Volgendomi ai cronisti delle città marinare, primi mi si porgono innanzi alla mente quei di Venezia. Illustrata pei tempi più remoti dalla Cronica Altinate e dalla Gradense, che recano qualche luce nel buio delle sue origini, poi da quel Giovanni diacono che ci si mostrò ai primi albori della vita comunale, Venezia ebbe copia di storici degna degli splendori della sua storia[170]. A que' primi cronisti tenne dietro un anonimo che dettò gli annali veneti dalla metà dell'undecimo secolo fino alla fine del dodicesimo, e tra le notizie sulla storia politica lasciò molte importanti indicazioni intorno ad avvenimenti locali relativi alla città di Venezia. Un frammento di cronaca, scritto certamente dopo la morte del doge Sebastiano Ziani (A. D. 1229) e già pubblicato come parte del Chronicon Altinate, è anch'esso pregevole per la storia delle relazioni di Venezia cogli altri Stati, e in particolare coll'Oriente dove essa, padrona oramai dell'Adriatico, stendeva largamente la sua influenza e il potere. E dal tredicesimo secolo in poi la letteratura storica veneziana diviene sempre più fiorente, e s'ispira alla poesia del luogo e alla grandezza di quel senno politico che mentre reggeva dentro con tanta sapienza lo Stato, guidava lontane imprese in ogni parte del mondo. Pieno di questa poesia e di questa grandezza è il cronista Martino da Canale. Questo cronista descrisse la storia di Venezia fino al secolo decimoquarto in forma piuttosto di romanzo che di storia, ma appoggiato alle fonti che lo precedettero, alle tradizioni, e pe' suoi tempi alla fede degli occhi suoi o alla viva voce di testimonî oculari, egli in ciò che narrò del secolo decimoterzo, apparisce sostanzialmente scrittore veridico e, spesso pur nei particolari, bene informato ed esatto quanto è vivace. Di lui non si sa quasi nulla, e neppure s'egli fosse veramente veneziano, ma certo visse lungamente in Venezia per la quale mostra un affetto caldo ed una ammirazione infinita. Come il Tesoro di Brunetto Latini, come il Libro di Marco Polo, la sua cronaca è scritta in francese perché «lengue franceise cort parmi le monde et est la plus delitable a lire et a oir que nule autre.» Sui principî di Venezia favoleggiò colle leggende troiane e con quelle d'Attila, e seguitò breve fin verso i tempi di Enrico Dandolo. Con questo glorioso Doge la narrazione di Martino incomincia a distendersi e diviene sempre più ricca. Quando tocca poi i tempi del doge Giacomo Tiepolo fino al 1275, ultima data della sua cronaca, i particolari che reca, specialmente sui costumi di Venezia, acquistano un valore inestimabile. Le sue notizie intorno ai personaggi dell'età sua, alla Chiesa di San Marco, alla Piazza e ai tornei celebrati in essa, alle vesti ed onorificenze dei Dogi, alle loro comparse e a quelle delle varie corporazioni delle Arti, alla festa solenne delle Marie, sono altrettanti quadri di un'età singolare dipinti sopra un fondo maraviglioso. Scrittore con cui è necessario adoperar molta critica, storico, come s'è detto, e romanziere a un tempo, Martin da Canale colla ingenua vivacità della sua fantasia riesce tale pittor di Venezia da non aver chi lo superi tra i contemporanei o l'agguagli a gran pezza. Dal suo libro pieno d'attrattive tolgo l'episodio della presa di Zara avvenuta per opera del Doge Dandolo mentre si recava coi Crociati in Oriente al conquisto di Costantinopoli:
«.... Vi dirò che il Conte di S. Polo e il Conte di Fiandra, il Conte di Savoia ed il Marchese di Monferrato, nell'anno della Incarnazione di Nostro Signor Gesù Cristo MCCII, inviarono loro messaggi al nobile Doge di Vinegia messere Errico Dandolo, e lo pregarono ch'egli loro donasse naviglio per passare di là il mare. E quando Monsignore il Doge Errico Dandolo udì la preghiera che li messaggi dei Baroni di Francia gli ferono da parte di lor signori, sì ne fu lieto e disse ai messaggi: ‘Andate e dite ai signori vostri che di quell'ora ch'elli vorranno venire in Vinegia troveranno l'armata apparecchiata per passare di là il mare, e che il Doge di suo corpo medesimo vorrà passare con loro al servigio di Santa Chiesa.’ Allora se ne tornarono li messaggi a' Signori loro, e loro dissero tutto in così come Monsignore il Doge loro mandava. E quando i Baroni di Francia udirono ciò, ne furono molto lieti che dell'armata, la quale Monsignore il Doge loro aveva promesso, che del voler passare il mare di suo corpo medesimo con loro, e dissero che miglior compagnia non potrebbon elli avere in tutto il mondo.
