ezio patrizio.... Ad Attila fu inviato non vanamente in legazione. Mirò intrepido quell'uomo di cui tutto l'Impero temeva; forte nel vero, non curò que' volti terribili, minacciosi, nè dubitò di contrastare agli alterchi di colui che rapito da non so qual furore parea pretendere al dominio del mondo. Trovò superbo il re ma lo lasciò placato.... La sua costanza rialzava i timorosi, nè furon creduti imbelli coloro che s'armavano di tali ambasciatori. Riportò una pace che parea disperata.»[11] E mentre queste lodi all'avo di Cassiodoro indicano come un timoroso desiderio di veder tenuto alto ancora e riverito il nome della virtù romana, altre ne contiene questa raccolta che giovano mirabilmente a chiarirci intorno a varie questioni storiche di gran momento. Il brano seguente ci serba un insegnamento duplice anch'esso, affermando a un punto le condizioni giuridiche dei due popoli e ritraendoci in vera e trista dipintura gli scaduti costumi del patriziato romano. In uno di quei tumulti che per brutta usanza venuta da Costantinopoli nascevano frequenti nelle ire partigiane del Circo, un patrizio di nome Teodorico e il console Importuno avean fatta ingiuria ai popolani della parte avversa alla loro nei giuochi e fatto uccider l'un d'essi. E Cassiodoro parlando nella persona regia così ne scriveva al magistrato con austera fermezza: «Se noi moderiam colla legge le usanze di straniere genti, se chiunque si associa all'Italia obbedisce al diritto romano, quanto più si conviene alla sede stessa della cittadinanza aver maggiore la reverenza delle leggi affinché la grazia delle dignità risplenda in esempio di moderazione? E dove sarà da cercare un animo modesto se i Patrizi si macchiano con atti violenti?.. Ma affinché i magnifici personaggi non sieno offesi dalla loquacità popolare frenisi di questa la presunzione. Si tenga in colpa chiunque sulla via faccia ingiuria ad un reverendissimo Senatore, poiché mal si condusse quando era da parlare onesto. Ma chi può pretendere gravità di costumi agli spettacoli? Al Circo non sanno convenire Catoni. Checché ivi il popolo gaudente si dica, non s'ascriva ad ingiuria ché il luogo protegge gli eccessi. Ché se la costoro garrulità sia portata pazientemente, se ne onoreranno gli stessi principi.»[12] Nobili e temperati sensi a cui fanno bel riscontro questi cenni dati a Sunivado senatore inviato da Teodorico nel Sannio a compor liti tra Romani e Goti: «Entra dunque nella provincia del Sannio. Se un Romano avrà a far co' Goti o un Goto co' Romani, e tu definisci considerando la legge nè si conceda vivere in diversa legge a coloro che vogliam protetti da un giudice solo. Sentenzierai dunque in comune ciò che è secondo giustizia, ché non sa guardare alle persone colui che solo fa stima dell'equo.»[13]

Era dunque diritto che Teodorico lodasse Cassiodoro per avere reso famoso il suo regno recando la integrità della coscienza nelle corti e dando alta quiete ai popoli[14]. Sulla soglia del medio evo si sente ancora per le lettere di quest'ultimo uomo di Stato romano che l'antichità non è tutta spenta, e che alla civiltà romana avanza tuttavia un ultimo alito di vita e di vigore. Nessuno elemento di civiltà è trascurato in esse. Come alla conservazione delle leggi romane, così v'apparisce continua la cura alla conservazione dei monumenti e delle opere d'arte in tutta Italia. Ora son lettere per ricuperare all'ornato pubblico una statua di bronzo rubata a Como, ora per restaurare le terme di Spoleto, ora pel rifacimento di acquedotti che minacciavan, rovina, ora per inviare a Ravenna colonne e marmi giacenti fuor d'opera in Roma e colà ornare nuovi monumenti poiché l'arte scaduta mal si prestava ad ornati nuovi. La musica ha suo tributo d'onore anch'essa in una lettera a Boezio al quale un'altra pure è diretta di cui i brani seguenti ci mostrano in quale stato si conservassero gli studi