Singolare anch'essa è la vita di Bonizone il cui Liber ad Amicum è più che altro una storia del Papato ai suoi tempi scritta in forma di trattato polemico. Nato, per quanto può congetturarsi, a Cremona intorno al 1045, egli apparisce nel 1074 come suddiacono a Piacenza, e un dei più zelanti capi di un partito popolare surto allora in Lombardia e chiamato la Pataria, il quale, favorito dal Papa e favoreggiandolo, osteggiava aspramente le tendenze imperialiste dell'alto clero lombardo e il matrimonio dei preti. A capo del suo partito Bonizone entrò presto con Dionigi vescovo di Piacenza in una lotta che terminò sfavorevolmente a quest'ultimo, riprovato da Roma e discacciato dai Patarini di Piacenza che non vollero più saperne di lui. Nel 1078, Gregorio VII nominò Bonizone alla sede di Sutri, città che per esser posta presso Roma sulla via che mette al settentrione d'Italia, domandava un vescovo fedele a prova e di robusta energia non pur nelle lotte spirituali ma nelle temporali, e pronto occorrendo a difender la Chiesa colle armi. In quello stesso anno, volgendo gravi le cose di Lombardia, Bonizone fu inviato colà dal Papa come Legato Apostolico. Quivi lo troviam poi di nuovo nel 1081 sempre tra i più attivi capi della Pataria e così formidabile, che Benzone d'Alba, nella Apologia di cui si è discorso, congratulandosi coll'Imperatore che impadronitosi di Runcio capo dei Patarini di Cremona lo aveva fatto abbacinare e morire, soggiunge: «O Runcio, fatto deforme dormi senza luce! Lode a Dio che mal poté fuggir dalle tue mani chi osò assalirti colle ingiurie della sua lingua. Nelle quattro plaghe del mondo si udì in qual modo tu, o formidabile potestà, ti vendicasti di Runcio da Cremona e d'alcuni altri. Ma tutto il popol si lagna che di Bonizello[122], d'Armanello e di Morticello, tre demoni, non avvenne il medesimo»[123]. Sfuggito appena da quel pericolo, egli lasciò Lombardia e corse a raggiungere il pontefice mentre Enrico IV muoveva verso Roma (A. D. 1081). Poi quando l'imperatore volgeva indietro, egli s'affrettò alla sua sede di Sutri dove l'anno appresso Enrico, tornato da quelle parti, lo prese e lo trasse con sé prigioniero. Ma, o fosse rilasciato o gli riuscisse una fuga, certo di lì a qualche tempo egli ricompar sulla scena come Legato Apostolico in Lombardia, in Toscana, e presso la contessa Matilde che lo ebbe tra i suoi consiglieri, sempre attivo coraggioso indomabile. Forse per dargli modo di guidare più facilmente le forze della Pataria in cui soffiava il caldo alito suo, egli fu trasferito dalla Sede di Sutri a quella di Piacenza dove aveva fatto le sue prime prove, e quivi, non si sa bene in quale anno ma certo prima del 1092[124], egli finì tragicamente la vita martire della sua causa. «Bonizone di pia memoria» così ne ha lasciato ricordo l'annalista Bernoldo di Costanza «vescovo di Sutri, ma scacciato di quivi per la fedeltà sua a San Pietro, da ultimo dopo molte prigionie, tribolazioni, esilî fu eletto vescovo dai cattolici piacentini, ma gli scismatici di quel luogo strappatigli gli occhi, dilaniate quasi tutte le membra sue, lo coronarono di martirio.» Così l'ardore posto da lui nel combattere eccitò la vendetta, e la rabbiosa voglia espressa da Benzone d'Alba era finalmente sbramata e si mutava in trionfo.
