È gran danno che l'intero racconto di questi avvenimenti, scritto mentre essi accadevano, non sia stato terminato da Liudprando e s'interrompa poco oltre l'esagerato ragguaglio di questa sedizione dei Romani. Gli affari lo incalzavano. Concluso il Concilio tornò a Cremona ma di lì a poco, morto Leone VIII (A. D. 965), fu spedito un'altra volta a Roma per la elezione del nuovo papa. Nel 967 intervenne a due altri concilî, un di Ravenna e un di Roma, e in quest'ultima città si trovò alla incoronazione del giovinetto Ottone associato dal padre all'impero. Coll'animo inteso a restaurar l'impero d'Occidente, Ottone tendeva ad assoggettarsi il papato mentre lo riformava, e a far sua tutta Italia scacciando dal mezzogiorno Arabi e Greci. In pari tempo, sempre collo stesso pensiero, desideroso di circondare il suo trono coi classici splendori delle tradizioni antiche, egli immaginava d'amicarsi la corte di Bizanzio e stringersi di parentela ad essa maritando al figliuol suo una principessa greca. Ma la diffidenza dei Greci ombrosi a ragione per l'allargarsi d'Ottone nella Italia inferiore, faceva ardua l'esecuzione di questo concetto. A vincere questa diffidenza era mestieri trovar l'uomo adatto, destro nei maneggi diplomatici ed esperto della Grecia. Certo pareva tale Liudprando e fu inviato a Niceforo Foca per chieder la mano di Teofania figlia di Romano II, ma l'ambasciata andò a vuoto. Liudprando fu male accolto e con patente dispregio. Fin dalla prima udienza Niceforo gli mosse acerbe lagnanze contro il suo signore per l'occupazione di Roma, pel titolo assunto d'imperatore, per la soggezione ottenuta dai principi di Benevento e di Capua; tutte cose nel parer suo lesive dei suoi diritti. Gli argomenti e le ardite risposte dell'ambasciatore non giovarono a nulla o valsero solo ad inasprir maggiormente l'animo del sovrano orientale. Dopo varie udienze tutte inutili, raggirato schernevolmente in mille modi, trattenuto a lungo in Costantinopoli tra mille pretesti più come prigioniero che come legato, Liudprando ebbe in grazia di potersene alfine tornare in patria senza nulla concludere. Di questo smacco egli provò un dispetto amaro e lo versò tutto quanto in una relazione della missione sua ch'egli compose e indirizzò ai suoi sovrani. Malgrado la impronta della vanità personale e della parzialità caratteristiche di Liudprando, questa Relatio de Legatione Costantinopolitana ci offre un quadro spiccato e vivissimo della corte greca. Il Gregorovius con quella ricca esuberanza d'immagini onde colorisce il suo stile, afferma che «questo bellissimo pamphlet somiglia ad un'oasi che s'incontra dopo avere percorso un deserto letterario[84]» ed aggiunge che da Procopio in poi non possediamo uno scritto che gli sia paragonabile. Io col pensiero a Paolo Diacono non vorrei far mio questo giudizio, ma certo la Relatio è tra gli scritti più dilettevoli ed istruttivi che ci offra l'antico medio evo italiano. La descrizione della corte di Niceforo, le vivaci argute risposte colle quali, s'ei dice il vero, Liudprando rimbeccava le accuse mosse al suo sire e al suo popolo, la fede bugiarda e la rapace corruttela dei Greci, gli ostacoli posti alla sua partenza e le angherie patite sulla via del ritorno, tutto così nell'insieme come nei particolari porge risalto al libro e lo fa attraente. Anch'esso come gli altri libri di questo autore è incompleto e s'interrompe mentre narra il viaggio che fece tornando, sul principio dell'anno 969. Rientrato in corte, Liudprando seguitò a prender parte nei pubblici affari. Nel 971, morto Niceforo Foca e rese più facili le relazioni tra i due imperi, pare ch'egli andasse di nuovo a Costantinopoli colla solenne ambasceria inviata a prendere la principessa Teofania destinata sposa di Ottone II. Ma oramai il corso della sua vita era al termine ed egli non toccò più la sua Cremona. S'ignorano la data precisa e il luogo di sua morte, ma par ch'ei sia trapassato mentre era ancora in Grecia, o appena tornato con Teofania in Italia nei primi mesi del 972, tra il quinquagesimo e il sessagesimo anno della età sua.