meccanici. «Il signore dei Borgognoni ci richiede a grande istanza d'inviargli un orologio che si muova pel correr dell'acque sotto la ruota, e segni l'ora comprendendo in sé la luce dell'immenso sole. E chiede maestri dell'arte a collocarlo, talché godendo questo impetrato piacere sembri miracolo a loro quel che è quotidiana cosa per noi.... Il meccanico è a così dire come il socio della natura, svela le occulte cose, le manifeste trasforma, scherza co' miracoli, e così bene dissimula che non si sospetta artificio e l'imitato si ritien vero. Ora poiché ti sappiamo addentro in siffatte cose, studiati di mandarci al più presto i predetti orologi, e ti farai così conosciuto in quella parte del mondo dove non hai potuto penetrare altrimenti. Imparino per te le genti straniere esser tali i nostri nobili quali si leggon gli autori. Quante volte non crederanno agli occhi loro! quante volte stimeranno sogni d'illusi questa realtà! E quando saranno usciti dallo stupore non vorranno chiamarsi uguali a noi presso i quali sanno tali cose essere escogitate dai nostri sapienti.»[15]

Leggendo questa lettera si fa più doloroso il pensare che Teodorico macchiò negli ultimi anni la gloria del suo regno colla crudele uccisione di Boezio che ha qui così largo tributo di lodi. Forse la feroce condanna sua e quella di Simmaco sono indizio che il patriziato romano s'andava staccando dai Goti e l'accordo fra i due popoli appariva arduo più che non s'era creduto in sulle prime. Ma intorno a questo argomento non ci ponno dar luce le lettere ufficiali di Cassiodoro, e, poiché ogni certezza storica ci fa difetto, forza è contentarci d'ipotesi. Ad ogni modo, comunque andassero gli eventi e qual che fosse l'animo dei nobili romani, Cassiodoro rimase fermo nei suoi propositi di conciliazione, e, morto Teodorico, tenne il suo ufficio presso Amalasunta che regnò qualche anno in nome del fanciullo Atalarico e da cui fu innalzato alla suprema dignità di Prefetto del Pretorio. Reggendo ella lo Stato, gli screzî tra Romani e Goti appariscon più aperti. L'educazione del giovinetto re fomentava specialmente ire e sospetti, ché i Romani con Amalasunta tendevano a coltivarne latinamente lo spirito, ma i principali Goti lo volevano Goto e non Latino, alieno da ogni studio e unicamente inteso agli esercizî del corpo e alle arti di guerra. Il governo imperiale frattanto da Costantinopoli soffiava nel fuoco, e raccendendo la vampa di queste discordie nazionali e quella che serpeggiava interna tra gli stessi Goti, si apparecchiava a giovarsene per ricuperare le provincie italiane. Alla morte del giovinetto Atalarico, la madre Amalasunta tenne alcun tempo il regno da sola, ma nè l'intelletto suo vasto nè l'esser figlia di Teodorico valsero a salvarla dalle diffidenze dei Goti, talché per un momento nelle cupe angoscie d'un regnar minacciato, trattò in segreto con Giustiniano imperatore per fuggir d'Italia e avere asilo a Costantinopoli. Poi nella lusinga di potersi reggere ancora sul trono vacillante, tentò di legare a sé Teodato un suo cugino della stirpe degli Amali, già suo nemico. Sperava conciliarselo associandolo al regno, ma l'abbietto uomo salito al trono rilegò Amalasunta in una isoletta del lago di Bolsena dove indi a poco la lasciò trucidare. Rimasto solo regnò breve tempo, ma pericolando anch'egli e desideroso com'era di menar vita pacifica, offrì a Giustiniano di cedergli lo Stato e chiese in ricambio ricchezze e tranquilli onori sul Bosforo. I Goti avvedendosi d'esser traditi da quel codardo, lo deposero, e coltolo fuggente a Ravenna lo sgozzarono. Vitige, un prode guerriero loro, levato sugli scudi fu acclamato re, e Cassiodoro rimasto in carica tutto quel tempo scrisse in nome del nuovo sovrano la lettera seguente che riferisco intera perché mi par che suoni come uno squillo di tromba destinato ad annunziare la fortunosa guerra imminente.