«Messere Errico Dandolo, il nobile Doge di Venezia, mandò venissero li carpentieri e fece rettamente apparecchiare e fare palandre e navi e galee a gran numero, e fece prestamente fare medaglie d'argento per dare il soldo ai maestri ed ai lavoratori, ché le piccole ch'elli aveano non venian loro così opportune. E del tempo di monsignore Errico Dandolo in qua fu cominciato in Vinegia a ferire le nobili medaglie d'argento, che l'uomo dice Ducato, le quali corrono per mezzo il mondo per la bontà loro. Molto si affrettarono li Viniziani per apparecchiare il naviglio, e' Francesi allorquando furono in punto si misero alla via e cavalcarono tanto ch'elli furono venuti in Vinegia, ove furono molto bene ricevuti, e fecer loro li Viniziani grande gioia e grande festa. E Monsignore lo Apostolo loro avea dato un suo legato che de' peccati li avea prosciolti. A quel legato fece Monsignore il Doge grande onore, e prese la Santa Croce da sua mano e molti nobili Viniziani la presero e del popolo ancora.
«A grande gioia ed a grande festa entrò messer Errico Dandolo in una nave per passare il mare coi Baroni di Francia al servigio di Santa Chiesa; ed i Baroni si misero ciascuno in sua nave, ed i cavalieri entrarono negli uscieri e nelle palandre e nelle altre navi da ciò ove loro cavalli erano messi. Ed allorquando elli furono in mare i marinai drizzaron le vele al vento e lasciarono ire a vele piene le navi per mezzo il mare alla forza del vento. E Monsignore il Doge avea lasciato in Vinegia in luogo suo un suo figliuolo detto messer Rinieri Dandolo, e quegli governò i Viniziani in Vinegia molto saggiamente.
«Monsignore il Doge se ne andò tanto per mezzo il mare ch'egli fu venuto a Giadra e tutta sua compagnia: e Giadratini erano a quel tempo sì orgogliosi ch'elli aveano rifiutata la signoria di Monsignore il Doge e faceano dirubare i trapassanti pel mare ed aveano levate le muraglia d'intorno la città. Il temporale era cambiato ed il mare iroso, sì loro convenne prendere terra per salvare il naviglio, ed allora se ne andarono a Malconsiglio, ciò è un'isola la quale è tutto dinnanzi Giadra. Quando elli furono dentro il porto messi a salvezza, Monsignore il Doge disse ai Baroni: ‘Signori, vedete là quella città? sappiate ch'ella è mia, ma quelli di dentro sono sì orgogliosi ch'elli hanno rifiutato mio comandamento: io voglio che voi m'attendiate qui, ch'io vuo' mostrar loro quale merito debbano avere essi che rifiutano il comandamento del Signor loro.’
«Quando i Baroni udirono ciò, dissero a Monsignore il Doge: ‘Sire, noi siamo apparecchiati di venire con voi e nostri cavalieri anche.’ ‘In nome di Dio, disse Monsignore il Doge, già nullo di voi non vi metterà suo piede, anzi voglio che voi vediate ciò che io so fare ed i Viniziani con me.’ Ed allorquando elli furono apparecchiati di loro armi e di loro scale, non fecero altro soprastamento fuorché messere Errico Dandolo, l'alto Doge di Vinegia, si mise avanti e li Viniziani appresso ed andarono assalire Giadra e fu la battaglia cominciata; e già non rimase per nessuna difesa che i Giadretini ci facessero, che i Viniziani non salissero in secca terra. Sì fu allora la battaglia a colpi di lance e di spade, e quelli di sovra le muraglia gittavano giavelotti e pietre canterute e pali aguti e difendevano la città a lor podere. Ma la difesa non valse loro niente perché immantinente che i Viniziani misero loro scale alle mura vi montarono sopra ed abbatterono i Giadratini a terra, e presero la città rattamente rincacciandone i cittadini e dando Giadra in preda di monsignore Errico Dandolo.»[171]
A quel modo che Martino Da Canale aveva attinto largamente dagli storici che lo precedettero, così un altro cronista di nome Marco si giovò molto di lui per compilare una cronaca latina di cui furono pubblicati sol dei frammenti, e dopo lui e d'assai maggiore rilievo appariscono Marin Sanudo Torsello, e il frate Paolino, due delle principali fonti storiche di cui si servì il grande cronista medioevale di Venezia, Andrea Dandolo.
