Il cozzar delle parti ora più che mai favoriva il risorgere della storia pontificia cercando aiuto nella esposizione dei fatti. E poiché il giudizio dei fatti raro scompagnasi dal giudizio sugli uomini che li promuovono, così le vite dei papi erano di frequente narrate e poste in buona luce o cattiva secondo il sentimento del narratore. Entro le stesse mura di Roma i partiti in contrasto produssero alcuni scritti che furono pubblicati col titolo di Annales Romani[112], e manifestano le due contrarie tendenze nei pensieri di quel tempo. Il primo di questi scritti, inteso a continuar propriamente l'antico Libro Pontificale, contiene le vite dei vari papi che si seguirono a breve distanza tra l'anno 1044 e il 1049. È uno scritto anonimo condotto con diligenza e ricco di dettagli intorno alle cose cittadine e alle famiglie nobili di Roma. Ad esso tengono dietro due narrazioni che comprendono la serie dei papi da Leone IX fino ad Alessandro II (A. D. 1049-1072), scritte da partigiani dello Impero e con animo avverso ai papi. Per contrario è favorevole ad essi un altro scritto che ci narra con semplicità evidente la violenza patita in Vaticano da Pasquale II quando Enrico lo trascinò via da Roma come prigioniero. Presente ai fatti che narra, «queste cose» afferma l'autore «come le abbiamo patite, e le vedemmo cogli occhi nostri e udimmo colle nostre orecchie, così in pura verità abbiamo scritte.»[113] E procede descrivendo anche le vite degli antipapi che si opposero a Pasquale II e a Gelasio II. L'ultima continuazione finalmente viene a tempi più recenti ed abbraccia i pontificati che si seguirono a breve intervallo tra Lucio III e Clemente III (A. D. 1181-1188), e le controversie di quei papi con Federico Barbarossa. Scritture tutte quante appassionate, eccedono nel biasimo o nella lode, e parteggiano secondo le passioni dei loro autori, ma per essere state composte nei tempi e sui luoghi degli avvenimenti, rimangono pur sempre sorgenti ricchissime di informazioni. Nè hanno pregio storico solamente; dal lato letterario il rozzo e popolare latino in cui son dettate, acquista loro importanza per le forme linguistiche italiane le quali fanno già presentire il gran mutamento che veniva operandosi nel linguaggio di quella età feconda di trasformazioni all'Italia.
A questa raccolta di vite pontificie che può considerarsi in certo modo come una continuazione popolare dell'antico Liber Pontificalis, figura accanto un'altra continuazione di carattere più ufficiale, scritta quasi sotto gli occhi dei Papi da un dignitario della Chiesa di nome Pandolfo, nipote al cardinale Ugo d'Alatri, che ebbe incarichi importanti nella Curia dai tempi di Pasquale II a quelli d'Onorio II[114]. Nello scisma che alla morte d'Onorio divise la chiesa, Pandolfo parteggiò per Anacleto contro Innocenzo II di cui parla aspramente nei suoi scritti. Anacleto lo creò cardinale, ma spento lo scisma, non pare che il suo grado fosse riconosciuto da Innocenzo, e da quel tempo vien meno ogni memoria di lui e il nome suo scompare dalla storia.
Le vite dei papi che ressero la Chiesa da Leone IX fino a Calisto II (1049-1124), possono in certo modo considerarsi come altrettanti atti di un dramma che ha il suo punto culminante nel pontificato di Gregorio VII. Tutti quei pontificati hanno una sola tendenza e lottano per un principio comune che il monaco Ildebrando promosse prima d'esser pontefice e lasciò morendo in eredità ai suoi successori. Di che si spiega naturalmente come il Libro Pontificale ripigli un racconto più largo delle vite dei papi a cominciare da Leone IX, poiché da lui s'inizia un periodo nuovo nella storia della Chiesa. Dalle parole che si sono citate, secondo le quali Gregorio VII esortava Bruno da Segni a parlar di Leone, già traspare questo concetto e ad esso si attenne Pandolfo. Egli pertanto ci ha lasciato quasi senza interruzione le vite dei papi di quel periodo, le prime assai inesatte e confuse nel racconto dei fatti, quelle di Gregorio VII e d'Urbano II più importanti, sebbene non prive di mende, ma superiori a tutte e dettate con una grande e profonda conoscenza dei fatti, le vite di Pasquale II e di Gelasio II a cui fanno seguito quelle di Calisto II e d'Onorio II, però trattate più brevemente delle altre due.
