«Mentre accadean tali cose, la costellazione del Cancro ardua per gli accesi raggi di Febo allontanava l'imperatore dai castelli romani, ma quando la costellazione della Vergine tornando portò seco la stagion grata, egli invitato segretamente dai Romani venne a Roma (A. D. 963). Ma perché dirò «segretamente» quando la maggior parte degli ottimati invase il castel di San Paolo e invitò il santo imperatore dando perfino gli ostaggi? A che indugiarsi in parole? Accampatosi l'imperatore presso alla città, il papa e Adalberto se ne fuggon da Roma. I cittadini accolgono nella città il santo imperatore con tutti i suoi, promettono fedeltà, aggiungendo e giurando fermamente ch'essi mai non eleggerebbero il papa nè l'ordinerebbero senza il consenso e la elezione del signore imperatore Ottone cesare augusto, e del figlio di lui il re Ottone.

«Dopo tre giorni, chiedendolo del pari i vescovi romani e la plebe, si fa grande adunanza nella Chiesa di San Pietro, e coll'imperatore sedettero gli arcivescovi, di quei d'Italia: Rodaldo diacono per Ingelfredo patriarca d'Aquileia trattenuto colà, come suole accadere, da una improvvisa malattia, e Gualperto di Milano e Pietro di Ravenna; di quei di Sassonia: Adeltac arcivescovo, e Landoardo vescovo Mimendense; di Francia Otcherio vescovo di Spira; dell'Italia i vescovi Uberto di Parma, Liudprando di Cremona, Ermenaldo di Peggio.» E qui segue una lunga lista di vescovi quasi tutti italiani e dei preti e cardinali romani che si trovarono al concilio oltre ai rappresentanti della nobiltà e del popol di Roma menzionati anch'essi nella lista, dopo la quale Liudprando ripiglia il suo racconto:

«Sedutisi adunque costoro e fattosi un gran silenzio, così sorse a dire il santo imperatore: ‘Quanto sarebbe acconcio che a tanto chiaro e santo concilio si trovasse presente il signor papa Giovanni! Però avendo egli rifiutata la compagnia vostra, noi consultiam voi, o padri santi, che avete seco comune la vita e gl'interessi.’ Allora i pontefici romani e i cardinali preti e diaconi con tutta la plebe universale esclamarono: ‘Ci maraviglia che la santissima prudenza vostra voglia farci scrutare quello che non è nascosto agli Iberici nè ai Babilonesi, nè agli Indi. Costui non è già di coloro che vengono in veste di agnello e dentro son lupi rapaci: egli infierisce così apertamente, tratta così in palese i suoi diabolici affari che non usa andare in circuito.’ L'imperatore rispose: ‘A noi par giusto che le accuse siano espresse nominatamente, e quindi si tratti di comune consiglio ciò che dobbiamo fare.’ Allora sorgendo Pietro cardinale prete, attestò che egli l'aveva veduto celebrar la messa senza comunione. Giovanni vescovo di Narni e Giovanni cardinale diacono, dichiararono d'averlo veduto ordinare un diacono in una stalla di cavalli e non nelle proprie ore. Benedetto cardinale diacono con altri condiaconi e preti dissero ch'ei sapevano che egli faceva a prezzo ordinazioni di vescovi, e che aveva ordinato vescovo un fanciul di dieci anni nella città di Todi. Dissero non esser necessario indagare sui sacrilegî perchè ne avevano veduto più di quanto potrebbero apprendere udendo. Dissero degli adulterî.... Dissero che aveva esercitata pubblicamente la caccia; che avea privato degli occhi Benedetto padre suo spirituale talché ei n'era morto indi a poco; che aveva evirato e ucciso Giovanni cardinale suddiacono; e attestarono che avea fatti incendi, cinta la spada, vestito l'elmo e la lorica. Che avea bevuto per amor del demonio lo acclamarono tutti, chierici e laici. Dissero che giuocando ai dadi aveva invocato l'aiuto di Giove e di Venere e degli altri demoni. Dichiararono ch'egli non avea celebrato mattutino e le ore canoniche, e ch'ei non si muniva col segno della croce.