Così terminava quest'uomo singolare la cui vita e gli scritti mostrano profondo lo stampo di un ingegno arguto e originale, di un carattere vivace e appassionato. Uguale ai più capaci tra gli scrittori suoi contemporanei in Europa, incomparabilmente superiore a quelli d'Italia, non sempre corretto latinista ma neppure spregevole. Egregiamente e laicamente educato nella infanzia, conobbe per tempo ed amò i classici. Ebbe familiari quasi tutti gli antichi e tra essi Terenzio, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, dei quali cercò d'incastonar qua e là frasi ne' suoi libri non senza pompa ma pur con migliore discernimento d'altri scrittori medioevali. Nè si tenne contento alle citazioni latine, ma in ogni scritto amò sfoggiare la sua conoscenza del greco interpolando nel suo latino greche parole e frasi. Come a modello dei suoi lavori mirò molto a Severino Boezio i cui libri nel medio evo ebbero una smisurata influenza, e, specialmente nell'Antapodosi, sull'esempio di Boezio mescolò la sua prosa con versi abbastanza bene architettati. Ma quell'esagerato spirito d'imitazione non bastò a cancellare la originalità dello stile in un uomo così conscio ad ogni ora della personalità propria. L'Antapodosi, che de' suoi libri è il più lungo e il più liberamente composto, è forse quello in cui si rivelano meglio il carattere dell'uomo e le sue contraddizioni. Ingegnoso e credulo, acuto osservatore dei fatti e impetuoso nei giudizî, desideroso del bene ma troppo facile censore del male e cupido raccontatore di scandali. De' suoi nemici, massime di Berengario e di Willa, flagellatore acerrimo, degli amici e benefattori lodatore smisurato e adulatore, ma è pur chiaro a chi lo legge ch'egli sente in cuore ciò che manda fuori, e per caldo di fantasia denigra o adula colla convinzione d'esser nel vero. Da queste qualità personali l'autorità sua di storico per un tempo patì di soverchio, ed ora parmi di notare una moderna tendenza ad alzarla oltre il dovuto alquanto. Io per me son d'avviso che le narrazioni di Liudprando in quanto riguardano i particolari dei fatti sieno preziose a confermare o a spiegare quanto ci è detto da altri, ma ch'esse debbano esser pure adoperate con maggior cautela di quella usata da qualche storico recente. Certo in complesso nessun lavoro contemporaneo potrebbe aiutarci meglio dei suoi a darci una idea generale del secolo decimo e a recarcelo innanzi alla mente. Uomo di Stato e di Chiesa, esperto della vita per fortuna varia di casi, pronto d'ingegno, abile e colto scrittore, Liudprando potè come niun altro afferrar col pensiero e congiunger tra loro le relazioni delle cose che vide e narrò, mentre l'indole sua vivacemente ingenua era mirabilmente formata a suscitare in noi le impressioni medesime che l'insieme degli avvenimenti reali avevano suscitato nell'animo suo[85].