All'attività nell'operare Bonizone accoppiò l'attività nello scrivere, e lasciò dietro a sé testimonî di sua erudizione ecclesiastica una collezione di canoni, un libro sui sacramenti e un estratto delle opere di Santo Agostino. Ma lo scritto pel quale egli vuole essere annoverato tra gli scrittori di polemica insieme e di storia, è un libro intitolato: Liber ad Amicum, de persecutione Ecclesiae, nel quale, appoggiato ai canoni e alla storia della Chiesa, risponde ad un amico che gli proponea per quesiti come mai Iddio lasciasse affliggere da tante calamità la sua Chiesa, e se fosse lecito di impugnare le armi temporali a difenderla[125]. E a trovar la risposta egli risale al passato e la cerca dalle prime vicende della Chiesa, condensate in breve con molta ma confusa erudizione, fino a quelle dei suoi tempi che narra distesamente. E nelle prime persecuzioni, dal sangue dei martiri vede nascer la pianta del cristianesimo e prendere radice tra i popoli, seguitar nel germoglio in mezzo a mille eresie da Costantino fino ai Longobardi, fiorire coi primi carolingi, e di nuovo intristirsi e risorgere con varia vicenda fino alla età sua. Qui comincia la parte preziosa del libro, che lasciando molto in disparte le questioni proposte dall'amico, narra a lungo con intelletto di storico e per gli ultimi anni con voce di testimonio, i fatti avvenuti nel corso di quasi mezzo secolo dai tempi di Leone IX fino a quelli di Gregorio VII. Scrittore non elegante ma neppure artificioso, scrive semplicemente i fatti come li sa, senza alterarli mai di proposito. Cercando in essi se non le cause, almeno la giustificazione dei fatti posteriori, veniva inaugurando uno studio quasi filosofico della storia mentre Gregorio di Catino nella solitaria sua cella inaugurava la storia erudita. La tendenza di Bonizone è sempre di giustificare i fatti narrati con esempî canonici e scritturali, perché, convien rammentarlo, la sua narrazione è intesa sempre a dimostrare che l'opera del Papato ai suoi tempi era giusta e consentanea alle tradizioni della Chiesa. Ché se la mal digerita erudizione sua gli fa sovente confondere date e alterar fatti lontani da lui, man mano che s'avvicina all'età sua egli divien più preciso, finché arrivato alla storia contemporanea, e specialmente nella vita di Gregorio settimo, il suo racconto prende una forma molto sicura e, per fermo, autorevole. Il Watterich, il quale ripubblicando il lavoro di Bonizone ne ha scritto con gran diligenza la vita, trova a ragione che ciò è assai naturale. Le stesse vicende della sua vita lo avean condotto a conoscere tutti i principali uomini di quella età, e a trattar con loro degli eventi di cui ha lasciato memoria. Gregorio VII e il suo successore Desiderio di Montecassino, la imperatrice Agnese, la contessa Matilde, Bruno da Segni, l'antipapa Guiberto e tanti altri, gli furono personalmente noti, e con molti d'essi ebbe consuetudine familiare, onde ad ogni nuovo avvenimento che narra, nasce nella mente il pensiero ch'egli può averlo udito da chi ne fu autore o lo vide compiere. Perciò amo scegliere dal suo libro il racconto di uno tra i maggiori episodî che son registrati nella storia del medio evo, l'episodio del convegno di Canossa (A. D. 1077), narrato com'egli certamente dovette udirlo dai principali personaggi che vi presero parte. La storia di quella scena e delle cagioni che la produssero è nota all'universale, e par superfluo aggiunger nulla a chiarire il racconto già per sé così chiaro di Bonizone.
