Rolandino da Padova scrisse la storia di sua patria dal 1200 al 1260. Aveva studiato alla Università di Bologna, e nel 1221 ricevuto ivi il titolo di Maestro e Dottore in grammatica e rettorica. Tornato presso suo padre ch'era notaio in Padova, questi gli cedette alcune note ch'era venuto scrivendo sulle cose più memorabili accadute a' suoi tempi, e l'esortò a scriver la storia della loro città. Rolandino seguì l'esortazione paterna, e aiutato dagli studî fatti in Bologna, dettò in dodici libri il suo lavoro con tanta chiarezza e così diligente e ordinata conoscenza dei fatti, che si meritò subito fama di storico insigne. Nel 1262, due anni dopo ch'egli l'ebbe condotta a termine, la sua storia fu in segno di grande onore letta pubblicamente nella Università di Padova al cospetto dei professori e della scolaresca che l'approvarono solennemente, e i posteri han confermato il giudizio[164].
A Rolandino tenne dietro uno storico anche maggiore, in verità uno dei maggiori letterati d'Italia, Albertino Mussato che fu contemporaneo ed amico di Ferreto da Vicenza. Nacque in Padova nel 1262. La povertà gli fu maestra, e fin da giovinetto dovette provvedere a sé e ai fratelli minori col copiar libri per gli scolari dello studio padovano, finché facendosi man mano erudito collo stesso copiarli, cominciò a trattar qualche causa nel fôro. La potenza dell'ingegno e la grandezza generosa dell'animo gli procacciarono favore e lo sollevarono rapidamente in fama e in agiatezza, talché nel 1296 era fatto cavaliere e chiamato al Consiglio di Padova che allora si reggeva liberamente in Repubblica. Quivi in breve salì a tanto credito nelle cose di Stato, che nel 1302 fu inviato ambasciadore a papa Bonifazio VIII, ebbe pubblici incarichi a Firenze, e da quei primi tempi in poi, egli tra le varie vicende della patria, anche quando le procelle della fortuna lo sbattevano al fondo, statista, soldato, storico, poeta, sempre, fino al fin della vita, rimase in evidenza e fu tenuto in gran conto pur dai nemici.
Quando, tormentandosi Italia tra la fazione guelfa e la ghibellina, Arrigo VII di Lussemburgo scese, invocato da quest'ultima, a prender la corona imperiale, fu un grande rimescolarsi nella parte superiore e centrale della penisola. Non che il novello imperatore avesse in sé vera potenza, ma i partiti percorsi da un nuovo fremito per la sua venuta, e agitati da indefinite speranze e indefiniti timori, divampavano in fuoco più acceso. Le città guelfe di Lombardia, gelose di loro libertà e memori delle resistenze opposte in passato a ben altri imperatori, accoglievan quest'ultimo freddamente o gli negavano risolute l'ingresso. Lo favorivano invece le città ghibelline, ma e nell'une e nell'altre rigogliose com'erano di vita propria, l'autorità sua era assai poca, e la parte che egli credeva far di paciero riusciva invano. Più che la reverenza o l'odio dell'Impero potevano le ire cittadine, e ciascuna città era divisa in due parti, di cui la prevalente s'affannava di reggersi, mentre la soccombente era sempre agitata nella speranza d'abbatter l'altra, e afferrato il timon dello stato dirizzarne altrove la prora. Di che spesso un salire e discendere delle fazioni, e la città guelfa mutarsi a un tratto in ghibellina e la ghibellina in guelfa, e un combattere entro le mura di cittadini contro cittadini, e i vincitori radere al suolo le case dei vinti, e questi andar profughi sbanditi in esilio col rancore nell'anima e l'invincibile speranza del ritorno e delle vendette. Questa agitata vita viveva anche Padova, guelfa per la prevalenza di quella parte e pel timor che Vicenza, su cui dominava, scosso il suo giogo si