Capitolo VII — [Pag. 279]
Cronisti delle repubbliche marinare — Cronache di Venezia: Martino da Canale e Andrea Dandolo — Gli Annalisti di Genova da Caffaro a Giacomo D'Oria — Pisa: Le «Gesta triumphalia». Bernardo Marangone — I cronisti della rimanente Toscana e principalmente i Fiorentini: I Malispini. Dino Compagni. I Villani.
LE CRONACHE ITALIANE NEL MEDIO EVO
Capitolo I
L'arte storica decade col decadere di Roma — Si ravviva durante la età gotica — Cassiodoro. Sue dignità e tendenza politica delle opere sue. La perduta storia dei Goti e i «Libri Epistolarum Variarum» — Compendio della storia di Cassiodoro compilato dal goto Giordane — Dissensi tra Romani e Goti fomentati da Bizanzio — Guerra gotica narrata da Procopio di Cesarea. Pregi e importanza di questo scrittore — Scrittori minori.
Colla decadenza di Roma e lo sfasciarsi lento della unità latina fiaccandosi il nervo della vita all'Italia, s'era dileguata da essa la potenza e l'arte dello scrivere storie. L'antichità moriva in Occidente e con essa veniva meno la vasta luce della civiltà sua. Da secoli eran cessate le magnifiche ispirazioni di Tito Livio e la incisiva parola di Tacito era fatta muta. A poco a poco ogni fonte di ricordi s'era così inaridita, che al quinto secolo la buia e malcerta storia di quella età dolorosa vuolsi cercare a fatica tra i pochi scrittori che si mostravano ancora e i più non erano storici neppur di nome. Ammiano Marcellino, Prudenzio, Claudiano, Rutilio Numaziano, Olimpiodoro e con San Girolamo i principali Padri della Chiesa, ecco le scarse sorgenti a cui si volge ora lo storico che tenta d'investigar quel passato, ed è naturale che venissero meno le memorie della vita là dove la vita stessa languiva. Nè, mentre si spegneva la storia dei Latini, poteva nascer d'un subito quella dei primi popoli invasori. Mancava l'arte in costoro, e non potevano mutare in istoria le tradizioni vive dei loro canti senza prima imparar quest'arte in Italia o trovare almeno tra i vinti chi prendesse a narrare le loro vicende. Per giungere a questo era necessario che vinti e vincitori mescolati insieme si confondessero in una aspirazione comune, e mentre gli uni infiltravano sangue nuovo nelle stanche vene d'Italia, gli altri lo fecondassero con quel che avanzava dell'antica sapienza. Una siffatta fusione che non potea farsi coi primi invasori parve un momento effettuabile coi Goti, e nel tempo loro risorgendo a un tratto il culto delle memorie può dirsi che abbian principio le narrazioni e i documenti storici del medio evo.
Certo di tutti i popoli germanici il gotico era il meglio temprato a civiltà, il più capace di assimilarsi la cultura latina e d'intrecciarsi alle antiche stirpi tra cui era disceso recando nuovi elementi di vita. Quando la luce del cristianesimo penetrava in Germania, trovò pronto a propagarla il linguaggio dei Goti, ed Ulfila traducendo in gotico la Bibbia gettò le prime fondamenta delle lingue e delle letterature germaniche[3]. Popolo forte e originale, da lungo e di frequente in commercio colle nazioni latine e coi Greci di Bizanzio, i Goti non ignoravano le tradizioni intellettuali di Roma, nè potevano accostarsi con tutto rozzo dispregio alle opere dell'arte greco-romana o a quella sapienza legislatrice che stava per sintetizzarsi tutta quanta nella raccolta Giustinianea. E come in questi barbari men rudi era una cotale capacità d'intendere le tradizioni dell'antico, così queste ancor vive nella loro caduta avevano in sé tanto di forza da attirarli e costringerli ad ammirazione e a rispetto. Se il compaginarsi del doppio elemento in una forte nazione fosse stato possibile, solo sarebbe stato possibile coi Goti e solo in quel tempo. La maestà dell'Impero era ancor grande e non pativa ancora l'ingiuria della noncuranza. Più tardi dopo molti contrasti e guerre lunghe e disastri, smunta dissanguata spoglia d'abitatori, cupidamente desiderata e mal difesa dai Greci, l'Italia non avrà più forze in sé d'aiuto, e i nuovi invasori potranno calpestar senza cura le ultime reliquie della scaduta civiltà romana. Ma per allora era altrimenti, e in quel supremo albore di vita il regno di Teodorico sembra mirar del continuo a riunire in un fascio le forze germaniche e le romane affratellando i due popoli in comunione d'affetti e di pensieri. Cassiodoro che tenne le più alte cariche dello Stato da Teodorico a Vitige per un tratto lunghissimo della dominazione gotica, cercando quanto era da lui di dar ferme radici al nuovo regno, volse a questa riunione tutto il potere dell'ingegno suo. «Siam nel proposito, se Iddio ci aiuti, di far che i sudditi nostri si dolgano d'esser troppo tardi venuti al nostro dominio.» Così esclamava Cassiodoro per bocca di Teodorico, e queste parole in cui si ripone il concetto fondamentale della sua mente, come un ago magnetico gli puntano innanzi una via che vuole esser seguìta senza oscillare.
