Da questo brano rilevasi chiaro con quanto discernimento Gregorio conducesse la compilazione del vasto lavoro, e oggi la dispersione completa dei documenti originali cresce lode al pensiero prudente che ne ispirò la raccolta. Nè l'erudito monaco limitò ad essa l'attività sua, ma pose mano e recò a termine tre altri lavori: il Largitorium, il Floriger e il Chronicon Farfense. Il primo, simile nella disposizione al Regesto, contiene i documenti dei beni dati dal monastero in enfiteusi ai coloni che ne imprendevano la coltivazione. Così mentre il Regesto autenticava i diritti immobili del monastero, il Liber Largitorius, o come Gregorio anche lo chiamò, Liber notarius sive emphiteuticus, registrava tutti i contratti temporanei e ne determinava le circostanze e il valore. Esso incomincia con un documento dell'anno 792 e termina verso il principio del dodicesimo secolo coi documenti contemporanei al compilatore. Un indice e un prologo spiegano il concetto di questa raccolta, ancora quasi sconosciuta e di gran pregio per la storia della proprietà fondiaria e delle condizioni dell'agricoltura in Italia durante il medio evo. Delle altre due opere di Gregorio, il Floriger cartarum è un copioso indice topografico del Regesto disposto per ordine alfabetico ed ha minore importanza degli altri due. Grandissima invece è la importanza del terzo libro che fu pubblicato dal Muratori col titolo di Chronicon Farfense[94]. Questa compilazione fatta un po' in forma di cronaca, riassume il contenuto del Regesto e riferendone i principali documenti spreme da essi la storia del monastero. Colla guida della Constructio e della Destructio, di cui già ho tenuto parola nell'altro capitolo, Gregorio di Catino narra in questo libro gli avvenimenti dei tempi più antichi ponendo le sue fonti al paragone della critica e dei documenti, e cercando in essi la conferma dei fatti narrati. Ricchissimo di notizie e di diplomi tolti le une e gli altri dall'archivio di Farfa, questo libro mi par descritto a sufficienza nella descrizione del Regesto, di cui può in certo modo ritenersi come il compendio e il commento. Del resto il Chronicon Farfense nel suo concetto e nella sua partizione, non ha forma propria di storia e ciò farebbe maraviglia se non apparisse manifesto che malgrado la latinità sufficiente del suo dettato, a Gregorio manca affatto l'arte dello scrittore. I pregi suoi son diversi, e l'essersi egli prima e meglio d'ogni altro aperta la via all'esame critico dei documenti, il suo genio erudito e il suo schietto amore del vero, levano alto il valore dell'opera sua e lo fan degno di una fama assai superiore a quella che gli fu concessa finora[95].
All'ordinamento dell'archivio Farfense corrispondono intorno a quel tempo gli ordinamenti di altri archivî monastici, e le cronache e i regesti che ne derivarono. Il monastero di San Vincenzo al Volturno legato fin dalle origini sue con una specie di affinità al monastero di Farfa, ci offre anch'esso la sua cronaca documentata che fu composta da un monaco di nome Giovanni. Intrapreso il lavoro per esortazione di Girardo abbate del monastero, Giovanni ebbe il conforto di poter mostrare già molta avanzata l'opera sua al pontefice Pasquale II (A. D. 1099-1118) che lo incoraggiò dicendogli: «Bene, o fili, magnum opus coepisti sed bene coepta melius perficere stude.» La cronaca che incomincia ripigliando il racconto di Autperto sulle origini della Badia[96] e prosegue fino all'anno 1075, fu compiuta quando Gelasio II era già pontefice (A. D. 1118-1119). Anch'essa può dirsi piuttosto un regesto che una cronaca e la sua vera importanza consiste nei diplomi che le servono di base e ne costituiscono la parte maggiore. L'antichità di questi diplomi rilasciati per lo più da sovrani, estende l'utilità del libro non solo alla storia dell'Italia meridionale ma a quella di tutta la penisola, e la storia del diritto può anch'essa trarne partito. Abbastanza buona è la latinità di Giovanni nei brani che aggiunge di suo tra documento e documento, ma il senso critico di Gregorio da Catino gli fa difetto, e le notizie pregevoli che ci fornisce vanno spesso commiste a favolosi racconti di miracoli accolti senza ombra di discernimento.