«A tutti i Goti, Vitige re. Se ogni bene vuolsi riferire a dono della divinità nè v'ha nulla di buono se non quanto ella ci concede, tanto più vuolsi attribuire la dignità regale al giudizio divino che ordina coloro a cui vuol soggetti i suoi popoli. Di che a Cristo signor nostro riferendo grazie con umilissima compiacenza, giudichiam che i Goti ci abbiano coll'aiuto di Dio conferita la dignità regia levandoci tra le spade in sugli scudi, secondo l'uso dei maggiori nostri, affinché l'armi dessero l'onore a colui cui le guerre procacciarono stima. Imperocché sappiate ch'io fui eletto non tra l'angustia delle stanze ma nel largo aperto dei campi, nè fui chiamato tra i sussurati colloquî de' blandienti ma tra lo squillar delle trombe, affinché il popol gotico concitato da quel fremere nel desiderio dell'ingenito valore, si trovasse un re guerriero. E quanto mai tempo uomini forti e nutriti nel fervor delle guerre avrebbero potuto tollerare un principe non provato di cui fosse dubbia la fama, anche s'ei presumesse del valor suo? Imperocché, come avrete udito, io chiamato nel pericolo dei parenti Goti ero accorso a portar cogli altri la fortuna comune, ma e' non si contentarono d'avermi a condottiero desiderosi com'erano d'un re sperimentato. Per la qual cosa, prima nella grazia d'Iddio poi compiacetevi nel giudizio dei Goti, perché tutti mi fate re voi che unanimi rivolgete in me i voti. Deponete oramai ogni timore di danni, ogni sospetto di spese; non temete nulla d'aspro sotto di noi. Noi trattando così spesso la guerra imparammo ad amare i forti. S'aggiunga ch'io son testimonio a ciascuna delle prodezze vostre, nè v'occorre che altri mi narri le vostre gesta perch'io le conobbi tutte, socio con voi nelle imprese. L'armi dei Goti mai non si frangeranno pel mutar delle mie promesse. Ad utilità del popolo si rivolgerà ogni atto nostro nè trascureremo i privati. Promettiam di compiere quel che orni il nome di re. Da ultimo promettiamo di far che l'imperio nostro sia tale quale ponno aspettarselo i Goti dopo l'inclito Teodorico, uomo così singolarmente e mirabilmente adatto alle cure del regno, che ben può ogni principe esser tenuto insigne a seconda ch'ei mostra d'amare i precetti di lui. Pertanto dovrà esser creduto parente suo chiunque potrà imitarne le imprese, e perciò siate solleciti per la utilità del regno nostro e sicuri dello stato interno se Iddio ci aiuti.»[16]

Questa ed un'altra inviata da Vitige a Giustiniano per annunziargli la sua elezione ed esortarlo a pace senza mostrar timore di guerra, sono le due ultime lettere importanti che si leggono nella raccolta di Cassiodoro, e parrebbe notevole segno dei tempi il non trovarsene alcuna diretta al Senato Romano. Non è ben noto in quale momento Cassiodoro lasciasse la vita pubblica, ma è opinione comune ch'egli se ne ritraesse alla chiusa del regno di Vitige dopo la prima grande disfatta dei Goti. A me dall'improvviso interrompersi delle sue lettere, dal non trovar menzione di lui nelle storie di Procopio e dalle nuove decise tendenze sorte col cadere degli Amali, pare invece probabile ch'egli cessasse anche prima, stanco alla fine e perduta ogni fede in un accordo tra Romani e Goti più che mai necessario in quell'ora suprema alla salute del regno. Ad ogni modo verso l'anno 540 aveva abbandonato le cure del mondo. Ritiratosi presso Squillace, fondò il Monastero Vivariense e vi condusse la rimanente vita in quieta solitudine tra lavori letterarî e pie contemplazioni. Quivi oltre le opere storiche già composte da lui raccolse e fece tradurre una storia della Chiesa[17], e nel novantesimo terzo anno di sua età compose un trattato sull'ortografia per ammaestramento dei suoi monaci ai quali aveva imposto l'obbligo di copiar libri. In quale anno egli morisse è incerto, ma forse la vita sua si prolungò fino alla invasione dei Longobardi e si chiuse tra le calamità di una oppressione ch'egli aveva indarno tentato di stornar dalla patria favorendo la fondazione di un regno goto-romano[18].