desse a Cangrande della Scala, signore di Verona e capo dei Ghibellini in quelle provincie. Al primo giungere di Arrigo VII in Italia, Padova con qualche riluttanza, ma con savio consiglio, aveva mandato un'ambasciata a salutarlo in Milano (A. D. 1311). Degli ambasciatori uno fu Albertino Mussato, ormai glorioso tra i letterati del tempo suo, e già noto come uno dei primi restauratori della poesia latina in Italia. Arrigo VII lo accolse con tanta e così singolare benevolenza, da ispirargli un affetto che mai non si smentì, neppur quando i suoi doveri di cittadino l'obbligarono di far tacere il suo sentimento privato e d'opporsi coll'armi alla volontà imperiale. Dopo alcun tempo, Albertino Mussato di nuovo fu inviato in ambasceria ad Arrigo VII, per chiedere guarentigie alla libertà padovana, che furono consentite con qualche condizione. Ma tornando in Padova, gli ambasciatori trovarono i lor cittadini forte agitati per la voce corsa che Arrigo avesse nominato Cangrande della Scala a Vicario Imperiale per Padova, titolo abborrito dai guelfi e quasi sempre sinonimo di signore e tiranno. Si respinsero le condizioni proposte da Arrigo, il quale se ne irritò. Il momento parve propizio ai Vicentini, i quali si ribellarono a Padova e si buttarono in braccio allo Scaligero, che fu principio di una guerra lunga e accanitamente contrastata tra le due città (A. D. 1311). Albertino Mussato che aveva fatto tutto il poter suo per impedirla, ebbe più volte a recarsi presso Arrigo cercando di compor le cose verso la pace, e d'ottener la conferma delle prime concessioni. Ma l'opera sua era malagevole tra lo sdegnato sovrano e gli animi eccitati de' suoi concittadini, che piegavano a stento verso le proposte pacifiche solo quando il pericolo pareva maggiore. Di questo stato pieno di ondeggiamenti pativa il contraccolpo Albertino, che tornava dalle frequenti ambascerie ora accolto in patria come un salvatore, or cupamente come se recasse con sé il tradimento e la vergogna. Le cose si facevan sempre più gravi. Nel settembre del 1311, Arrigo VII, a tenore di certe condizioni pattuite, scelse tra quattro persone proposte dallo stesso Consiglio Padovano, Gherardo da Enzola come Vicario Imperiale in Padova. Il nome odiato di Vicario accrebbe i malumori nel popolo, e si faceva oramai impossibile vincer le proposte pacifiche nel Consiglio. Nel 1312 tornando da Genova cogli ultimi patti ottenuti dall'Imperatore, Albertino trovò la città in gran tumulto. Lo Scaligero era stato nominato Vicario per la città di Vicenza, certo lo sarebbe in breve per Padova, forse la nomina era già decretata in segreto e s'aspettava il momento opportuno per pubblicarla. Tali le voci che concitavano la città fiera e desiderosa di guerra, e l'ira di tutto il popolo echeggiava in core dei consiglieri adunati nella gran Sala della Ragione. Era un fremito in tutta l'Assemblea. Rolando da Piazzola ch'era stato dell'Ambasceria col Mussato, levatosi, con impeto grande ricordò le calamità già sofferte per altri Vicarî imperiali, e profetando nello Scaligero un nuovo Ezzelino: «Vidi io» esclamava infiammato riferendosi al recente suo viaggio presso l'Imperatore, «vidi città poco innanzi floridissime, ora scacciatine i cittadini andare in rovina, le campagne deserte abbandonate alle ortiche, le facce dei nobili divenute squallide per inedia, la plebe esausta per fame. O vergogna! La ferace terra lombarda, inculta adesso, è paragonabile a un deserto selvaggio.... E chi abita le nobili castella? I vecchi tiranni ammantati del titolo di Vicarî Imperiali. Da loro oggi son consumate le reliquie ultime di Lombardia.... Vidi Genova.... la vidi bella