Educato allo studio degli antichi e desideroso di fare sfoggio delle sue attitudini letterarie, Pandolfo quando giunge ai tempi vicini a lui non appoggia particolarmente il suo racconto a documenti, ma trae dalla memoria gli elementi del suo lavoro, cercando in essa quei fatti che più lo aiutano a dar vita alla narrazione, e si adattano meglio all'indole sua che par più di soldato che di prete[115]. Narratore di cose quasi sempre vedute e patite in tempi d'angoscia, ei le dipinge con evidenza, e imprimendo in esse un cotal suo sentimento pieno d'efficacia drammatica, risuscita le immagini di quel passato come egli le vide agitarglisi intorno. È gran colorista, e le scene descritte da lui per istinto d'affetto e di fantasia, durano nella mente di chi le legge e non si cancellano. Veggasi come egli descrive l'affannosa fuga a Gaeta colla quale il vecchio e travagliato papa Gelasio scampò all'improvviso assalto d'Enrico V (A. D. 1118):
«.... Mentre accadean queste cose, un tale che avea molti amici, mandò nel silenzio della notte tarda un uomo al predetto egregio cardinale Ugo, per avvertirlo che Enrico chiamato Imperatore Romano, veniva armato contro il Papa entro il portico di San Pietro. Non serve ch'io mi dilunghi: il Papa è prevenuto dal cardinale, e poiché, acciaccato dagli anni e dalla infermità, non poteva così di repente fuggire, vien condotto a mano dai servi, e messo su a cavallo fugge e nascondesi per quella notte nella casa di Bulgamino. Fuggiam tutti con lui. Venuto il mattino, turbati noi tutti e sbalorditi, poiché nè potevam rimaner sicuri in città nè potevam fuggire per terra, essendo da ogni lato piena d'inciampi la via, facciam consiglio di darci alla fuga per mare, e così fu fatto. Entriam nel Tevere e con due galee scendiam fino a Porto, ma quivi cielo e terra e mare e quanto è in essi tutto ci congiura contro. Perché il cielo era carico di pioggia greve e grandine e tuoni e lampi e folgori, e il mare e il Tevere insieme contrastavano con tali tempeste alla nave, che, nonché metterci in mare, a stento potevamo rimaner vivi nel porto. Inoltre già dalla ripa la crudel barbarie degli Alemanni ci lanciava contro dardi avvelenati, e minacciavano anche con fuoco di pece di abbruciarci, così galleggianti com'eravamo, in mezzo all'acqua, se non davamo nelle mani loro e il Papa e noi stessi. E credo che saremmo stati presi se coloro non fossero stati impediti dalla notte e dall'ira del fiume. Che potevano opporre a tanto que' miseri? Si presero, anzi Ugo cardinal prete fu lui che si pigliò in collo il nostro Papa, e così di notte lo portò al castello di San Paolo in Ardea[116].
«Il dì appresso all'aurora i Tedeschi tornarono volendo impadronirsi di noi. Ma giurammo loro che il Papa era fuggito, e, sia lodato Iddio, s'allontanarono da noi. Frattanto ritentammo se potevamo ancora metterci in mare; di notte riportammo il Papa. Allora non senza pericolo arrivammo ai flutti marini, e il terzo giorno toccammo alla ripa di Terracina, e il quarto entrammo nel porto di Gaeta, e dagli uomini di quella terra fummo ricevuti a grande onore e benignamente trattati.»