Allo scopo di Cassiodoro mirava anche il compendiatore della sua storia Giordane escito da nobilissima famiglia gotica stretta di parentela cogli Amali. L'avo suo Paria era stato notaio in Mesia e cancelliere di Candac re degli Alani, e prima d'abbracciare la vita ecclesiastica fu egli stesso notaio presso il nipote di Candac, Guntige o Baza. Scrittore spesso ricercato e sentenzioso come Cassiodoro, e come lui smodato lodatore dei Goti, egli è del pari dominato dallo stesso pensiero. Dimostra lo Stahlberg e lo ripete il Wattenbach, com'egli riconoscesse in quel pensiero ogni speranza per l'avvenire di sua nazione. Perciò Giordane non pure s'astenne dal prender parte nella lotta che seguì tra i Goti e l'Impero, ma parve piuttosto propendere verso i Greci che verso i suoi connazionali. La stessa sua parentela cogli Amali e le tradizioni di Teodorico che pure serbandosi indipendente s'era mostrato ossequioso all'Impero ed amico ai Romani, schieravano Giordane in un partito contrario alle idee prevalenti allora tra i Goti e che mal s'acconciava alla caduta degli Amali e al distacco dei Goti dai Romani. Di che si chiarisce come nel suo lavoro egli faccia appena menzione di Totila che doveva parergli quasi un usurpatore. Del resto egli non scrisse in Italia i libri suoi, ma a Costantinopoli e, come il Mommsen dimostra, intorno all'anno 551. Ciò spiegherebbe per qual ragione egli scrivendo non avesse innanzi a sé l'opera di Cassiodoro, ma la compendiasse di memoria aggiungendovi alquanto di suo circa agli eventi contemporanei[19]. Ma poiché di questi ei tratta assai brevemente e degli anteriori la narrazione sua è confusa molto e disordinata, ne segue che il valor del suo libro come fonte di storia italiana è scarso più della fama sua. Un altro libro di Giordane che vien chiamato De summa temporum vel origine actibusque gentis Romanorum, è compilazione anch'essa di poco pregio[20]. Già il Wattenbach ha notato come la caratteristica principale di Giordane stia nel suo concetto storico secondo il quale l'impero romano legato attraverso i secoli alle generazioni del Vecchio Testamento è destinato a perpetuarsi nel tempo fino alla fine del mondo. A me più che per questa romana universalità di vedute, sembra essere particolarmente notevole in quanto egli ci rappresenta tutto un partito gotico che, per convincimento o per interesse, voleva accomunarsi ai Romani e si sforzava di creare una nazionalità mista dei due popoli riuniti[21].