Se può dirsi che Farfa nel secolo undecimo iniziasse un nuovo movimento storico, a Montecassino tocca invece la gloria d'aver prodotte le migliori storie monastiche scritte in Italia a quei tempi. Dopo che l'abbate Aligerno (A. D. 949-985) ebbe ricostruito quel famoso luogo già rovinato dai Saraceni, la vita intellettuale rinata a poco a poco nei chiostri cassinesi erasi venuta svolgendo man mano e aumentando finché toccò sua cima tra l'anno 1058 e il 1087, durante il governo abbaziale di Desiderio che fu poi papa col nome di Vittore III. È questo il periodo più glorioso che vanti Montecassino nei secoli della sua storia fino ai dì nostri, e questa luce di rinascenza si fa notevole pei tempi torbidamente procellosi tra cui risplendette. Nato dai principi di Benevento, signorile in ogni sua tendenza, di mente versatile, d'animo mite fin troppo, pio, dotto, elegante, Desiderio pareva destinato a proteggere le arti e le lettere e a dar loro un impulso efficace. Aggiungansi a ciò i viaggi ch'egli compì, quello in ispecie a Costantinopoli dove andò in qualità di apocrisario insieme con Federico dei duchi di Lorena chiamato come lui più tardi a salir sul trono pontificio dove prese il nome di Stefano IX. «Il monaco lorenese e il longobardo,» nota di loro opportunamente il Tosti «quando tornavano dalle Bizantine legazioni, recavano nel loro saio la semenza della civiltà greca, e sul loro labbro il racconto di quel che fosse la santa Sofia di Giustiniano: per cui poi Desiderio chiamò colonie di artisti alla costruzione e decorazione della basilica e del monastero, di cui fu veramente altro fondatore. Anzi parmi che questo Desiderio s'avesse quasi per natura inchinato l'animo all'oriente, donde voleva quasi evocare un raggio di sole, che collustrasse e vivificasse la sconvolta ragione occidentale e scaldasse le radici del vecchio tronco latino a dar fuori germogli di nuova civiltà. Imperocché egli fu il primo tra' Romani Pontefici a levare la voce adunatrice di eserciti contro gl'Islamiti di Oriente. Le crociate furono una santa follia: ma non è dubbio che in quella incomposta commozione di tutto l'occidente e peregrinazione in oriente venne molto bene alle scienze ed alle arti per ricambio di pensieri tra le disgiunte generazioni.»[97]
Mosso dalle incivilitrici sue aspirazioni Desiderio rifece per gran parte il monastero e la sua chiesa. In questa raccolse quanto di più squisito sapeva concepire ed eseguire l'arte a quei tempi, ed è grande sventura che il mirabile lavoro fosse tutto scrollato alquanti secoli appresso da un terremoto. Ma l'arte non teneva sola il campo a Montecassino. Mentre ogni maniera d'artisti chiamati da Lombardia, da Amalfi, da Costantinopoli, lavorando ai mosaici, allo scolpire, al dipingere, fondavano colà una scuola artistica, anche sorgeva accanto ad essa una scuola letteraria e allargava i suoi rami. La biblioteca si arricchiva di codici preziosi che Desiderio faceva scrivere e alluminare nella Badia; i documenti ordinavansi, e tra le scritture teologiche e le polemiche s'apriva un varco la storia. A quel modo che Farfa parteggiava per l'Impero nella gran lotta delle Investiture, Montecassino teneva fermo pei Papi. Di là come da rocca munita uscivano spesso cavalieri di Cristo i monaci, e lasciata appena la quiete del chiostro si gettavano ardenti in quel turbine di guerra politica e religiosa a combattere le loro battaglie colla penna e colla parola. Solo da una gran forza morale poteva veramente trar vittoria il Papato, e strumento poderoso ad ottenerla era la dottrina che i monaci quasi per istinto si affaticavano di riguadagnarsi e di possedere. Situato non lontano da Roma, ma al riparo delle violenze imperiali, Montecassino divenne in breve il convegno dei più dotti e zelanti ecclesiastici di quel tempo, e centro di un movimento politico e letterario. Appartenevano a Montecassino, tra molti altri uomini insigni, Pandolfo dei principi di Capua che in versi scrisse di matematica e d'astronomia; Costantino l'Affricano fondatore della scuola medica di Salerno; Oderisio dei conti marsicani, scrittore di grido e più tardi abbate del monastero; Guaiferio poeta, e Alfano poeta anch'egli e celebratissimo uomo che divenuto arcivescovo di Salerno ospitò quivi il fuggiasco Gregorio VII e ne raccolse il sospiro morente. La storia naturalmente doveva approfittare di queste tendenze erudite, e lo stesso abbate Desiderio scrivendo un libro