Da una antica e gloriosa famiglia di guerrieri e d'uomini di Stato e di Chiesa, Andrea Dandolo nacque nei primi anni del secolo decimoquarto. Giovanissimo sostenne cariche importanti, Procuratore di San Marco nel 1331, Podestà di Trieste nel 1333, e tre anni appresso Provveditore in campo nella guerra contro Mastino della Scala. Nel 1343 a soli trentasei anni, o, come altri vuole, a trentatrè, Andrea con esempio insolito fu levato al trono ducale. Giusto liberale benefico, i contemporanei sono pieni di lodi per lui; dottissimo di giurisprudenza e di storia, volse le sue cognizioni a benefizio dello Stato e delle lettere che gli procurarono amicizie di letterati insigni, massimo fra questi il Petrarca. L'indole e gli studî lo traevano alla pace, ma i tempi gravi in cui resse lo Stato volgevano a guerra e gli fu mestieri spender gran parte della sua mente a negoziati che s'appoggiavan sull'armi. Le continue relazioni di commercio e di guerre tra l'Asia Minore e Venezia, alla quale anche s'aprivano allora i porti d'Egitto e di Siria, le contese commerciali sorte e appianate coi Tartari, la ribellione di Zara in Dalmazia, vinta malgrado gli sforzi avversi del re d'Ungheria, e quella di Giustinopoli nell'Istria vinta ancor essa, e una terribile pestilenza in Venezia, occuparono con molte altre cure l'attività di Andrea Dandolo nei primi anni del suo principato. In proceder di tempo queste cure si accrebbero per la rivalità ognor crescente tra i Veneziani e i Genovesi i quali anch'essi volgevano le loro mire al commercio coi Tartari nel mare d'Azof. La rivalità si mutò presto in guerra (A. D. 1351), e tal guerra quale potevano farsela le due maggiori potenze marittime d'Europa a quel tempo. Guerra lunga fortunosa varia di vittorie e di sconfitte, difficile a condurre per le molteplici alleanze ch'era necessario stringere e opporre alle alleanze nemiche. E qui è bello ricordare come la inerme voce del Petrarca, si levasse tra quel frastuono d'armi a consigliare di pace il doge Andrea Dandolo. Ma a questo non era dato ascoltarlo. I casi incalzando rendevano necessaria la prosecuzione della guerra nella quale i Veneziani toccarono una grave sconfitta. Mentre si provvedeva a difender la città da un possibile assalto, o fosse il crepacuore pel danno patito dalla patria, o fossero le fatiche sopportate in quegli allestimenti di difesa, Andrea Dandolo morì il 7 settembre 1354 dopo appena cinquant'anni di vita e dodici di principato.
Le molte cure dello Stato e i tempi bellicosi in cui governò, non lo avevano distolto dai suoi lavori di giurisperito e di storico. Aggiunse un libro agli Statuti di Venezia, rivedendo egli stesso e perfezionando il lavoro man mano che si preparava. Assicurò l'ordinamento degli archivi veneti facendo compilare due libri di grande pregio intitolati Liber Albus e Liber Blancus, contenenti il primo i trattati conclusi da Venezia cogli Stati orientali, l'altro quelli conclusi cogli Stati d'Italia. Prima di salire al principato aveva già intrapreso qualche lavoro storico che poi rifuse nella grande opera sua, la Cronaca o, come altri la chiama, gli Annali di Venezia, scritta mentre egli era Doge. È lavoro insigne pel quale si aiutò con ogni maniera di materiali, e raccoglie in sé tutta quanta la storia di Venezia fino al chiudersi del tredicesimo secolo, cercata con cura grande e grande erudizione. La piena libertà di consultare gli archivî gli rendeva facile l'uso dei documenti, ed egli se ne servì largamente anche inserendone molti o per intero o in estratto nel suo lavoro. Lesse molti degli scrittori non veneziani dai quali poteva trarre notizie utili all'opera sua, e dei veneziani che lo avevano preceduto non gli sfuggì quasi nessuno e forse conobbe qualche scrittura che non è pervenuta infino a noi. Di tutti fece uso non senza acume di critica talché non sarebbe ingiustizia affermare che dove tutti fossero periti, la cronaca di Andrea Dandolo avrebbe conservato il succo delle opere loro e la