Affatto diversa dalle opere di Liudprando nelle tendenze come nella forma, è la cronaca di Benedetto di S. Andrea scritta ancor essa intorno a questi tempi[86]. Grossissimo di stile, il monaco Benedetto si sforza di raccogliere la storia del mondo dalla venuta di Cristo, ma non ha vera importanza che per la storia locale di Roma verso i tempi d'Alberico al quale come a protettore del suo monastero prodiga lodi larghissime. La voce di Benedetto avversa ma senza odio e non ingiusta, suona rampogna contro i nuovi monarchi calati d'oltralpe, le cui soldatesche egli dalle falde solitarie e poetiche del Soratte vedeva spargersi per la campagna romana. In contrasto colle amplificazioni adulatorie di Liudprando e mestamente ispirate, quelle rozze pagine lasciano in chi le percorre un senso di tristezza pietosa. Il rude uomo che le scrisse non conosce i classici, non sa di grammatica, ma l'amor della patria gli scalda il petto e il volgare linguaggio suo si leva ad una eloquenza funerea quando ricorda l'abbandono desolato di Roma dopo le repressioni feroci colle quali Ottone soffocò ogni resistere dei Romani alla autorità sua. «Guai per te, o Roma,» esclama egli «oppressa e conculcata da tante genti! Anche il sassone re ti prese, e il popol tuo fu mandato a fil di spada e la tua forza annullata! Tu che nella tua grandezza trionfasti delle genti, mettesti a morte i re della terra, calcasti l'universo; tenevi scettro e potestà suprema, tu sei spogliata dal re sassone e desolata.... Fosti troppo bella! Vediamo ancora le tue mura colle torri e i merli. Avevi trecento ottant'una torri, quarantasei castelli turriti, seimila ottocento merli, quindici erano le tue porte. Guai a te, o città Leonina! già fosti presa dal re sassone ed ora egli t'abbandona!»[87]
Malinconiche parole invero e triste richiamo dalla decadenza presente allo splendor del passato! Ma se lo squallore di Roma ispirava il rozzo compianto di Benedetto del Soratte, a Venezia invece il diacono Giovanni cappellano del Doge Pietro Orseolo II (A. D. 991-1009), ci schiude le prime pagine di una tra le più maravigliose storie dell'universo[88]. Inviato più volte ad Ottone III e ad Enrico II come ambasciatore, usato a conversare in una corte di gente pratica, Giovanni era uomo avvezzo alle cose ordinarie della vita e aperto agli affari. Di ciò riman traccia nella sua narrazione, la quale semplice, non curante di rettorica e spesso neppur di grammatica, procede spedita e piacevole a leggersi. Dalle prime origini di Venezia essa giunge fino al 1008, manchevolissima ed erronea per la parte più antica, preziosa per la contemporanea massime dove parla delle relazioni tra gl'imperatori d'Occidente e Venezia. Nella cronaca sua ci è dato di conoscer più pienamente quale fosse l'operoso governo di Pietro Orseolo e quanto per impulso di lui la repubblica veneta si lanciasse più sicura nella via delle sue grandezze. È lodator grande, forse soverchio, del suo principe a cui lo stringeva un affetto devoto, ma è pur vero che quel principe è annoverato tra i più insigni che vanti l'antica storia di Venezia. Con Giovanni siam fuori della vita claustrale e respiriamo aperta e libera l'aria delle sue lagune. Degno predecessore di Andrea Dandolo egli ci fa intravveder primo la gloriosa età dei Comuni a cui stava per muover l'Italia attraverso il laborioso periodo che ora s'affaccia innanzi allo sguardo nostro.
Capitolo IV
Movimento intellettuale del secolo undecimo e del dodicesimo — Riforma della Chiesa — Risveglio della cultura ecclesiastica e delle indagini storiche nei monasteri — Regesti e cronache monastiche — Il monastero di Farfa e le opere di Gregorio di Catino. «Chronicon Vulturnense» — Rinascenza artistica e letteraria di Montecassino promossa dall'abate Desiderio. Il monaco Amato e la storia dei Normanni. Leone Marsicano e Pietro diacono, storici di Montecassino — Scritti storici dell'Italia meridionale — Cronaca del monastero della Novalesa.
Usciti dalle chiuse anguste per le quali ci siamo avvolti così lungamente, ora si aprono dinnanzi a noi orizzonti più vasti. Incomincia un'età di giganti e la storia d'Italia si risolleva ad altezze epiche. Il Papato trattosi appena dal fango entro cui s'era ingolfato, riafferma con audacia grandiosa il suo potere, esagera le romane tradizioni di Gregorio il Grande e colla universalità del dominio spirituale reclama ad alta voce la supremazia della Chiesa sopra popoli e re. L'Impero geloso di sue prerogative contrasta alla smisurata pretesa, si difende or cavilloso or violento contro la prepotenza morale del sacerdozio e tenta invano di soggiogarselo. Una mano di venturieri normanni approda in Sicilia e sgombrati da essa i Saraceni, s'allarga nel mezzogiorno d'Italia a fondare un regno talora nemico, talor protettore dei papi i quali intanto mirando lontano, maturano in mente il vasto concetto delle crociate e lo bandiscono al mondo. E, quasi inavvertito, tra tanto mutare di casi il genio latino risorgente mette i primi germi di una vita nuova feconda di gloria all'Italia: la vita dei Comuni. Le lettere rinverdiscono. Chiesa, Impero, popolo, tutti variamente tendono al rinascimento degli studi. Il bisogno di una riforma nella Chiesa e gli sforzi per ottenerla tentati prima dagli Ottoni e ripigliati con maggior lena dai grandi papi del secolo undecimo, riconducono la cultura e l'amor dello studio nel clero. Il cozzar delle parti suscita frequenti e vivaci le scritture polemiche, e il bisogno di trovar nel passato le conferme dei diritti asseriti apre una via allo studio della legge romana. Il rinnovato vigore del diritto pubblico e privato ispira l'amore e lo studio dei documenti, mentre il primo sorgere e svolgersi della vita comunale è come un'alba di nuovi tempi che sveglia a maggiore attività letteraria il laicato non immemore delle antiche tradizioni. L'età del ferro per la cronografia italiana è oramai cessata.