di dialoghi sui miracoli di San Benedetto ci serbò notizie storiche rilevantissime, massime intorno al pontificato di Leone IX col quale aveva vissuto familiarmente e aveva divise molte vicende. Del pari le poesie d'Alfano non sono solo monumenti letterarî ma anche storici[98], e così quelle di Guaiferio e, in genere, molti altri scritti cassinesi di quel tempo. Ma alle testimonianze storiche indirette s'aggiunsero le dirette, e il salernitano monaco Amato dedicava al suo abbate Desiderio, con bellissime parole, una storia della conquista dei Normanni in Italia e dei primi tempi di loro dominazione. Questa storia risalisce alla origine dei Normanni e trattando delle invasioni loro nella Spagna, nell'Inghilterra e in Italia, termina colla morte di Riccardo principe di Capua, uno dei figli di Tancredi, avvenuta nell'anno 1078. La narrazione è divisa in otto libri, e ciascuno di questi in varî capitoli che portano in capo un breve sommario dei fatti narrati. Sventuratamente l'opera di Amato è perduta, e solo se ne conosce il contenuto per una antica traduzione francese scoperta prima e pubblicata dallo Champollion Figeac e ripubblicata di recente dal Delarc[99]. Tutte le ricerche fatte finora per ritrovare l'originale sono riuscite vane, ed esso è forse scomparso per sempre, ma per somma fortuna oltre alla traduzione francese ci compensa di questa mancanza il sapere che l'opera di Amato pochi anni dopo essere stata composta fu largamente adoperata da uno storico assai maggiore di lui per un lavoro che ancora ci rimane.
Intorno all'anno 1060, l'abbate Desiderio accoglieva nel monastero un giovinetto quattordicenne di nome Leone destinato al chiostro. Istruito con cura nelle scuole cassinesi, ebbe tra i suoi maestri Aldemario che già prima d'esser monaco era stato «un prudentissimo e nobile chierico di Capua e notaio del principe Riccardo»[100]. Di pronto ingegno e di buona indole, Leone attirò presto l'attenzione dei monaci sopra di sé e divenne caro a Desiderio. Il quale in breve fattoselo familiare, incominciò a servirsi di lui ne' gravi e molteplici affari che gli occupavano l'animo. Questa consuetudine di vita gli avvinse Leone con grato e venerabondo affetto che non venne meno quando Desiderio morì a Montecassino, dopo essere stato papa due anni col nome di Vittore III. A Desiderio successero nel pontificato romano Urbano II, e nel governo della Badia Oderisio dei conti di Marsi, il quale probabilmente era parente a Leone e certo gli mantenne la fiducia e l'affetto del suo predecessore. Il nuovo abbate gli commise di scriver la vita di Desiderio; e di lì a poco allargò la tela del lavoro commettendogli invece di scrivere, dalle prime origini fino ai loro tempi, tutta la storia della Badia. Non si poteva scegliere autor migliore di Leone per siffatto lavoro. Lo designavano a ciò l'ufficio suo di archivista che gli dava una facile opportunità di conoscere i documenti storici del monastero, la sua dottrina, gli affari monastici e di stato tra cui era vissuto, e la familiarità avuta con tutti i principali uomini che dimoravano o convivevano a Montecassino. Dubitoso in sulle prime, egli intraprese il lavoro e proseguendolo con amor grande ne narrò l'origine e il concetto allo stesso abbate Oderisio in una lettera dedicatoria. «La beatitudine tua,» egli scrive, «o padre venerando, già avevami ingiunto che io dessi opera a scrivere per ricordo dei posteri le gesta magnifiche del glorioso tuo predecessore l'abbate Desiderio di santa memoria, uomo per fermo singolare e a questi tempi unico dell'ordine suo. Imperocché ti parve indegno imitar la inerzia degli antichi di questo luogo i quali non si studiarono di riferir cogli scritti quasi nulla dei fatti di tanti abbati e tempi: e se di ciò taluni scrissero alcuna cosa, queste scritture inette e rozze di stile piuttosto recano fastidio che scienza a chi legge. La paternità tua provvedendo solerte che ciò non avvenisse pel nostro abbate Desiderio, compiacquesi di destinar me a questa opera, imponendomi un peso per verità impari alle mie forze, talché soccombente al solo pensiero di essa, per quasi un anno non mi sono attentato di cominciare. Ma poco fa quando io per mio ufficio t'accompagnava al ritorno da Capua, risovvenendoti lungo il cammino dell'egregio ordine tuo, mi richiedesti s'io avevo adempiuto la tua voglia e scritte le gesta di Desiderio. Io, colpito da quella subita domanda, dovetti pure rispondere che invero non ne avevo fatto nulla. Poi ripigliato un po' di coraggio: ‘e quando,’ dissi, ‘potevo io obbedire all'ordine tuo, mentre quasi tutto quest'anno occupato per tuo incarico ora in servizio del Signore Apostolico, ora in varie faccende tue, appena rimasi nel monastero otto giorni di seguito? Un siffatto lavoro richiede non poca quiete nè è per uomo affaccendato lo assumere una così vasta materia ma sì piuttosto per uno sciolto da ogni altra cura.’ Ascoltata questa ragione pazientemente e rimproveratami assai blando la mia negligenza, ‘ed ora,’ dicesti, ‘abbiti la quiete che desideri e non metter più indugio a scrivere di Desiderio. Anzi io voglio e comando, poiché la cosa fu indugiata finora, che tu pigliando le mosse pel tuo lavoro dal padre Benedetto, ricerchi, indagatore studiosissimo, la serie degli abbati del nostro luogo e i tempi e le gesta fino a Desiderio medesimo: e quali e per chi e in qual modo sotto ciascuno abbate sieno venute al monastero nostro le possessioni e le chiese che ora possediamo; ed esaminando scrupolosamente i diplomi degli imperatori e dei duchi e dei principi e le carte degli altri fedeli, a mo' di cronaca comporrai una storia non poco utile a noi e ai successori nostri. Non ti sia grave inoltre aggiungere brevemente a suoi luoghi tanto la distruzione che la restaurazione di questo cenobio due volte avvenuta in diversi tempi, e se qua e là capiterà alcuna cosa memorabile delle opere e azioni dei chiari uomini di queste parti.’ Quando io ebbi incominciato a considerar tra me stesso la gravità di questo comando, mi sorse in mente uno spineto fitto di pensieri, e non vedendo facile per la povertà del mio ingegno donde e in qual modo eseguirlo degnamente, io stava incerto tra l'accettare e il ricusare un così gran lavoro. Accettando, mi pungeva il pensiero della temerità; ricusando, della inobbedienza. Oltre a ciò io mi ricordava che il predetto signor mio Desiderio già aveva commessa questa opera medesima ad Alfano arcivescovo di Salerno, uomo nei nostri tempi sapientissimo, ma egli prevedendo troppo laborioso il tema si sottrasse alla prova. Che se colui il quale allora era così incomparabilmente eccelso per sapere e per eloquenza, ebbe timore di sottomettersi a questo peso, che dovrei fare io che non ho scienza di sorta nè eloquenza? Anche mi tormentava la coscienza mia chiedendosi perché tu non commetteresti piuttosto quest'opera a qualche altro dei confratelli nostri di gran lunga più scienziati di me e più esperti nell'uso dello scrivere, i quali già aveva aggregati a questo luogo la diligenza del medesimo santo predecessor tuo o da lui erano stati fatti educar con gran cura in questo stesso cenobio. In tali pensieri io m'affannavo ondeggiando, ché la cosa troppo era più alta ch'io non potessi attingere e certo più astrusa ch'io non valessi a scrutare. Tuttavia, poiché io per la divozione singolare che da lungo portavo alla paternità tua già m'ero proposto di non volerti ricusare mai nulla, fermai finalmente l'animo mio. E mentre prima pusillanime avevo temuto di attentar le sole gesta di Desiderio, ora poi fidando nell'aiuto di Dio e stimando di dover così fare, impresi come sapevo a scriver di tutti i predecessori suoi. Raccolti adunque tutti quegli scrittarelli che di questa materia avevano trattato, pur con cencioso stile e scarsi, e principalmente la cronaca di Giovanni abbate che primo costruì il monastero nostro di Capua Nuova; e presi i libri che erano necessari a quest'opera, vale a dire la storia dei Longobardi e la cronaca degli imperatori e dei pontefici romani; indagati diligentemente i privilegî, i precetti, le concessioni e le carte di diversi titoli, tanto cioè dei romani pontefici che dei varî imperatori, re, principi, duchi e conti, e d'altri uomini illustri e di fedeli, che dopo due incendî ancora ci rimangono, sebbene neppure mi riuscisse di veder tutti questi; da ultimo interrogai scrupolosamente coloro che dei tempi moderni e dei fatti degli abbati avevano potuto udir dappresso o vedere. Come lo concede la tenuità dell'ingegno mio io mi accingo ad eseguire quanto m'imponesti, più certo affidato alla obbedienza che ti debbo come a padre e a signore che presumente d'alcuna scienza. Mi assista Iddio e la grazia del suo Spirito, tanto che io possa mandare ad effetto quello che ti sei degnato amorevolmente d'ingiungermi, talché questa operetta e a te sia grata e profittevole a molti. Queste cose pertanto, guardando a me stesso, ebbi io necessità di premettere in questa prefazioncella affinché chi le ignora non mi arguisse di temerità o di presunzione, e se m'accusa la pochezza mia mi scusi almeno l'autorità di colui che mi comanda.»[101]