«Udito ciò l'imperatore, poiché i Romani non potevano intendere il linguaggio suo sassone, impose a Liudprando vescovo di Cremona di esprimere a tutti i Romani quanto segue in latino. Onde quegli sorgendo incominciò: ‘Spesso accade, e noi per esperienza crediamo, che gli uomini costituiti in dignità sieno macchiati d'infamia dagli invidiosi, ché il buono spiace ai malvagi come il malvagio ai buoni. E ciò è cagione che ci sembri dubbia questa accusa contro il papa, che ora lesse e fece con voi Benedetto cardinale diacono, incerti se essa prorompa da zelo di giustizia o da livore d'empietà. Onde coll'autorità della dignità concessa a me indegno, io vi prego per quell'Iddio che pur volendo niuno può ingannar mai, e per la santa madre di lui Maria Vergine intemerata, e pel corpo preziosissimo del principe degli apostoli nella cui Chiesa si tiene questo discorso, che non si lanci al signor papa accusa nessuna di colpe ch'egli non abbia commesse e che non sieno state vedute da uomini provatissimi.’ Allora i vescovi, i preti, i diaconi e il rimanente clero e tutto il popolo dei Romani come un sol uomo dissero: ‘Se e quanto lesse Benedetto diacono, e indegne cose anche maggiori e più turpi non commise Giovanni papa, non ci assolva dai legami dei peccati nostri Pietro principe beatissimo degli apostoli che chiude il cielo agli indegni e l'apre ai giusti, ma ci annodi il vincolo dell'anatema e nel giorno novissimo siam posti dalla parte sinistra con coloro che dissero al signore Iddio: Allontanati da noi, non vogliamo la scienza delle tue vie. Che se non concedete fede a noi, almeno dovete credere all'esercito del signor imperatore, a cui quegli andò incontro cinque giorni or sono cinto di spada e armato di scudo, di elmo e di lorica.’ Allora disse il santo imperatore: ‘Tanti sono i testimoni di ciò quanti i combattenti nell'esercito nostro.’ La Santa Sinodo disse: ‘Se piace al santo imperatore si mandino lettere al signor papa, che venga e si purghi da tutte queste accuse.’ Allora gli fu mandata questa lettera:

«‘Al sommo pontefice e papa universale Giovanni signore, Ottone per concessione della clemenza divina imperatore augusto, cogli arcivescovi e vescovi di Liguria, Toscana, Sassonia e Francia, nel nome del Signore. Venuti a Roma per servigio di Dio, avendo richiesto intorno alla vostra assenza i figliuoli vostri, cioè i vescovi romani, i cardinali preti e diaconi, e tutta la plebe universa, per quale cagione non volevate veder noi che siam difensori di vostra Chiesa e vostri, tali e così oscene cose ci riferirono di voi, che ci farebbero vergogna se si dicessero d'un istrione. Delle quali, per non tenerle nascoste alla grandezza vostra, descriveremo qui alcune brevemente, che se volessimo specificarle tutte, un sol giorno non ci basterebbe. Sappiate adunque che non da pochi, ma da tutti, così dell'ordine nostro che dell'altro, voi siete accusato d'omicidio, di spergiuro, di sacrilegio e d'incesto. Dicono anche, e fa raccapriccio a udirsi, che avete bevuto per amor del diavolo, e che al giuoco dei dadi avete invocato l'aiuto di Giove, di Venere e d'altri demoni. Ora noi preghiam vivamente la paternità vostra che non lasciate di venire a Roma e di purgarvi da tutte queste accuse. Se per avventura temete la violenza della moltitudine temeraria, noi vi promettiamo con giuramento che non si farà nulla fuor della sanzione dei santi canoni.’

«Colui avendo letta questa lettera scrisse questa apologetica: ‘Giovanni vescovo, servo dei servi di Dio, a tutti i vescovi. Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa; se ciò farete io vi scomunico da parte di Dio onnipotente per modo che non abbiate licenza di ordinar nessuno nè di celebrar la messa.’»[82]

Allorché questa rozza lettera fu letta in Concilio, spiacque del pari per la forma e per la sostanza. Fu stabilito che l'imperatore e con lui tutta la sinodo intimassero a Giovanni di venire in Roma alle discolpe, minacciandogli di deporlo se non si piegasse. La lettera d'intìmo come era stata concepita fu subito scritta con vigore fermo di pensiero e di stile. Respingeva sdegnosa la scomunica papale con acerbi rimproveri per l'inconsulta ingiuria fatta all'assemblea, affermava l'autorità di questa a minacciar lui di scomunica se non compariva, e concludeva paragonandolo a Giuda di cui l'autorità apostolica era cessata col tradimento. Il messaggio fu affidato ai cardinali Adriano e Benedetto e questi si mossero subito per andarlo a recare.