Al romano Pandolfo succede come biografo pontificio l'inglese Bosone cardinale del titolo di Santa Pudenziana. Ascritto, per quanto pare, alla Curia verso il 1147, quando Eugenio III era in Francia, Bosone continuò nel suo ufficio di scrittore apostolico fino al pontificato di Adriano IV, il solo inglese che abbia mai saliti i gradi del trono pontificio. Allora Bosone, com'egli stesso ci narra, nominato Camerario fin dal principio da quel pontefice, e ordinato cardinale diacono della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, restò con lui assiduo e familiare finché egli morì. Sollevato così alla dignità cardinalizia, maneggiò con molta cura le finanze pontificie, costrinse colle armi alla soggezione alcuni vassalli che s'erano ribellati alla Chiesa, andò legato in Inghilterra. Morto Adriano, propugnò strenuamente la elezione di Alessandro III, osteggiata da Federico Barbarossa, e, finché il Papa fu eletto, tutelò in San Pietro il conclave dalle minaccie armate che lo circondavano. Da Alessandro III ebbe il titolo di cardinale prete di Santa Pudenziana, e partecipò con lui alla famosa lotta che si raccese tra l'Impero e il Papato, e che, per la lega dei comuni lombardi, trasformatasi in lotta nazionale, fiaccò l'Impero alla battaglia di Legnano. Fissata la pace di Anagni, Bosone si trovò presente in Venezia all'incontro del Papa coll'Imperatore, e seguì il Papa nel suo ritorno a Roma (12 marzo 1178). Di lì a poco cessa ogni menzione di lui nei registri pontifici, ed è probabile ch'egli verso quel tempo chiudesse la vita sua.
Il lavoro di Bosone abbraccia, con qualche interruzione, la storia dei pontefici da Stefano VI fino ad Adriano IV ed Alessandro III, ma non ha valore di scrittura originale che per questi due ultimi pontificati[117]. Per tutti gli altri, egli quasi a parola copia gli antichi cataloghi e gli autori delle vite che lo precedettero, e per l'undecimo secolo massimamente Pandolfo e il Liber ad Amicum di Bonizone di cui sto per discorrere. Ma se la prima parte dell'opera di Bosone non reca nulla di nuovo, assai ci compensa la seconda parte e più lunga. La familiarità sua coi due pontefici di cui scrive, il grado eminente che occupò nella Chiesa, i varî e difficili ufficî suoi pei quali si trovò a conoscere personalmente i principali personaggi d'Europa, dànno autorità grandissima alle biografie di Bosone. Meno ingegnoso e men colorito di Pandolfo, è più diffuso, più minuto, più preciso di lui, e narra particolarmente tutti gli avvenimenti che ebbero luogo a quel tempo nella Curia, e le relazioni di essi cogli avvenimenti generali dell'età sua. I primi disaccordi tra Adriano e Federico Barbarossa, la morte di Arnaldo da Brescia, le relazioni del Papa col mezzogiorno d'Italia, la lotta d'Alessandro III e dei collegati lombardi contro l'Impero, e finalmente l'abboccamento del Papa e dell'Imperatore a Venezia, sono i punti più salienti del vasto quadro che Bosone ha dipinto. Il suo racconto che vien come a concludere le antiche redazioni del Libro Pontificale, ci fa sentir che la storia si muove in un ambiente nuovo. In legger quelle due vite si sente il rapido trasformarsi dei tempi, e ci si dischiude innanzi allo sguardo il mare delle nuove vicende in cui siam per entrare coi cronisti municipali. E appunto le relazioni del Papato non solo con l'Impero ma anche coi municipî italiani, trovano in Bosone un illustratore molto pregevole, sia ch'egli si appoggi a documenti tratti dalla cancelleria pontificia, sia ch'egli scriva di memoria le cose vedute. Pregevolissimo poi egli mi sembra per la storia di Roma, e degno di essere ponderato più che non siasi fatto finora, per contrapporlo agli esagerati scrittori di parte imperiale troppo seguìti da qualche storico moderno. E dico contrapporlo, perchè vuol essere anch'egli sottoposto alla critica, e gli scrittori di parte contraria giovano alla lor volta a ritrovare nelle sue narrazioni quella giusta verità da cui quasi sempre, pur con animo inconscio, si distacca ogni storico che tratta cose nelle quali ebbe parte. Nè certo sarebbe potuto accader diverso a Bosone. Anche tralasciando l'affetto personale che lo avvicinava ai due pontefici di cui descrisse la vita, troppo sarebbe stato difficile ad ogni uomo evitare qualche tendenza partigiana in quel poetico periodo di lotte nelle quali per un momento la causa nazionale d'Italia s'intrecciò a quella della Chiesa, e il lombardo rintuzzar delle spade straniere ebbe per un momento il bagliore di una guerra sacra.