Incominciata così la sua storia, egli la condusse dalle prime origini della Badia fino all'anno 1075, ma non la potè condurre oltre quell'anno ancorché v'attendesse pur dopo che Pasquale II l'ebbe nominato cardinale vescovo d'Ostia, onde gli venne tra i posteri il nome di Leone Ostiense. I troppi affari e i tempi affannosi lo distoglievano dalla impresa e gli vietavano un continuato lavoro. Si trovò a Roma (A. D. 1111) quando Enrico V impadronitosi violento di papa Pasquale in San Pietro, lo trascinò seco prigioniero in Sabina. Travestiti da popolani egli e Giovanni cardinal vescovo di Tuscolo, poterono sfuggire alla cattività, e non par dubbio che anch'egli, come Giovanni, tentasse d'infiammare i Romani alla fiera resistenza ch'essi opposero ai Tedeschi d'Enrico. Ma se non fu preso ancor'egli e non sottoscrisse la convenzione sulle investiture strappata per forza al Papa, la ragion dei tempi lo costrinse pure di malavoglia a piegarsi e a tenere con quei prelati che insieme con Pasquale II preferivano le vie conciliative ad una inflessibilità immota. Inflessibili erano altri prelati e un dei principali tra questi era Bruno d'Asti vescovo di Segni e abbate di Montecassino, uomo di molta dottrina, austero e santo di vita, nella sua resistenza all'Impero irreconciliabile. Il Papa stimando pericoloso che un forte nucleo di oppositori gli si formasse contro a Montecassino, tosto inviò quivi Leone a cui riuscì d'ottenere che Bruno, abdicata la dignità abbaziale si ritirasse nella sua diocesi di Segni. Tornato a Roma Leone prese gran parte nel concilio Lateranense del 1112, ma dopo riman poca traccia della sua vita. Essa cessò un ventidue di maggio, non si può bene affermare di quale anno tra il 1115 e il 1117.
Come può intendersi anche dalla lettera premessa al suo lavoro, Leone, oltre al grande sussidio trovato nei documenti dell'archivio, s'era pure aiutato della biblioteca cassinese che gli fornì dovizia copiosa di scritture relative in qualche modo alla storia del monastero. Il maggior numero degli scrittori di cui sono venuto parlando finora fu nota a quel dotto uomo e se ne servì largamente. Inoltre attinse talvolta a qualche fonte che non è pervenuta infino a noi, e verso l'ultimo periodo della narrazione aggiunse di suo quanto della storia contemporanea aveva veduto o udito egli stesso. Di quanti scrissero in quella età di tendenze partigianesche, Leone per la elevatezza e la naturale imparzialità dello spirito, è uno di quelli che meritano maggior fede. Se gli fosse rimasto agio di condurre il lavoro fino agli ultimi tempi di sua vita, forse oggi dovremmo considerarlo come il maggiore storico italiano del medio evo dopo Paolo Diacono. Nè come monumento letterario l'opera di Leone è inferiore alla sua importanza storica. «In quanto alla forma,» volentieri torno a citare il venerando storico di Montecassino, «noi pensiamo, che in mezzo alle barbarie, il cassinese Leone sia il primo a farci ricordare degli storici latini e ad accennare a quelli che sarebbero stati per fiorire in Italia dopo il risorgimento delle lettere. Nè in Italia nè fuori troviamo alcuno che in quei tempi vada al pari di Leone per certa tal quale composizione de' fatti, nesso di ragioni e decenza di discorso, per cui la storia si distingue dalla rozza cronaca, che non è altro se non una materiale riproduzione per la scrittura delle successive e incoerenti notizie di fatti, le quali cadono dall'animo dello scrittore senza che ci dicano del come e del perché vi siano entrate. Egli stesso sente non essere un volgare cronista; imperocché deputato dall'abbate Oderisio a scrivere dei fatti del suo predecessore Desiderio, afferma, che quelli giudicassero indegna cosa il non esser stato per lo passato alcuno che avesse messo opera a tramandare con le scritture le opere degli antichi abbati, e se pur ve ne fosse stato alcuno, lo avesse fatto con isconcio e selvaggio stile, da ingenerare in chi legge piuttosto fastidio che dottrina. Egli prende le mosse da San Benedetto fino ai suoi tempi; si prepara con molto studio al racconto che imprende; accenna alle fonti onde attinse la notizia dei fatti.... e sotto il velame di religiosa modestia rivela la coscienza d'aver fatto da più degli altri nella sua narrazione, alla quale lo stesso Alfano, richiesto dall'abbate Desiderio, non volle porsi; per cui reputa non degno della sua cronaca il titolo di cronaca ed osa chiamarla historiola. Adunque e per la veracità del racconto e per la forma questa cronaca arrecò molta luce alla storia del Medio Evo.»[102]