«Frattanto poiché fu arrivata all'orecchio del popolo la notizia che il re era messo al bando, tutto il nostro mondo romano tremò, e ne fecero diverso giudizio gl'Italiani e gli Oltramontani. Imperocché gl'Italiani dopo la Pasqua celebrarono a Pavia un Concilio di male intenzionati, in cui per opera di Guiberto, del pari i vescovi e gli abbati lombardi, imitando Fozio e Dioscoro, scomunicarono il signor Papa della seniore Roma, nè mai s'era udito che l'inimico dell'uman genere armasse a un sol tempo tanti mentecatti vescovi contro la Santa Chiesa Romana. Mentre a persuasione del diavolo si facean tali cose in Italia, i principi oltramontani convengono insieme e con salutare consiglio chiamano quasi in giudizio le due parti, per potersi chiarire se il Papa potesse o non potesse scomunicare il Re, o se l'avesse o no scomunicato a ragione. Imperocché non volevano distruggere la legge loro la quale prescrive che se taluno non sia prosciolto dalla scomunica entro un anno e un giorno, perda ogni onore delle sue dignità. Adunque i prudentissimi vescovi e gli abbati e i chierici di quel regno, preso insieme consiglio decretarono secondo i decreti dei Santi Padri e gli esempi dei maggiori, che il Re bene poteva essere scomunicato dal Papa, e che come Fozio e Dioscoro era scomunicato a ragione. Che più? Non trovando nulla di meglio in sul momento, affermano con giuramento e appresso a loro affermarono i duchi Rodolfo, Guelfo e Teodorico (Goffredo marito della eccellentissima Matilde era morto pochi dì innanzi), insiem cogli altri maggiori del regno, che se il Re volesse acconsentire al consiglio loro, essi entro il giro dell'anno condurrebbero oltre i monti il Papa, il quale liberamente lo assolverebbe dalla scomunica. E costrinsero il Re a giurare colle sue labbra ch'egli aspetterebbe la presenza e il giudizio del Papa. E fatto ciò tutti di nuovo giurarono unanimi, che se il Re tenesse il dato giuramento, eglino farebber con lui una spedizione in Italia, e assalendo i Normanni libererebbero Puglia e Calabria dalla dominazione loro. Ché se pei suoi peccati egli venisse meno al giuramento, mai più non lo riconoscerebbero per signore e sovrano. Frattanto mandano a Roma il vescovo di Treviri affinché conduca il Papa oltre i monti ad Augusta. Ma come egli per l'astuzia del Re fosse preso presso Piacenza, e non fosse liberato prima che da Spira arrivassero lettere regie al vescovo piacentino per la liberazione, io non dirò perchè la storia è lunga.
«Il venerabile Gregorio per amor della pace muoveva intanto verso Augusta tra somme difficoltà di viaggio, ché l'inverno allora era gravissimo. Ma il Re sprezzando il suo giuramento entrò d'improvviso in Italia, e sono alcuni i quali dicono ch'egli voleva all'impensata impadronirsi del Papa, ciò che par verosimile. Imperocché Gregorio vescovo di Vercelli e cancelliere suo, a cui i principi avean commesso di condurre il Papa oltre i monti, poiché ebbe passato il giogo d'Apennino, udì ch'Enrico nascostamente era arrivato a Vercelli, e annunziatolo al Papa, questi subito si ritrasse a Canossa, sicuro Castello della eccellentissima Matilde.
«Il re allora vedendo svelate le macchinazioni sue, deposta in apparenza ogni fierezza, ammantandosi di colombina semplicità, andò a Canossa. E per alquanti giorni durando tra la neve e il ghiaccio a pie' nudi, ingannò i meno accorti, e dal venerabile Gregorio, che però non ignorava l'astuzia sua, ottenne la richiesta assoluzione, e fu mediatore tra loro il sacramento eucaristico nella celebrazione della messa per questo modo. In presenza di vescovi, abbati, religiosi, chierici e laici, lo fe' partecipe della mensa divina a questo patto, che s'egli s'umiliasse della mente come del corpo, e se credesse lui esser Pontefice di diritto e sé scomunicato a imitazione di Fozio e di Dioscoro, e se credesse di potere essere assoluto per quel sacramento, gliene crescerebbe salute, ma se fosse altramente, come a Giuda gli entrerebbe per la bocca Satana in persona. Che più? celebrata la messa ebbero la mensa in comune. Quindi assoluti tutti gli altri dalla scomunica, fu imposto loro che si guardassero dal consorzio degli scomunicati. Taluni anche asseriscono ch'egli giurò omaggio al Papa per la sua vita, le sue membra e il suo onore, ma io di ciò che ignoro interamente non vuo' affermar nulla.
«Intanto il Re, posciaché fu assolto dal bando, mostravasi in apparenza devoto al Papa e obbediente, ché si sequestrava dal consorzio di tutti i vescovi considerandoli scomunicati, ma di notte, aderendo ai consigli loro nefandi, volgeva in mente ciò che i fatti mostrarono più tardi. E così fece per tutto il tempo che rimase a Piacenza, assai temendo la presenza di sua madre imperatrice religiosissima, che per avventura colà si ritrovava.