e la rividi sformata in tre giorni; bella per l'allegrezza dei cittadini che accoglievano questo fantasma di felicità, sformata pel mutato aspetto del popolo vivente a comune, cui s'eran cangiate le usanze patrie in principati dispotici. Come se, o cittadini, rimosso questo nostro Preside, si sostituisse a lui un ignoto, e rescissi e distrutti fossero i plebisciti vostri e le leggi, e questo Senato disciolto, e i tribuni che voi chiamate gastaldioni turpemente e ignominiosamente deposti.... S'ebbe forse vergogna, mutando il sodalizio di Vicenza e Padova in pace tra loro, d'eleggere questo Cane, uom nefando, a Vicario di Vicenza proprio in sull'uscio di questa nostra fiorente città? Non solo non se n'ebbe vergogna, o cittadini, ma fu consiglio di partigiani affinché questo Cane vi tragga alla sua tirannide e muova guerra civile tra i vicini nel seno di questa città. Oh vi torni in memoria la fiera strage dei padri nostri, orribile pure a ridirsi, e quel figlio di Satana Ezzelino da Romano che lo scellerato Federico, predecessore di questo Enrico di Lussemburgo, costituì qui ministro solamente di stragi, con questo falso titolo del Vicariato Imperiale....» e rivolgendosi al Vicario Imperiale seguitava: «E tu, Gherardo, se così ti piacerà di fare, giura di rinunziare al Vicariato e ripigliare il dolce e sacro ufficio e nome di Podestà nostro, e di reggere pel semestre questa città nella libertà sua, se no, prendi il tuo stipendio e vattene. Abbiam qui Rodolfo da San Miniato eccellente uomo, che io stimo adatto a pigliare la sede di questa beata e libera podestà e a reggerla.»[165]
Fu un grido di plauso[166]. Invano Albertino tentò rimetter calma negli animi, espose lo stato dubbio delle cose in Italia, mostrò come la parte ghibellina ancor vigorosa potrebbe divenire un aiuto dell'Imperatore pericoloso alla patria, invano pregò, scongiurò, per più mite consiglio. Tutta la sua eloquenza si franse contro l'ira popolare, e vinse il partito dell'armi.
La guerra incominciò indi a pochi giorni, interrotta e ripresa ogni tratto, e condotta molti anni con varia vicenda e con tutto l'odio che solevasi mettere allora da quegli appassionati animi in quelle guerre fraterne. Albertino Mussato che s'era mostrato così blando al consigliare, apparve un leone al combattere, sempre nelle più arrischiate fazioni, primo a gettarsi nel folto del pericolo, ultimo a ritrarsene. Pareva che gli fosse scomparso dalla mente quell'Arrigo VII ch'egli amava tanto e di cui descriveva le imprese, le quali egli, come Dante, si lusingava dovessero riuscire a benefizio d'Italia. Padova la cara patria era in guerra, ed egli ne combatteva i nemici. Nel novembre dei 1313, parve che l'odio cedesse un momento. Albertino Mussato ed un altro padovano andarono a discutere le parole di pace che lo Scaligero faceva proporre, ma le trattative si ruppero senza alcun frutto, e si tornò di nuovo a pensar di guerra. Intanto Arrigo VII era morto (24 agosto 1313), e con lui si spezzavano molte speranze dei Ghibellini più ardenti, molte illusioni di coloro che guardavano a lui come ad un angelo annunziatore di pace. Il partito guelfo ne saliva in superbia, e a Padova sotto colore di riforme impadronitosi d'ogni potere si sfrenava non pur contro i ghibellini ma contro i cittadini più temperati e diveniva tiranno (A. D. 1314). Ne seguì una sommossa popolare violenta, nella quale contro ogni ragione fu preso di mira il Mussato, alle cui case si volse una plebaglia inferocita per portarvi l'incendio e la morte. In vista del pericolo, Albertino non si smarrì: consigliato di nascondersi, non volle, e per non macchiarsi nel sangue del popolo