La riforma penetrata nella Chiesa al tempo di cui teniamo discorso, non fu nè tutta opera dei papi, nè tutta degli imperatori, nè tutta del minor clero, nè del popolo. Fu opera complessiva e comune. Un alito rigeneratore si agitava pel mondo e gli animi aspirando all'alto tendevano quasi inconsapevoli per vie diverse alla riforma. Una tendenza siffatta, essenzialmente religiosa da principio nel suo carattere, di necessità doveva appoggiarsi al monachismo e trattolo seco farne leva precipua al gran moto. La seconda metà del secolo undecimo e la prima del dodicesimo possono in certo modo chiamarsi il secol d'oro pel monachismo d'Occidente così per la influenza ch'esso esercitò in generale sulla Chiesa e l'impulso che diede alla sua riforma, come per la influenza e l'impulso che ne ricevette. Nell'età precedente la corruzione dei monasteri era grande in ogni luogo, e, come vedemmo, in Italia grandissima. Ma quando le cose toccavano all'estremo, ecco risorgere a Cluny la vigorìa del monachismo e di là muover l'iniziativa di un miglioramento universale. I monasteri italiani furono rinsanguati per questa via. Odone di Cluny riformatore zelante e savio riuscì tra molti ostacoli a far molto bene massime a Montecassino e, dietro invito del famoso Alberico principe dei Romani, anche nei monasteri di Roma e della Sabina. Questo missionario della riforma monastica alle virtù morali accoppiava il sapere, e in Francia aveva studiato filosofia, grammatica, musica e arte poetica. Naturalmente egli dovette cercare di ricondurre l'amor dello studio nei chiostri e farne rifiorire le scuole, onde i semi gettati da lui, presa lentamente radice, diedero entro il giro d'un secolo frutti copiosi. Il monastero di Farfa è primo in questa risurrezione intellettuale. Nel capitolo precedente abbiamo veduto che l'abbate Ugo non contento di restaurar la Badia e di ritornarla agli antichi splendori, si era adoperato a perpetuarne la storia dettando uno dei più notevoli tra gli scritti storici dell'età sua. Nè questa iniziativa fu sterile. Allorché nel 1039 Ugo moriva, dietro a quel glorioso abbate rimaneva nel monastero una scuola destinata a ripigliar l'opera sua e ad essa fu educato il fanciullo Gregorio di una nobile famiglia di Catino in Sabina. Suo padre, seguendo un costume dei suoi tempi, aveva offerto questo fanciullo al monastero insieme con un altro figlio, che morì di lì a poco nel 1068. Da circa trent'anni Gregorio viveva modesto ed oscuro nella Badia quando, uscente il secolo undecimo, suggerì all'abate Beraldo II un vasto lavoro e fu incaricato di mandarlo ad effetto. Le invasioni patite nell'età anteriore, la distruzione e il lungo abbandono del monastero, gli abbati dilapidatori, avevano inevitabilmente disordinato molto e indotto mutazioni nelle proprietà del monastero, onde seguiva un frequente contestar di diritti, e litigi innanzi ai tribunali. Perciò Gregorio propose di riordinare l'archivio e radunati tutti i documenti sui quali si fondavano i diritti del monastero, copiarli ordinatamente in un sol libro. Così con una copia autentica e maneggevole essi eran fatti facilmente adoperabili, e il monastero si premuniva da ogni possibile deperimento degli originali. Affidatagli la impresa, Gregorio si accinse a compierla, e quindici anni durò nell'opera laboriosa nè la lasciò finché l'età omai tarda e la vista indebolita non gli fecero impedimento a seguitare. Ma la maggior parte e la più difficile del lavoro era fatta, ond'egli poté senza timore affidarne il rimanente ad un suo nipote di nome Todino, monaco anch'egli di Farfa, il quale die' l'ultima mano all'opera e la condusse al compimento.