storia di Venezia rimarrebbe intera. Come scrittore non ha grandi attrattive: assai semplice e lucidissimo ma piuttosto scarso di fantasia, narra i fatti senza curarsi d'ordinarli con intendimento d'artista. E neppure il nostro cronista è storico perfetto. Non si guarda abbastanza dalle favole, dice il Muratori, dove narra cose remote da' suoi tempi, e talvolta nella cronologia egli incespica e cade negli errori di chi l'ha preceduto. Ma pur con ciò non è da spregiarlo, e quanto egli dice intorno all'origine e al crescere di Venezia è da avere in gran conto, nè certo si troverebbe scrittore più grave di lui[172]. Dei suoi tempi non parla nella sua cronaca, ma di quelli abbastanza vicini a lui tratta con molta larghezza di giudizio e, pare, con animo sereno, sebbene ora taluno cominci a muovere qualche dubbio sulla grande imparzialità che tutti gli riconoscevano finora. Intorno alla vita e all'ordinamento politico di Venezia ha idee chiarissime, e man mano che narra i fatti, egli espone lo svolgimento storico e progressivo di quella mirabile costituzione, e in ciò è tal pregio che solo basterebbe a farlo considerare come uno dei più grandi e più importanti storici di tutto il medio evo italiano. All'opera sua premise una lettera introduttoria Benintendi de' Ravegnani cancelliere della Repubblica, amico anch'egli al Petrarca, letterato di fama e autore di una storia veneta che rimasta incompiuta non oltrepassa i primi secoli di Venezia. Un altro cancelliere, Raffaello o Rafaino de' Caresini, proseguì l'opera del Dandolo e ne continuò gli Annali fino al 1383, in un lavoro accurato anch'esso, e sebbene meno imparziale di quello del Doge, pure molto commendevole come opera di storico contemporaneo e di cittadino devoto e generoso verso la patria[173].
Nè la superba Genova volle restare indietro all'emula sua, ma con sapiente consiglio provvide alla città una serie di istoriografi i quali succedendosi gli uni agli altri ne descrissero le vicende per circa due secoli dal 1100 al 1293. Ideatore e iniziatore di questa serie fu un illustre cittadino genovese, Caffaro, il quale nato intorno al 1080 si trovò come soldato e come duce a molte spedizioni, e prese gran parte come console nelle cose della Repubblica e come ambasciatore a papa Calisto II e a Federico Barbarossa. In sui vent'anni d'età, al tempo della spedizione di Cesarea nel 1100, entrò nel proposito di descrivere le gesta dei concittadini suoi, e da quel tempo quanto vide egli stesso o seppe dalla testimonianza oculare d'altri consoli o somiglianti personaggi, tutto notò costantemente, e nel 1152 presentò il suo lavoro in pieno Consiglio ai consoli della Repubblica. I consoli decretarono che il libro, copiato con gran cura ed eleganza, fosse collocato nell'archivio pubblico. Lieto Caffaro con raddoppiato zelo si ripose all'opera e condusse innanzi gli Annali fino al 1163, ottantesimoterzo dell'età sua, ma le turbolenze civili che agitavano Genova a quel tempo gl'impedirono di seguitare per gli altri tre anni che visse. Morì nel 1166 lasciando oltre gli Annali un Liber de Expeditione Almariae et Tortuosae alla quale egli aveva preso parte (1147-1148), ed uno De liberatione civitatum Orientis che descrive le spedizioni dei Genovesi in Siria e in Palestina. In essi, come negli Annali, Caffaro rivela sé stesso quale scrittore ottimamente informato, testimonio quasi sempre oculare delle cose che narra, uom forte pio candido, della patria amantissimo, indagatore solerte di quanto possa riferirsi alla vita pubblica e privata dei cittadini, d'affari intendentissimo, familiare coi sommi uomini del suo tempo, coll'imperatore Federico specialmente e coi papi, tenace del retto e del giusto così nelle cose dell'Impero che della Chiesa, uomo alla cui felicità, dopo le nobili cose operate in pace e in guerra, s'aggiunse da vecchio di vedere il figliuol suo Ottone console nella Repubblica. Tali le ampie e meritate lodi colle quali il Pertz delinea il ritratto di Caffaro.