non volle difendersi, ma inforcato un cavallo, venne fuori arditamente dalla casa infestata, e di gran corsa uscì incolume dalla città e si ritrasse in salvo. Fu un gran dolore al cuor del Mussato, a cui pareva tanto più amara l'offesa e l'esilio quanto più gli era cara la patria e se ne sentiva benemerito. Onde in una concione ch'egli dettò a sua difesa, e inserì poi nella storia, esclamava dolente e sdegnoso: «Dovrei io vergognarmi o arrossire, se avendo bene meritato in alcuna cosa, la tanta ingratitudine onde son circondato mi sforza a recitar da me le mie lodi? Anche se lo facessi con petulanza? No, perché quando una cagione di passati contrasti ci costringe a parlare per respinger le ingiurie, la violenza del timore vince la calma d'ogni più forte uomo. Dopo le uccisioni compiute il dì innanzi da quegli iniqui, e le stragi orrende, una turma tumultuaria concorse alla casa di me Albertino Mussato, la tenne assediata da manipoli di gente che le infuriava attorno chiedendo i miei penati, i miei figli, il sangue mio. Se posso parlare col Redentore del mondo: ‘O popol mio’ Egli diceva ‘che t'ho mai fatto? Per quarant'anni ti guidai nel deserto.’ Io ti condussi, dico io Mussato, o popol di Padova, per altrettanti mesi tra vasti pericoli dietro le orme mie sulla mia strada, da cui tu stessa confessi d'aver deviato per tua ignavia....» E dopo avere enumerata una lunga serie di servigi resi alla patria, e i miti consigli dati ai Padovani nella prospera fortuna, alludendo al loro timore nei pericoli, procede: «.... Ma tardo viene dopo la grandine il pentimento. E che rimedî si son trovati a tanti mali? O tribuni della plebe, ricordatevene. Parlo a voi conscî ed autori di tanto provvedimento. Voi, pensaste, Ottimati della città, che se era fattibile, Cesare doveva esser placato. E in che modo? con quale ingegno? con quali arti? E che? la opportunità, la difficoltà chiamò innanzi Albertino Mussato. Costui, si asserì, può far salva la repubblica e rovinata rialzarla. Se avanzava da far qualche cosa, a lui solo ricorreste, a lui privo d'ogni speranza di trattar gli affari e prostrato, e vi consigliaste seco, e lui unico imploraste. E Vitaliano de' Basilii, che allora quasi dominava sul volgo, a mani giunte, a ginocchia piegate, lacrimando, stipato da voi tutti, o Tribuni, mi supplicò di andare al Re.... Io guardo a me stesso ammirando e compassionando. È necessario che la penna mandi tutto alla posterità. Forse mi resi colpevole verso questa Repubblica? Tralascio le diurne, le notturne, le annuali fatiche. Non vale la pena di allegare le vigilie, le cure, le sollecitudini mordaci. Non si nascondano gli assertori; attestino affinché io sia creduto. Consumai forse il denaro pubblico? E quale? e quando? Mi son forse arricchito coi danni dei privati? Di quali? Venga fuori un solo vessato o spogliato da me. Abbiatevi, o Tribuni, un argomento efficace della sincerità nostra. In queste ultime calende di decembre, per non ricondurvi indietro al non ricordabile, la sorte mi prepose allo ufficio di Anziano, onore uguale quasi al consolato dei Romani. Questo Pietro d'Alticlino potentissimo uomo e formidabile contro cui si esclamava, e molti altri dell'ordine equestre e plebeo, io convenni in giudizio di restituzione, li feci incatenare, li convinsi, e li costrinsi a rimettere nell'erario la mal tolta moneta con rigido e severo ardore. Così mi persuadevano a fare i miei costumi, così l'audacia, l'amor della patria, l'atrocità di quelle rapine e la giustizia.» E dopo queste calde parole altre ne aggiunge enumerando le prodezze compiute in guerra, spiega per quali ragioni egli avesse promossa la imposizione di una tassa utile e giusta che gli aveva procacciato l'odio del volgo e l'esilio, e conchiude con disdegnosa fierezza: «A ragione il gregge macchiato odia il vello della pecora dorata. Sia lungi da voi, o Tribuni, la ferocia delle vili belve assetate di sangue innocente. Salvato, io voto la mia salute, le mie fortune ed ogni poter del mio ingegno e delle facoltà mie, ai Padri, ai Maggiori e al Popolo più sano.»[167]