«I quali arrivati a Tivoli non lo trovarono; ché già se n'era andato in arme alla campagna nè v'era alcuno il quale sapesse indicar loro dov'egli fosse. E non potendo trovarlo se ne tornarono alla Santa Sinodo che si raccolse allora per la terza volta. Ed ora l'imperatore disse: ‘Aspettammo la venuta sua per lamentarci con lui presente della condotta sua verso di noi. Ma poiché sappiam certo ch'ei non verrà, vi chiediam con istanza di ascoltare com'egli siasi con noi condotto perfidamente. Facciam dunque noto a tutti voi, o arcivescovi, vescovi, preti, diaconi e a tutto il rimanente clero, e a voi conti, e giudici, e a tutta la plebe, che questo medesimo Giovanni papa oppresso da Berengario e da Adelberto ribelli nostri, mandò nunzî in Sassonia pregandoci che per l'amor d'Iddio venissimo in Italia a liberar la chiesa di san Pietro e lui dalle loro fauci. Quello poi che noi coll'aiuto di Dio abbiamo fatto, non serve dire perché voi lo vedete innanzi a voi. Strappato per opera mia dalle loro mani e restituito al debito onore, egli, dimentico del giuramento e della fedeltà che mi promise qui sopra le reliquie di san Pietro, fece venire a Roma Adalberto e lo difese contro di me e fece sedizioni e in vista dei soldati nostri, fatto duce di guerra vestì l'elmo e la lorica. Decreti ora sopra ciò la Santa Sinodo e sentenzii.’ A ciò, i romani pontefici e il rimanente clero e tutto il popolo risposero: ‘Una piaga inaudita vuolsi cauterizzare con inaudito cauterio. Se coi corrotti costumi sé solo danneggiasse e non gli altri, potrebbe in qualche modo tollerarsi. Ma quanti che prima erano casti son fatti incestuosi per imitazione di lui? Quanti probi conversando seco divenuti reprobi? Noi domandiamo adunque alla imperiale grandezza vostra, che quel mostro i cui vizî non sono redenti da virtù alcuna, sia respinto dalla Santa Chiesa Romana, e un altro sia posto in suo luogo che possa guidarci e giovarci coll'esempio della buona conversazione; viva retto per sé e c'insegni coll'esempio a ben vivere.’ Allora l'imperatore: ‘Piace a noi ciò che dite, e nulla ci sarà caro più del potersi trovare tale uomo che possa preporsi a questa santa ed universale sede.’»

«A ciò tutti ad una voce dissero: ‘Leone venerabile protoscriniario della santa chiesa romana, uomo provato e degno del supremo grado sacerdotale, noi ci eleggiamo in pastore, come sommo ed universale papa della Santa Chiesa Romana, riprovato pei suoi mali costumi Giovanni l'apostata.’ E ripetuto ciò per tre volte, consenziente l'imperatore, secondo la usanza conducono tra le laudi il nominato Leone al palazzo Lateranense, e al tempo determinato lo sollevano con santa consacrazione al sommo sacerdozio nella chiesa di san Pietro, e con giuramento promettono d'essergli fedeli.»

«Compiute così queste cose, l'imperatore santissimo sperando di poter dimorare in Roma con poca gente, die' licenza a molti di tornarsene a casa affinché il popol romano non rimanesse consunto dalla moltitudine dell'esercito. E risapendo ciò quel Giovanni che già fu chiamato papa, non ignorando come potesse facilmente corrompere a denaro le menti dei Romani, manda di celato messaggeri a Roma promettendo il denaro di san Pietro e di tutte le chiese se dessero addosso al pio imperatore e a papa Leone ed empiamente li trucidassero. A che indugiarmi in parole? I Romani confidando, anzi ingannati per la picciolezza dell'esercito, animati dal denaro promesso, dato fiato alle trombe corrono contro all'imperatore per ucciderlo. Ai quali l'imperatore muove incontro sul ponte del Tevere che i Romani avevano ingombrato di carri. I forti soldati suoi, assuefatti alla guerra, intrepidi di petto e armati, si caccian tra loro, e come falchi tra una moltitudine d'uccelli, li atterriscono senza incontrar chi resista. Non nascondigli, non corbe, non barche, non cloache furon tutela ai fuggenti. Li uccidono, e come accade ai forti, li feriscono nelle terga. E chi mai sarebbe avanzato superstite dei Romani, se il santo imperatore, inclinato ad una misericordia che non era certo dovuta, non avesse ritratti e richiamati i suoi ancora assetati di sangue?»[83]