L'opera di Leone interrotta col racconto della consacrazione della restaurata badia, fu ripresa da Pietro Diacono e continuata fino all'anno 1138. Discendente dalla illustre famiglia dei conti Tusculani, Pietro era nato verso il 1107, dal romano Egidio figlio di Gregorio patrizio e console dei Romani, e pronipote di Alberico e di Marozia. Offerto da fanciullo in oblazione al monastero nel 1115 sotto l'abbate Giraldo, Pietro fu educato con cura ed ebbe a principal guida ne' suoi studi il monaco Guido, uomo, al dire del suo discepolo, assai riputato, autore di varie opere storiche ora perdute e di una Visione di Alberico, rimasta famosa perché parve ad alcuni di ravvisare in essa un concetto ispiratore della Divina Commedia. Nel 1128 la nimicizia dei conti d'Aquino ai quali si era strettamente legato il padre di Pietro, indussero l'abbate Senioretto ad allontanare il giovinetto monaco da Montecassino. Pietro allora si ritrasse nella prossima Atina dove, richiesto da Adenolfo conte di quella città, scrisse una storia del martirio di San Marco vissuto nei tempi apostolici e primo vescovo della diocesi atinate. Mentre durava il suo esilio, gli zii di Pietro dai quali suo padre erasi distaccato per allearsi ai conti di Aquino, gli scrissero esortandolo a tentare d'indurre il padre a tornare in lega con loro. Non può affermarsi con sicurezza ma pare probabile che Pietro aderisse all'invito de' suoi parenti. Certo noi lo troviamo di lì a poco a Montecassino in amiche relazioni con essi, e nel favore dell'abbate suo Senioretto che gli commise più tardi di continuare la storia della Badia e gliene narrò molta parte di cui egli stesso era stato testimonio oculare. Ma prima che gli fosse affidato l'incarico di questa storia, egli s'era venuto acquistando fama con altri lavori. Nominato come Leone archivista e bibliotecario della Badia, l'ingegno facile arguto meridionale gli spianò la via a sviluppare una prodigiosa attività letteraria. In varî tempi e tra molte occupazioni copiò molti codici, scrisse vite di santi e narrazioni di miracoli e versi e lettere, compilò un grande Regesto dei documenti serbati nell'archivio, narrò le vite dei più illustri monaci del monastero, e continuò l'opera che Leone d'Ostia aveva lasciata interrotta. Pietro fu men di Leone mescolato nelle vicende politiche della età sua, e le molteplici cure sue si restrinsero quasi tutte entro la cerchia del suo monastero. Da ciò si spiega la moltitudine dei suoi lavori e la mole di alcuni tra essi. La calata di Lotario nel mezzogiorno d'Italia (A. D. 1137) segnò il punto più culminante della sua vita, che ci vien descritto da lui con boriosa compiacenza. Ai tempi di Pietro, cessata oramai la lotta delle Investiture, Montecassino cercava come sapeva l'appoggio della protezione imperiale per sottrarsi dalle frequenti e varie pretese dei principi normanni e della Curia romana. La soggezione ad un imperatore lontano riusciva assai meno molesta alla Badia delle relazioni sue temporali e spirituali con possenti vicini. Allorché Lotario insieme con Innocenzo II trovavasi presso Melfi a Lago Pesole, Pietro recossi colà col suo abbate ed ivi fu incaricato di sostenere innanzi all'imperatore le ragioni del monastero contro i diritti asseriti dal cardinale Gerardo in nome della Chiesa. La facile arguta parola del monaco riportò vittoria dopo varî giorni di contrasto, e l'Imperatore stupito di tanta facondia e di tanta dottrina pose grande benevolenza a Pietro, lo colmò di onori e mostrò desiderio d'averlo seco in Germania. Almeno così egli ci narra, e veramente parve ch'egli fosse sul punto di seguirlo colà, ma varie cagioni ne lo distolsero e rimase nel suo monastero. La data della sua morte è incerta, ma non è debole la congettura del Wattenbach che lo reputa morto non molto dopo il 1140. Infatti dopo quel tempo non si ha più notizia di lui, nè par naturale che uno scrittore così fecondo, il quale nello spazio di circa dieci anni aveva posto mano e compiuti tanti lavori, cessasse a un tratto lo scrivere e cadesse in un silenzio assoluto.