Pagine eloquenti davvero, che strappavano l'ammirazione ai contemporanei, e ancora l'ispirano ai posteri richiamati per esse come a un ricordo della romana repubblica, e di quella forte eloquenza che scoppiava in Grecia e in Roma nel tumultuoso bollire degli affetti politici quando la democrazia stendeva sovr'esse l'agitato suo impero! Sedato finalmente il disordine e ricomposta la quiete nella città, si adunò il Consiglio, e, abolite le esorbitanti riforme e ripristinato il vecchio stato, decretò unanime il richiamo d'Albertino Mussato, e pubbliche solenni onoranze per compensarlo dello sfregio patito. Ne esultò il buon cittadino, ma prima pure del suo ritorno, i Padovani mossero improvvisamente ad oste contro Vicenza ed egli s'aggiunse agli armati. Nelle fazioni che seguirono egli combattè con l'usato ardimento, finché in una mischia, precipitando da un ponte in una fossa, accerchiato dagli uomini di Cangrande, fu con undici ferite preso e condotto a Vicenza. Quivi egli rimase onorato prigioniero di Cane, che con la sua corte andava a visitarlo e a scambiar con lui amicamente gravi discorsi e celie frizzanti, esempio non unico di quell'età, che all'abbassar delle spade stillanti sangue, l'ammirazione prevalesse sull'ira, e un prepotente barone rendesse onore alle virtù e all'ingegno d'un semplice cittadino.
Nel novembre del 1314, al conchiudere d'una pace, Albertino liberato dalla prigionia tornava in patria a ricevere le decretate onoranze, e a cinger le tempia di quell'alloro poetico a cui sospirò tutta la vita Dante nella vana speranza che il poema sacro vincesse la crudeltà che lo serrava fuori della patria. Pieno di compiacenza egli descrive a lungo e con tratti caratteristici nella sua storia la festa che gli fu fatta e che riuscì solenne, perché a celebrarla concorse col Senato e colla Università la città tutta quanta, altera adesso di questo suo figlio la cui fama letteraria spargevasi ormai onorata per tutta Italia.
E veramente le opere letterarie di Albertino Mussato meritavano quegli onori[168]. Latinista ottimo pei suoi tempi, egli, con Giovanni Del Virgilio, con Dante e gli altri latinisti contemporanei, superiore forse a tutti, spiana le vie della rinascenza al Petrarca, e mentre studia gli antichi e ne ritenta le forme del dire, nel concetto e nell'architettura de' suoi lavori apparisce scrittore originalissimo. Poeta dettò epistole, sermoni, egloghe, elegie non prive di pregio, ma soprattutto si rivelò creatore potente nella sua tragedia l'Ezzelino. Spastoiatosi d'ogni teoria preconcetta, pur senza abbandonare le orme classiche che trovava tracciate da Seneca, egli primo tra i moderni italiani scelse un soggetto moderno, vivo anzi ancora nella memoria e nel terrore del popol suo, soggetto cupamente tragico ch'egli trattò con evidenza drammatica e, soprattutto nei cori, con impeto lirico maraviglioso. L'argomento storico ch'egli scelse e che accrebbe di tanto la popolarità del suo lavoro, annunzia la tendenza storica dell'intelletto del Mussato. Il quale, innamorato degli antichi scrittori e dei tempi romani, colla mente vigorosa d'immaginazione e di pensiero, doveva sentirsi irresistibilmente attratto a raccontar la storia ch'egli aveva vissuto, e ridir