Il Regesto di Farfa, o, come Gregorio lo intitolò, il Liber gemniagraphus sive cleronomialis Ecclesiae Farfensis, è per fermo uno dei documenti di maggiore importanza per la storia del medio evo italiano dai tempi longobardi fino alla fine del secolo undecimo. I numerosi documenti antichissimi ch'esso ci tramanda, presentano un insieme di valore insuperabile per la storia del diritto e pel problema delle relazioni che correvano tra le popolazioni latine e i dominatori longobardi e franchi nei secoli ottavo e nono. Relativi a questi due soli secoli il Regesto contiene quasi trecentocinquanta documenti, e sovr'essi come sovra una delle basi principali, posa molta parte degli studî fatti in Italia e in Germania intorno a questo periodo della nostra storia. A centinaia trovansi in questa raccolta diplomi di papi, di imperatori, di re, di duchi, e si aggiungono alle carte private anch'esse piene di parole e di notizie che giovano indirettamente alla storia, o allo studio del diritto o della topografia medioevale. La importantissima storia del Ducato spoletino si attinge tutta per la parte più antica nel Regesto di Farfa, che inoltre ha capitale importanza per la storia particolare di Roma nel decimo secolo e nel decimoprimo.
I limiti del libro presente non consentono ch'io mi dilunghi trattando di questo insigne documento di nostra storia. Fin qui la scarsità dei ricordi storici mi ha invitato ad allargarmi e a parlar di raccolte che non erano propriamente cronache; adesso l'abbondanza a cui muoviamo incontro mi costringe di lasciar da lato e menzionare appena ogni fonte indiretta di storia come i diplomi e le lettere. Tuttavia è necessario indugiarsi alquanto sul Regesto di Farfa che è l'antichissima tra le raccolte vaste e complete del suo genere. Esso a dir così è il foriero degli altri Regesti che comparvero verso quella età e giovarono maravigliosamente a fare risorgere non pure l'amor del racconto, ma la critica della storia con esso[89], poiché ai Regesti, o almeno alle indagini fatte negli archivî, tenevano dietro come natural conseguenza le cronache delle badie, e il lume della critica si accendeva spontaneo in quei monaci archivisti. Nei pensosi silenzi di loro celle essi interrogando i documenti e comparandoli insieme, vedevano uscirne la storia del monastero e s'invogliavano di narrarla ai posteri. Gregorio di Catino ci porge un esempio di questo spontaneo educarsi ad un senso sagace di critica. Solo e non soccorso da verun modello anteriore, egli immaginò per la compilazione del suo lavoro un metodo così giusto e semplice che quasi non potrebbe aspettarsi migliore dalla critica odierna. Conscio di fare opera storica e degna di pregio, egli vi si consacra con dignitosa coscienza e con un concetto limitato e manchevole della storia ma moralmente elevato. In qualche modo s'accosta alla definizione ciceroniana allorché dimostra la storia dover giovare ai posteri narrando ad esempio le virtuose opere compiute dai giusti delle generazioni passate. «Le età dei giusti,» egli dice in un luogo, «sono principalmente descritte affinché noi passiam l'età nostra con saggia e somigliante felicità e senza offesa. Imperocché sta scritto che noi siam fatti più cauti dagli esempi dei giusti, le cui orme seguendo non cadremo per via.» E tra questi pensieri egli cercava con amor sincero la verità nella storia della sua Badia, respingendo le favole e cercando appoggio nei documenti dell'archivio. Per le prime leggendarie notizie sulla antichissima fondazione di Farfa, egli non ha altra guida che la Constructio, ma se ne serve, citandola, con molta cautela e senza affermar nulla dove l'affermazione non ha fondamento di certezza: «Basti sapere,» così si contenta di dire. «che questo santo cenobio fu costruito da questo santissimo uomo (Lorenzo) e non per opera pubblica. Siccome poi il tempo di tale costruzione ci è ignoto, amiamo meglio tacere intorno a ciò che profferir cosa mendace o frivola. Ché se a noi non è lecito ascoltar la menzogna, assai meno si conviene il profferirla in alcun modo.»