Ma le forze di questo partito erano frante oramai e ogni legame tra Romani e Goti era sciolto. Giustiniano frattanto, uscite vane le pratiche per ricuperare pacificamente l'Italia, s'apprestava a riconquistarla colle armi. Belisario, già famoso per le guerre vinte contro i Vandali in Affrica, era stato spedito in Italia, e, regnando ancora Teodato (A. D. 535-536), erasi impadronito della Sicilia e di Napoli. Vitige fatto re appena, non sentendosi forse in forza da resistere al primo urto di Belisario, indietreggiò fino a Ravenna, e il bizantino mettendo a profitto quella mossa, rapido s'impadronì di Roma. Qui veramente incomincia il periodo eroico di questa guerra, una fra le più memorabili che sieno state mai combattute. Vitige raccolte tutte le forze gotiche, con largo esercito mosse da Ravenna a Roma e vi pose assedio. La costanza e il genio militare di Belisario tennero contro lo sforzo, e dopo accanite lotte e patimenti indicibili di fame e di peste, Roma fu sollevata da quel primo assedio e la forza dell'esercito goto in gran parte esaurita. Ma la guerra continuò in tutta Italia. In ogni luogo combattimenti e assedi di città prese e riprese, da Milano infin presso a Roma le campagne devastate, le messi distrutte, e per una gran parte d'Italia una dolorosa fame che menò strage tra il popolo (A. D. 537-538). Il combattere seguitava e i suoi mali con esso, quando un esercito di Franchi valutato a circa centomila uomini calò dalle Alpi improvviso come un nuvolo di locuste, e spargendo intorno devastazione, incendio e rapina, corse un largo tratto della penisola e se ne tornò indietro per la Liguria carico di preda. Di lì a poco Ravenna stretta dai Greci arrendevasi, e Belisario con Vitige prigioniero tornava a Costantinopoli rifiutando il regno d'Italia che gli era offerto dai Goti (A. D. 540). Questi allora si scelsero prima Ildibaldo poi Erarico uccisi ambidue entro pochi mesi. A loro succedette un eroe, Totila, il quale radunati quanti rimanevano Goti e riordinatili, mentre i capitani greci discordavan fra loro riuscì in breve a ricuperare quasi tutta Italia tranne Ravenna e Roma (A. D. 542). Belisario mandato di nuovo in Italia non poté come avrebbe voluto soccorrer subito Roma cinta strettamente dai Goti, e poi più tardi con inauditi sforzi lo tentò invano. Roma resse a lungo in preda alla fame, ad ogni sorta d'angoscia, ma finalmente cadde in mano di Totila. Poiché se ne fu impadronito il re dei Goti, forse perché non avrebbe potuto reggersi dentro la vasta cinta della città, ne smantellò le mura, ne cacciò fuori i cittadini, e abbandonandola la lasciò vuota e deserta; poi mosse verso il mezzogiorno. Belisario la rioccupò subito, e pur così diroccata seppe difenderla da ripetuti assalti intanto che la guerra continuava sparsamente per tutta Italia (A. D. 547). Più tardi per intrighi di palazzo richiamato Belisario a Costantinopoli, le cose d'Italia scesero di nuovo alla peggio pei Greci. Totila poté rifar sua Roma e spingersi fino in Sicilia ad occuparla, mentre i Franchi giovandosi della debolezza dei Greci e dei Goti, calati di nuovo si stendevano devastando nel Veneto e nella Liguria (A. D. 548-552). Narsete eletto capitano alla guerra d'Italia rialzò le sorti dei Greci, i quali vinta prima una battaglia navale nell'Adriatico liberarono Ancona assediata. Poi ricuperata Corsica, Sardegna e Sicilia, seguitarono combattendo e vagando per tutta Italia, finché raccoltisi i due eserciti nemici un contro l'altro presso Tagina nell'Umbria[22], i Goti dopo una ostinata battaglia furono disfatti e Totila ucciso (A. D. 552). All'eroe caduto i Goti sostituirono un altro eroe e s'elessero in re Teia a Pavia, mentre i Greci compievano nel mezzogiorno altre imprese, ricuperavano Roma e assediavano Cuma dove Aligerno fratello di Totila difendeva il riposto tesoro dei Goti. Il nuovo re Teia con le ultime reliquie dell'esercito percorrendo quasi tutta l'Italia arrivò fino a Nocera alle falde del Vesuvio. Quivi ebbe luogo l'ultima decisiva battaglia nella quale i Goti soggiacquero per sempre, e Teia trovò una morte degna di rinomanza imperitura.