Finché resse la cosa pubblica, Cassiodoro concordò a questa le opere sue letterarie e ne trasse aiuto per tendere alla mèta prefissa, onde bene può dirsi che egli rappresenta l'età sua così nelle lettere come nella politica. La corte di Teodorico, animata da lui, si fe' centro in breve ai più colti ingegni di quel tempo, e in essa furono originate molte opere per le quali calò al medio evo la conoscenza del sapere antico. La scuola dei grammatici Donato, Macrobio, Marciano Capella, scende di questi anni a congiungersi con Prisciano e Cassiodoro dai quali l'età di mezzo imparerà ammirando lo stile intralciato e la latinità gonfia ed oscura. La filosofia aristotelica prenderà impero sulle menti medioevali per mezzo del maggiore erudito allora vivente, Severino Boezio, nobilissimo uomo fatto immortale dalle sue sventure e dal libro ch'esse gl'ispirarono a conforto. Quello che fra tanto rivolgimento d'uomini e di pensieri non era morto dell'antica sapienza, ripullulava in questi uomini i quali in certa guisa cristallizzandola la rendeano accettevole alle generazioni future. Nè i Goti se ne tennero in tutto lontani. Alcuni tra essi, per quanto pare, s'avvicinarono ai dotti romani e ne seguirono l'esempio e le usanze studiose. Non è ben chiaro se vissero veramente i filosofi goti Atanarido, Ildibaldo e Marcomiro menzionati in alcun luogo, ma senza dubbio Teodato parente di Teodorico e più tardi re egli stesso inclinava agli studî filosofici e seguiva Platone; la vittima di costui Amalasunta regina fu pei suoi tempi donna di rarissima cultura, e al goto Giordane dovrò rivolgermi di corto dopo aver discorso di Cassiodoro del quale per buona fortuna egli compendiò la storia dei Goti ora perduta.
Magno Aurelio Cassiodoro Senatore, nato, secondo ogni probabilità, a Squillace[4] da nobilissima famiglia[5] e fin da giovane entrato nella vita pubblica, teneva con quella parte del patriziato romano che riputò opportuno fondere in una le sorti della patria e quelle dei barbari. Seguiva in questo le tradizioni del padre che ebbe nobili incarichi sotto Odoacre e raggiunse i massimi onori sotto Teodorico. Iniziato dal padre, il giovane Cassiodoro percorse anch'egli il suo cammino con Teodorico, il quale in premio d'un suo panegirico[6] lo nominò Questore e poi di grado in grado sollevatolo a dignità altissime gli diè in mano molte fra le cure maggiori dello Stato. Ciò valse a determinar sempre più l'indole dei lavori suoi letterari e a farla concorde allo scopo politico della sua vita. E prima è da menzionare una breve cronaca, intesa a glorificare i Goti e gonfia d'ampollose lodi per Teodorico, meschina opera e grave di errori indicati e censurati severamente da Teodoro Mommsen innanzi al quale Cassiodoro trova di rado favore[7]. D'assai maggior pregio invece e tali da onorarsene la erudizione del tempo suo sembrano essere stati i dodici libri della sua storia gotica sui quali peraltro pesa a ragione il sospetto di soverchia parzialità verso i Goti. Ma questa storia andò presto smarrita e solo ci avanza di giudicarne in modo imperfetto dal compendio che ce ne lasciò Giordane. L'intendimento del libro apparisce dalle parole colle quali il re Atalarico annunzia al Senato Romano l'innalzamento di Cassiodoro a Prefetto del Pretorio. Non solo, egli dice, Cassiodoro ha magnificato i suoi signori presenti, ma rifacendosi indietro, «si distese anche sulla antica nostra prosapia imparando col leggere quello che appena ricordavano in lor tradizioni i nostri canuti. Egli dalle latebre dell'antichità trasse i re de' Goti nascosti per lungo oblìo. Egli restituì l'antica nobiltà di sangue agli Amali, dimostrando aperto la stirpe nostra essere stata regale per diciassette generazioni. Fe' diventare storia romana la origine dei Goti[8] raccogliendo quasi in ghirlanda i germi fioriti che prima si dispergevan qua e là pe' campi dei libri. Considerate quanto in lodarci v'amò colui che dimostrò esser mirabile fin dall'antichità la nazione del vostro principe, affinché come foste sempre ritenuti nobili così imperasse sopra voi una antica progenie di re.»[9] Lo scopo politico del libro si mostra qui chiaro. Ai Romani tanto più alteri di loro storia quanto più era scadente la grandezza reale di Roma, riusciva opportuno il dire che questi barbari calati di Germania a divider con loro la patria, avevano anch'essi nobiltà d'origine e storia gloriosa. A ciò, dice il Wattenbach, intese la erudizione di Cassiodoro. «Che i Goti e i Geti fossero un sol popolo già da lungo tempo era facilmente creduto, ma nessuno aveva ancora cercato di dimostrarne la parentela. Fe' ciò Cassiodoro. Intrecciò le memorie propriamente storiche dei Goti, il contenuto dei loro canti, con quanto intorno ai Geti egli trovò presso i Romani ed i Greci, e poiché così gli uni come gli altri dai Greci erano detti Sciti, risalì la intera storia primitiva degli Sciti e senza esitare chiamò donne gotiche anche le Amazzoni. Così gli Amali di cui lo splendore era narrato dalle saghe gotiche, apparivano ora come i discendenti immediati di Zamolclii e di Sitalchi, e i Romani potevano trovare in ciò un conforto all'amarezza della signoria straniera.»[10]