«In quel tempo medesimo venne a lui quel Cencio odioso a Dio, di cui facemmo sopra menzione[126], ed egli di giorno rifiutava di vederlo come scomunicato, ma di notte si dava tutto ai pestiferi consigli suoi. E vedendo che non gli riusciva di tôr via il Papa da Canossa, ei mosse a Pavia. Quivi Cencio odioso a Dio morì d'amara morte, e Giliberto e gli altri scomunicati ne celebrarono il funerale con pompa mirabile.»
Narrata la storia di Gregorio VII, il libro di Bonizone torna al punto onde era mosso, e dagli ammaestramenti del passato viene nella sentenza che pure tra le persecuzioni vive la Chiesa cara al Signore, e fiorisce pur nei contrasti pei quali talora è di necessità costretta ad usar l'armi temporali e le è lecito usarle. «Adunque» egli conclude «combattano i gloriosissimi soldati di Dio per la verità, contrastino per la giustizia, e combattano con tutta l'anima contro l'eresia che si rizza contro a quanto si dice e si venera. Emulino nel bene la eccellentissima contessa Matilde, la quale con virile animo, postergata ogni cosa mondana, piuttosto è pronta a morire che a frangere la legge di Dio, e con quante ha forze in ogni modo impugna l'eresia che ora infierisce nella Chiesa. In mano sua, noi crediamo, sarà dato Sisara, e come Jabin sarà disperso nel torrente Cison perché sterminò la vigna del Signore e la divora, talché è fatto come sterco della terra. E noi secondo il tenore del ministero nostro, preghiamo che l'eresia si distrugga prontamente arsa dal fuoco e sgominata dalla severità del tuo volto, o Signore.»
Così termina questo libro che aveva una specie di continuazione storica in un altro opuscolo scritto da Bonizone contro Ugo cardinale guibertino. È gran danno che questo opuscolo sia ora perduto, perché, da quanto ne sappiamo, può rilevarsi che contenesse notizie importanti pei primi anni del pontificato di Urbano II. Amico di Bonizone e suo compagno di lotte era stato un nipote di papa Alessandro II, Anselmo vescovo di Lucca, uom caro e devoto a Gregorio VII che lo aveva dato per consigliere alla contessa Matilde, e tale era rimasto fino alla morte. Di lui ci rimane una biografia che pei tempi e le persone che tratta ha un certo valore, e fu scritta da un prete suo famigliare, di nome Bardone, il quale con affetto fedele raccolse le memorie delle sue virtù e dei miracoli che si moltiplicavano sulla sua tomba[127]. Più importante e più noto è un curioso poema scritto da Donizone, monaco benedettino addetto alla Chiesa di S. Apollonio nel castello di Canossa ai tempi della contessa Matilde[128]. In versi barbari oltremodo ed oscuri, egli narrò le gesta della sua signora, ispirato ad un affetto profondo e ad un culto pieno di ammirazione per la fortissima donna. Questo culto naturalmente scema autorità ai suoi detti, e l'ufficio suo lo induce talora ad una cauta riserva, mentre la intralciata rozzezza dei suoi versi lo rende a leggere faticoso e spesso difficile a capire. Tuttavia, come nota un ardente ammiratore suo[129], tutti coloro che scrivono di Matilde e dei suoi tempi sono costretti a valersi di lui e a tenerne gran conto. Erroneo relatore dei fatti lontani, rapido o silenzioso dove teme d'offender Matilde, del resto egli è minuto e abbastanza preciso nei fatti dei quali ha personalmente contezza, e l'affetto serbato oltre la tomba alla sua eroina gl'ispira nei rozzi versi parole non prive di patetica eloquenza, come queste colle quali nel chiudere il suo poema si volge a Canossa esclamando: «O candida pietra.... un tempo fosti felice e gloriosa, allorquando la gran Matilde fu teco; gl'illustri suoi antenati ti amarono di spontaneo affetto e in alto edificarono le tue mura. La stirpe che in te riposa non è più.... Più non esiste la grande Matilde, ma vive in te gloriosa la sua memoria, e mentr'ella è in nuovi regni beata, risuona per ogni parte la fama dell'eccelso suo nome.»[130]