Di questa maravigliosa epopea non ci sarebbe rimasto quasi nessun ricordo contemporaneo se per buona sorte non ce l'avesse narrata Procopio lo storico il quale seguì Belisario e gli fu compagno nelle sue guerre. Perciò ho voluto richiamarla alla memoria dei miei lettori prima di farmi a parlar di lui e dei particolari del suo lavoro.

Da Cesarea in Palestina dov'egli sortì i natali, Procopio ai tempi dell'imperatore Anastasio venne a Bizanzio e per le molte doti dell'ingegno e della dottrina presto seppe aprirsi innanzi una via. Giustino I seniore, in un momento arduo per l'Impero, mentre i Persiani prevalevano in guerra, pose Procopio come consigliere presso Belisario. Con lui rimase anche più tardi ai tempi di Giustiniano, e nelle guerre d'Affrica e d'Italia meritò bene dello Stato in vari uffici e fu di molto aiuto al grande capitano imperiale. Richiamato Belisario dall'Affrica soggiogata, Procopio si trattenne qualche tempo col successore di lui Solomone, e si die' con prudente energia a rassodare l'autorità dell'Impero mal ferma ancora in quelle regioni così rapidamente piegate. Egli stesso ci ha lasciato memoria di ciò che compì in Persia, e più tardi a Roma, a Napoli, a Siracusa, nè veramente gli si può far mai rimprovero di soverchia baldanza in parlar di sé stesso. L'operosità sua non restò senza premio, e prima ascritto al Senato, salì alla Prefettura Urbana nel trentacinquesimo anno dell'Impero di Giustiniano. Intorno a quel tempo avea già composte le sue storie e divulgatele tutte tranne un ultimo libro che fu chiamata Anecdota ed è noto universalmente col titolo di Historia Arcana[23]. In quest'ultimo libro scritto ma non pubblicato innanzi alla morte di Giustiniano, ei rivelò molti intrighi di palazzo che mettono in mala luce la corte imperiale. Contro Giustiniano e sua moglie Teodora salita dai giuochi del Circo alla maestà dell'impero, si volge specialmente velenosa la Historia Arcana, la quale per essere tortuosa rivelatrice di vizî taciuti nei libri anteriori, ha messo in qualche sospetto la veracità di Procopio. Ma oltreché l'impero di Giustiniano ebbe varia luce di virtù e di colpe tanto da potersene fare descrizioni diverse insieme e veraci, non è di questo luogo esaminar la giustezza delle accuse che la critica ha mosse a Procopio, nè la bontà delle difese. Io qui, tralasciando la Historia Arcana che non riguarda molto direttamente l'Italia, e la narrazione delle guerre condotte da Belisario in Affrica e in Persia, debbo trattar solo di quella parte delle sue storie che propriamente si riferisce alla guerra gotica. Il valore della testimonianza sua intorno a questa guerra è doppio, e per la parte ch'ei v'ebbe a fianco del condottiero supremo, e per la grande imparzialità che dimostra inverso i Goti ai quali non nega una ammirazione sincera e onorevole[24]. Testimonio di vista, egli non pure descrive vivido le imprese di quei diciotto anni di guerra, ma anche raffigura i mali lunghi che ne derivarono, onde è agevole immaginar dal suo libro lo stato d'Italia alla fine di quel contrasto, e come rimanesse smunta di forze e prostrata in un letargo mortale. Scrittor greco d'una età di decadenza, apparisce chiaro ch'egli ha scritto il suo libro a Bizanzio e non in Atene, e così il suo stile come la sua lingua cedendo alla povertà dei tempi, rimangono assai lontani dalla severa purità degli antichi. Tuttavia non gli manca vigore nè colorito, si sente in lui lo studio dei maestri antichi[25], e il suo libro superiore di molto all'arte latina contemporanea, in paragone cogli scritti di Cassiodoro è un modello. Quando egli narra la fame che