le cose vedute e pensate fra tanto tumulto di azione, fra tanta grandezza di virtù e di vizî. E io son venuto finora descrivendo così lungamente la vita di quest'uomo, perché mi parve di veder compendiata in lui una gran parte dell'età sua come egli la descrisse e come fu veramente. Dettò la Historia Augusta delle gesta in Italia di Arrigo VII (A. D. 1308- 1313), principe di buone intenzioni ma di debole potere, caldamente invocato dai Ghibellini, pregiato anche dai Guelfi, ma nè obbedito nè temuto veramente mai, sceso dall'Alpi a risuscitare il fantasma d'un Impero che aveva perduto i nervi in Italia tra tante repubbliche e coi papi avversi e ancor potenti per l'aiuto dei Guelfi e degli Angioini. Scrisse Albertino con imparzialità grande, ma con tutto l'ardore di chi ha preso parte nelle cose pubbliche e postovi tutta l'anima sua desiderosa del bene. Il viaggiar suo frequente, per lo più come ambasciatore, in molte parti d'Italia (e negli ultimi anni andò anche ambasciatore in Germania) gli avean dato modo di veder d'appresso le condizioni dei diversi paesi che eran teatro della sua storia, di conoscer gli uomini principali, e d'attingere dappertutto o d'appurare molte notizie. Non tutto guelfo nè tutto ghibellino, diresti ch'egli ondeggia intra due, ed è ondeggiamento non raro nelle menti più elevate di quella età. Vorrebbe dall'Impero una forte unità di comando a cessar le discordie dei partiti, mentre piega ai Guelfi per le tradizioni repubblicane e la cura di una libertà gelosa dell'aquila imperiale e dei tirannelli che col nome di Vicarî crescevano all'ombra dell'ale sue. Amico e ammiratore d'Arrigo, ma storico libero e austero, nel dedicargli la sua storia lo avvertiva che in quelle pagine non avrebbe trovato lusinghe nè solo le imprese degne di lode, ma gli errori altresì dai quali, come uomo, anche egli Arrigo non era immune. La morte d'Arrigo troncò il suo lavoro, ma più tardi egli lo continuò con una seconda storia che intitolò Gesta degli Italiani dopo la morte di Enrico VII, divisa in dodici libri, dei quali tre in versi descrivono l'assedio sostenuto da Padova nel 1320. Lavoro piuttosto abbozzato che finito, presenta qua e là varie lacune di tempo ed è assai men perfetto di stile che non la Historia Augusta, ma non è inferiore ad essa per la importanza storica. Lo intraprese per esortazione di Pagano della Torre, vescovo allora di Padova, e tra le molte cure che lo affaticavano[169], lo condusse innanzi molti anni per andarlo a terminare nell'esilio di Chioggia, dove abbozzò anche uno scritto su Ludovico il Bavaro rimasto in frammento. Poiché il 31 maggio 1329 concluse in esilio la forte e onorata vita Albertino Mussato. Dopo molti altri servigi resi alla patria e molto travagliar di fortuna, egli fu nuovamente sbandito, nè lo richiamarono questa volta. Fu lasciato morir fuori, nella miseria, colla vecchiezza aggravata dal dolore di una cara amicizia tradita, dalla ingratitudine di un figlio, dalla vista delle libertà padovane spente per mano di tiranni. Malinconica fine e piena di pietà, eppur confortevole e bella di quella morale bellezza che splende da una vita pura ed eguale a sé stessa nella fortuna prospera e nella avversa, da una vita destinata a mostrarci nelle stesse ingiustizie delle sorti terrene, la testimonianza certa di una giustizia immortale.
Capitolo VII
Cronisti delle repubbliche marinare — Cronache di Venezia: Martino da Canale e Andrea Dandolo — Gli Annalisti di Genova da Caffaro a Giacomo D'Oria — Pisa: Le Gesta triumphalia. Bernardo Marangone — I cronisti della rimanente Toscana e principalmente i Fiorentini: I Malispini. Dino Compagni. I Villani.