Tralasciando le minori opere sue, Pietro Diacono ha raccomandata la sua fama ad alcuni lavori storici ricchi di merito e di difetti. I suoi libri sugli uomini illustri di Montecassino e sulla vita e la morte dei giusti di quel monastero, contengono, miste a portentose leggende, notizie storiche di gran pregio massime pe' tempi più vicini all'autore. Ma i due lavori suoi più importanti sono il Regesto di Montecassino e la continuazione della cronaca cassinese. Se l'onorato amore del vero che animò Gregorio di Catino e Leone Ostiense avesse animato anche Pietro Diacono, per fermo il pregio di questi due suoi lavori, e specialmente della cronaca, sarebbe riuscito incalcolabile; ma per disavventura non fu così. I dubbi ch'egli c'ispira del continuo sono l'opposto di quella fede sicura colla quale possiamo abbandonarci alle narrazioni di Leone Marsicano. Questi semplice imparziale veridico, e Pietro vanitoso appassionato malsincero[103]. Colla compilazione del Regesto egli fece opera grande e utilissima anche oggi sebbene i documenti originali dell'archivio cassinese si conservino ancora in gran parte. Questo suo libro scritto in bellissimo carattere longobardo, è quasi altrettanto vasto di mole quanto il Regesto di Farfa ma diverso nella distribuzione del contenuto. I documenti non si seguono tutti indistintamente un dopo l'altro in ordine cronologico, ma sono ripartiti in varî gruppi secondo la varia loro natura e, come si pare dalle parole della prefazione, secondo un piano già iniziato da Leone Marsicano. «Di grandissimo aiuto,» dice Pietro, «mi fu in ciò la storia di Leone venerabile vescovo d'Ostia, il quale pigliando cominciamento dal beatissimo padre Benedetto, scrisse sulle cose del cenobio cassinese un libro utilissimo nel quale pose tanta ricchezza d'ingegno che quasi nulla tralasciò di quanto è avvenuto in questo medesimo cenobio. Non potendo adunque seguire la diligenza di un tanto uomo in quest'opera per la facoltà troppo impari dell'ingegno, tenni tuttavia il medesimo ordine ch'egli avea stabilito alle carte di donazione.» Questa opera di Pietro fu consultata spesso dagli eruditi con gran profitto, e certo è desiderabile che i monaci di Montecassino, terminata la magnifica descrizione che stanno facendo dei loro manoscritti, mettano mano a pubblicare un codice diplomatico dei documenti originali dell'archivio cassinese, raffrontandoli quando sia opportuno e completandoli col Regesto di Pietro Diacono[104]. Ma se il lavoro di Pietro è pregevole, non è però tale da accettarlo mai senza molta cautela. La tendenza dell'autore e quella dei suoi tempi contribuiscono a toglier fede a quel lavoro. Le contese frequenti sulle proprietà dei beni monastici e talora sulla santità delle origini o sulla autenticità delle reliquie serbate nei monasteri, non solo spingevano i monaci alle compilazioni dei regesti ma spesso anche a falsificare o ad alterare i documenti con impudente audacia. Nè Pietro fu immune da questa colpevole tendenza a cui lo spingeva in molti casi l'animo vanitoso e il desiderio di trovare immaginarie nobiltà di origini e di vicende al suo monastero pur così nobile e famoso. Se non si può affermare del sicuro ch'egli abbia fabbricato documenti falsi, certo ha talora scientemente alterato con interpolazioni gli originali che copiò entro il Regesto. E lo stesso difetto di onesta sincerità macchia la sua cronaca di Montecassino che movendo, come dicemmo, dal punto dove s'era fermato Leone (A. D. 1075) prosegue fino all'anno 1138 e abbraccia così il periodo storico più rilevante di quell'età fortunosa. Anzi qui alla vanità del monaco pel suo monastero si aggiunge la boria gentilizia e personale grandissima in lui, talché il suo lavoro dovunque si riferisce agli interessi della Badia o alla persona sua nominata