Ma la prosecuzione del Libro Pontificale mi ha tratto lontano fuor dell'undecimo secolo, ed è mestieri rifare indietro la via. Il contrasto delle Investiture, lungo ostinato violento, die' luogo a molti scritti polemici i quali anch'essi, qual più qual meno, hanno valore storico, e taluni anzi sono addirittura scritti di storia. Già si è menzionata la Orthodoxa Defensio Imperialis, opuscolo composto senza dubbio a Farfa nei tempi di Pasquale II, e, parmi a torto, attribuito generalmente a Gregorio di Catino[118]. Scrittura sobria dotta misurata, la migliore forse che sia stata scritta in quel tempo a favor dell'Impero per dimostrarne canonicamente i diritti, sembra precorrere il futuro trattato dantesco De Monarchia, ed è meritevole di speciale attenzione. Appoggiata all'autorità della legge romana è un'altra difesa dei diritti imperiali scritta da Pietro Crasso, e son pure notevoli alcuni scritti in favore dell'antipapa Guiberto, e specialmente quello di Guido vescovo di Ferrara, il quale dopo aver seguita la causa di Gregorio VII e avere scritto per essa, mutò parte al morir di Gregorio e rovesciò le proprie argomentazioni in un altro lavoro ricco di notizie storiche. Di carattere polemico e di parte imperiale è pure l'apologia di Enrico IV, scritta da Benzone vescovo d'Alba, in una prosa rimata abbietta per l'adulazione sua verso l'Imperatore e per le turpi ingiurie che scaglia contro i Gregoriani[119], e, peggior d'essa, il libello intitolato: Vita Gregorii VII che Bennone cardinale guibertino compose non solo contro Gregorio ma anche contro i papi che lo precedettero e contro Urbano II. Scritti calunniatori entrambi, hanno valore non pei fatti che narrano, ma come espressione dello stato degli animi e della violenza colla quale i due partiti avversi si combattevano. Ché se da un lato è vera l'osservazione del Wattenbach che questa violenza era in Italia più aspra e meno scrupolosa nel partito imperiale, e se i Gregoriani avevano contro questo il vantaggio di una maggiore cultura e di una moralità più elevata, certo è tuttavia che neppur essi si mostravano miti quando scrivevano. L'eccitamento della passione apparisce in tutti gli scritti di quella età, e come già s'è veduto in Brunone da Segni e negli scrittori delle vite papali, così fra gli altri traluce nel fiero ritmo che deplora la prigionia di Pasquale II, nello scritto sull'onor della Chiesa composto da Placido priore della Badia di Nonantola, e in quell'altro sul diritto del Papa a scomunicar l'Imperatore, scoperto di recente e attribuito a Lamberto d'Ostia che fu più tardi papa col nome di Onorio II[120]. Ma non è il caso d'indicar quì tutti minutamente gli scritti polemici comparsi intorno a quel tempo, e poiché s'è altrove accennato sufficientemente a Brunone da Segni, convien limitare il discorso a due altri scrittori soltanto: Pietro Damiani e Bonizone da Sutri.
Tra i polemisti papali dell'undecimo secolo senza dubbio tiene il primo posto San Pier Damiani monaco e cardinale, uno dei più singolari uomini che la età sua producesse, sempre in contrasto tra il misticismo dell'anima che lo faceva anelare alla solitudine e all'asprezza delle penitenze, e la inflessibile volontà d'Ildebrando che imperiosamente lo costringeva di uscir dal chiostro a combattere con tutte le appassionate forze che aveva in core. Natura nervosa sensibilissima complessa, impastata di lacrime e di fuoco, di tenerezza e di violenza, Pietro Damiani improntò di sé stesso tutti gli scritti suoi che si appoggiano per lo più a fatti avvenuti di recente, e traggono argomento dallo stato della società e soprattutto del clero, alla cui riforma egli mirò con infiammato zelo. Sostenitore del celibato ecclesiastico, gli opuscoli suoi sono la principal guida che ci aiuti a seguire lo svolgersi di quella questione così fieramente contrastata, e che, malgrado le resistenze, ebbe allora definitiva risoluzione secondo il volere della Chiesa di Roma. Nè per quello solo, ma per quanti problemi si trattarono allora, Pietro Damiani mescolato in tutti, operò, scrisse, parlò, nei Concilî nelle Corti tra il popolo, teologo ambasciatore agitatore. Da ciò s'intende che sarebbe impossibile tracciar la storia della Chiesa e d'Italia al secolo XI, senza tener conto delle opere polemiche e più dell'epistolario di quest'uomo, nel quale si confusero in così strano congiungimento l'operosità appassionata di un partigiano e l'ascetismo contemplativo dei primi romiti d'Oriente[121].