desolò tutta Italia e le malattie che ne seguirono e falciaron via un infinito numero di vite, trova a dipingerla una evidenza di colori fosca terribile paurosa, quale occorreva a ritrar que' famelici vaganti per cibo in cerca di cadaveri. La brevità stessa colla quale racconta di cinquantamila agricoltori morti nel solo Piceno e dei molti più morti oltre il seno Jonico, rende più efficaci i suoi detti e ne cresce la pietà e lo sgomento. Basterebbe quel cenno a farci intravvedere quanto per quella guerra restasse disertata l'Italia, ma non è il solo purtroppo. Quasi ogni pagina narra nuove miserie, descrive nuovi dolori, e ne sia esempio la descrizione seguente di un'altra fame che cruciò Roma in uno dei frequenti assedî sostenuti in quegli anni:

«Frattanto continuando e aumentandosi, la fame si mutò in grande miseria e suggerì strane maniere di cibi ripugnanti a natura. E anzitutto Bessa e Conone, i quali eran capi del presidio di Roma e avevano abbondanza di frumento raccolta ne' granai entro le mura della città, e i soldati risparmiandone dal vitto loro, ne vendevano per molto danaro ai ricchi romani, ché sette monete d'oro erano il prezzo d'un moggio. Ma coloro che non avevan modo di spender tanto pel cibo, pagavano il quarto di tal prezzo per un moggio di crusca, e necessità la faceva parer loro dolcissima e squisita. E un bove che gli scudieri di Bessa prendessero in una sortita, era venduto ai Romani per cinquanta monete d'oro. E ogni Romano che avesse un cavallo morto o qualcosa di simile, bene era stimato felice ch'ei poteva sfamarsi nella carne della morta bestia. Ma tutto il rimanente popolo si pasceva solo d'ortiche le quali crescono abbondanti d'ogni intorno tra le mura e le ruine della città. E affinchè la ruvidezza della pianta non pungesse loro le labbra e la gola, ei le bollivano bene prima di mangiarle. Pertanto finché i Romani ebbero oro e' lo barattarono come s'è detto in grano e in crusca, ma finito l'oro traevano al mercato le lor masserizie e le barattavano nel cibo d'ogni giorno. E finalmente, quando nè i soldati dell'Imperatore avean più grano da vendere, appena rimanendone alquanto per Bessa, nè ai Romani era più nulla lasciato da offrire in cambio, tutti ebbero ricorso alle ortiche. Ma poiché questo cibo non era sufficiente e neppure ne avevano tanto quanto avrebber potuto mangiarne, i corpi loro man mano s'estenuavano, e il colorito loro presto divenendo livido li faceva in tutto parer simili a spettri. E molti mentre camminavano e ancor masticavano fra i denti le ortiche, cadean di botto morti in terra. E molti altri spinti dalla fame, uccidevansi quando non potevano più trovar cani o sorci nè cadaveri d'animali onde cibarsi. E fuvvi un Romano, padre a cinque figliuoli i quali lo circondavano e gli s'attaccavano alle vesti implorando cibo. Ma egli senza piangere e senza mostrare la sua confusione, con gran forza d'animo celando la sua miseria comandò ai figli che lo seguissero come s'ei volesse procurar loro il cibo. E quando fu al ponte sul Tevere, avvoltasi nel manto la faccia e copertisi gli occhi con esso, lanciossi nel Tevere in vista dei figliuoli e di tutti i Romani ch'eran presenti. Dopo ciò i governatori imperiali, estorta maggior moneta, diedero a quanti Romani piaceva, licenza di fuggirsene dove volevano. Così, pochi soltanto rimanendo indietro, tutti gli altri usciron fuori a gran fretta per dove potevano. E molti di loro morirono in lor via per mare e per terra essendo ogni loro forza esaurita dalla fame. E molti furono presi dal nemico e uccisi. A tale fortuna s'erano ridotti il Senato e il popolo di Roma!»[26]