ad ogni tratto, sempre è di autorità molto dubbia. Ma tuttavia la importanza dei tempi per cui s'aggira la sua narrazione dà uno speciale valore a questa cronaca, fatta anche piacevole dalla spigliata franchezza del suo stile che attira pur coi difetti e svela spesso all'aperto l'anima dello scrittore ingenua nella sua scaltrezza. Diverso anche in ciò da Leone il quale attingendo notizie ad altre fonti componeva sempre di suo il racconto, Pietro spesso copia brani d'altri scrittori e li innesta colle stesse loro parole nel libro. Di che viene una grande disuguaglianza di stile. Ma dove egli scrive del proprio, se talora è un po' scorretto per frettolosa negligenza, egli è pur sempre vivace evidente ricco di colorito e di vita, e malgrado i difetti rimane sempre un curioso e singolare scrittore, degno d'essere letto da chi voglia aver familiare la letteratura storica di questo periodo[105].
Il grande risorgimento artistico e letterario di Montecassino si collegava ad un consimile movimento in tutta la bassa Italia nella quale per gli immediati contatti suoi colla Grecia e cogli Arabi spargevansi a un tempo i raggi fecondatori di due civiltà. Gli istinti quasi medicei che Desiderio avea recato nel chiostro, eran pure gl'istinti dei principi longobardi da cui usciva. La nobiltà longobarda di quei luoghi protettrice delle lettere fin dai tempi di Paolo Diacono, erasi a poco a poco assimilata agli indigeni, e nel fondersi con essi e ingrecandosi cogli elementi avanzati dal greco dominio, aveva assorbito i pregi e i difetti della nuova patria. Da ciò la prontezza di quelle regioni nel risvegliarsi alla civiltà, e l'influsso efficace che esercitarono sovr'essa per alcuni secoli da quel tempo. A testimoniare questo primo risveglio nel Mezzogiorno, oltre i lavori monastici di Montecassino concorrono varî lavori di carattere storico dei quali terrò discorso ora per isgombrar la via ad altri soggetti che son da trattare nel capitolo seguente[106]. Della città di Bari sulla costa adriatica ci lasciò notizie fino al 1102 Lupo Protospatario, e più tardi fino al 1152 l'anonimo Barense. Benevento ha suoi annali fino all'anno 1130 ed una cronaca che per mala ventura è incompleta, rude di stile ma di gran pregio alla storia. Del pari ha suoi annali il famoso monastero della Trinità della Cava presso Salerno, ricostruito anch'esso a que' tempi e consacrato solennemente da Urbano II, della quale consacrazione riman pure memoria. Da Taranto derivano le notizie intorno ai primi invasori normanni che ci son porte dal Chronicon nortmannicum breve. Del monaco Amato che scrisse più largamente intorno ai Normanni si è già detto, e quando il suo lavoro ci lascia, serve a completarlo il poema eroico di Guglielmo di Puglia che celebra Roberto Guiscardo e le imprese dei suoi Normanni. Buon poeta pe' suoi tempi e abbastanza familiare coi classici, egli ci canta le gesta del suo eroe in esametri infiorati di citazioni virgiliane. L'opera sua intrapresa per desiderio di Urbano II e dedicata a Ruggiero figliuol di Roberto, oltre al pregio dell'essere scritta in tempi e luoghi prossimi agli avvenimenti, mostra una buona conoscenza degli scrittori che lo precedettero e tra questi di un biografo di Roberto del quale oggi non avanzano traccie. E, contemporaneo al poeta Guglielmo, Goffredo Malaterra per incarico del gran conte Ruggiero scriveva una preziosa storia dei Normanni in Sicilia con sufficiente scioltezza di stile e ricca di notizie anche per la storia delle relazioni che corsero tra i Normanni stessi e il pontefice Urbano. Come si vede, la cavalleresca epopea dei Normanni non mancò di scrittori che la celebrassero, e la nuova tendenza storica dei tempi trovò in quelle imprese spazio largo abbastanza per non aver bisogno di tramutarsi in leggenda.