[90] Nobile sentenza degna di storico, pur troppo non seguita sempre dagli scrittori di storia ecclesiastica! Ma se da un lato lo scrupoloso timor d'ingannarsi lo ritiene dal creder troppo, dall'altro non si perita di cercar nella critica aiuto a congetture probabili, e in questo caso aiutandosi con un passo dei dialoghi di San Gregorio, immagina argomenti assai validi per riferire la data della prima fondazione ad una età non precisa ma certo anteriore a quel pontefice. Del resto le norme ch'egli seguì nel suo lavoro sono molto bene chiarite in questa pagina di una sua prefazione al Regesto, la quale merita anche d'esser considerata come indizio del nuovo movimento intellettuale che incominciava ad agitarsi nei monasteri: «Io,» dice l'onesto monaco, «non presumo nulla delle mie forze, ma per carità d'Iddio e fidente nel suo aiuto per la intercessione della nostra gloriosissima Signora, sonomi studiato attentamente di compier quest'opera molto devota e assai proficua nel modo più verace e fedele. Non ch'io sia sufficiente in emendar le parti corrotte della rettorica, ma secondo la pochezza del mio picciol sapere[91] procacciai di correggere quelle parti che oltremodo parevan confuse, ma nol feci interamente affinché i semplici non avessero a credere che si volesse confonder l'intelligenza della prima edizione nella quale furono scritte. E massimamente perché io non mi sedei soletto in disparte remoto dalle turbe per insister più attento al quieto lavoro, ma situato all'aperto appena potei esser tranquillo alquanto e aver favore della solitudine necessaria a tale opera. Nè io mi reputo di essere a ciò abbastanza idoneo, perché non fui erudito alle scuole dei poeti nè addottrinato nella profondità dei grammatici, ma nudrito fin quasi dalla cuna agli esercizi divini nella scuola di questo sacro cenobio e alimentato nella fedele sapienza del latte della madre di Dio, a lei, operando alcun che d'utile, ho voluto riferire quanto imparai. Adunque come m'imposero il predetto abbate e gli altri religiosi seniori, nulla di ciò che vidi tolsi dalla intelligenza delle carte e nel trascriver le cose nulla v'aggiunsi, ma come le vidi cogli occhi mentre scrivevo e potei capire con intelletto sincero, mi studiai di riscriverle, tranne certe prolissità di parole e ripetizioni inutili, come dir talune obbligazioni già estinte, affinché per le moltissime corruzioni delle parti, lungamente affaticato e trattenuto nello scrivere non mi venisse composto troppo lentamente il volume, e fastidioso male acconcio ad esaminarlo ed immenso. Adunque solo contento alla verità delle cose e all'utile delle cause, col soccorso di Cristo e i suffragi della genitrice sua sempre vergine, mi studiai di compier questo lavoro sincerissimo e senza frode alcuna, con solerte e sottile sagacia. Anche nelle singole carte curammo d'inserire i nomi dei testimonî come li trovammo descritti negli originali. Que' nomi poi che per antichissima vetustà trovammo consunti e corrosi dai tarli, e difficilissimi a intendere, con equo giudizio omettemmo intatti, non volendo in questa purissima operetta inserir nulla che non vedessimo chiaramente cogli occhi o potessimo copiare con intelletto verace[92]. E poiché io mi sono sforzato di trasferir qui una verissima e fedele riproduzion delle cose, così possa io avere delle colpe mie certissima remissione dall'onnipotente Iddio per intercessione della Nostra Signora, e ottener mercede perpetua a' miei parenti. E a questo libro imponemmo il nome di Gemniagrafo ossia Memoria della descrizione delle terre, perché inserimmo in esso memoria delle terre di questo cenobio da qualunque persona e in qualunque luogo acquisite. Anche ci piacque che si chiamasse Cleronomiale ossia ereditale della chiesa farfense, perché dimostra fin dal principio i suoi possessi immobili. Premettemmo inoltre i nomi di tutti i luoghi e a ciascun d'essi aggiungemmo i proprî numeri e notammo con gran cura in quali scritti tu potrai ritrovarli.»[93]