Generazioni feconde di segnalati uomini furono queste, ma vinti tutti da Gregorio VII che fu per certo lo spirito animatore della età sua. Grandissimo uomo, superiore ad ogni altro papa dopo il primo Gregorio, pontefice e monaco, visse nel mondo e col mondo, eppure tanto se ne distaccò nella rigida fermezza dell'anima, da parer quasi diverso nella natura sua dall'umano. Mentre lo straordinario uomo colla mano ferrea scolpiva un monumento di storia maraviglioso, ei ne veniva insieme scrivendo gli annali, e segnava le pietre miliari del suo cammino nel registro delle sue lettere. Fin da tempi antichissimi e per tutto il Medio Evo, la Curia Romana usò, e continua l'uso, di trascriver gli atti spediti in suo nome e serbarli in appositi registri ordinati cronologicamente in libri e divisi per anni. Questo provvido pensiero avrebbe potuto preparare una infinita miniera di notizie alla storia, se nel corso dei molti secoli e delle molte vicende, tranne alquante lettere di Giovanni VIII (872-882), tutti i Regesti che stanno tra quello di Gregorio primo e questo di Gregorio VII, non fossero andati smarriti. Per maggiore sventura, neppur esso il Regesto di Gregorio VII ci avanza intero, e solo ne son discesi a noi otto libri, talché gli ultimi quattro anni di quel pontificato rimangono senza tanto sussidio. Filippo Jaffé, che ha pubblicato la migliore e più completa edizione delle lettere gregoriane[131], supplì in parte alla mancanza raccogliendo ogni altra lettera che poté trovare sparsamente, edita o inedita, ma pur così gli avanzi relativi a quell'ultimo periodo riescono scarsi al paragone del desiderio. E tuttavia, anche monco in tal guisa, questo massimo tra i documenti storici apparsi allora in Italia, sparge un immenso tratto di luce sugli eventi di quella età, e riproducendo con evidenza scultoria la figura grandiosa e severa di Gregorio VII, ce lo mostra quale era nelle sue relazioni coi contemporanei e nelle lotte sue quotidiane colle infinite difficoltà che si levavano contro i suoi vasti disegni. Libro mirabilissimo, degno di molta meditazione, solo paragonabile alle lettere di Gregorio Magno, dalle quali però differisce per molti rispetti. Paragonar quei due libri vale paragonarne gli autori. Benedetti entrambi dalla forza di una fede senza confini, mossi dall'impersonale desiderio d'assicurar la vittoria a questa fede, dotati entrambi di genio, superiore ciascuno di essi all'età sua, eppure stretti e ossequenti a molti dei pregiudizi che li circondavano, que' due papi differiscono tra loro per l'indole diversa, e per un diverso concetto dell'idea della Chiesa dovuto alla diversità dei tempi, delle circostanze, delle ispirazioni. Nel primo d'essi, comparso sul limitare del medio evo, germoglia ancora la vita del passato, e l'anima gli si tempra fra le tradizioni dell'antica Roma e le tradizioni dei tempi apostolici, fra gli echi del Palatino e gli echi delle Catacombe. Intelletto prudente pieghevole, cuore indulgente e bisognoso d'espansione e d'affetto, anima essenzialmente umana, il più perfetto uomo che sia comparso in tutta la storia medioevale. L'altro vien fuori nel colmo del medio evo, dopo una lunga tenebra di corruzioni e di barbarie, monaco fin dall'infanzia, non freddo, ma meno dischiuso a tenerezza d'affetti, calmo severo inflessibile dominatore. Riformare la Chiesa imputridita per le colpe passate, trasformare l'ammollito clero in una falange d'apostoli austera e staccata da ogni cura d'affetti mondani, l'episcopato sottratto all'autorità regia e stretto intorno al pontefice pastore di popoli e di re, guida suprema alla giustizia e alla pace. Tale il concetto di Gregorio VII come scaturisce da queste lettere, se non materialmente scritte certo almeno sempre ispirate da lui, ed esprimenti tutte in diversi casi una tendenza sola. Ché se questo concetto, avanzando i termini del possibile e del giusto non toccò interamente la sua meta, e presto cedendo luogo a concetti nuovi si trasmutò in parte, non si scema per questo la grandezza di Gregorio, ed egli rimane pur sempre nella storia come un'aquila solitaria che posata sulla cima d'una rupe, ivi sovrasta e guarda in basso impassibile e maestosa.