Proseguì la sua storia per ordine della Repubblica il cancelliere Oberto, e la condusse dal 1164 al 1173. Mescolato ancor egli a tutti gli eventi della patria, Oberto ebbe campo di vedere e conoscer bene quanto accadeva d'importante per la Repubblica genovese e dentro la città e lontano, talché la sua storia rende una viva immagine dei tempi suoi. Le trattative di pace coll'imperatore di Costantinopoli, gli armamenti a Porto Venere contro Pisa, la esposizione ch'ei fece a Federico Barbarossa sulla contesa tra Pisani e Genovesi a proposito della Corsica, i sussidî dati a Milano per fabbricare Alessandria, sono alcuni tra i molti episodî nei quali ebbe parte. Dopo lui, Genova per circa quindici anni non ebbe storiografo, ma Ottobono scriba del Comune riprese l'opera, e colmata succintamente la lacuna di quei quindici anni continuò con maggior larghezza gli Annali fino al 1196. Fu a molte imprese, e narrò quel che vide egli pure scrivendo con quello stile piano e scorrevole che è proprio di una mente usata agli affari e a guardar nelle cose il lato reale e pratico. Nel 1194 colla flotta genovese mandata in soccorso d'Enrico VI, partecipò all'assedio di Gaeta, e quando quella città fu presa ne ricevette per Genova il giuramento di fedeltà. Nel 1196 si trovò presso San Bonifacio al conflitto tra la flotta di Genova e quella di Pisa, e dalle minute e precise narrazioni sue può indursi ch'egli assistesse anche alle altre spedizioni narrate nel seguito del suo lavoro. Lasciò anche importanti notizie sui mutamenti politici interni avvenuti in Genova nel 1194 quando ai Consoli del Comune fu sostituito un Podestà annuo e forestiero secondo l'usanza generale allora nelle Repubbliche italiane. Gli succedette nel lavoro Ogerio Pane (A. D. 1197-1219), uomo che si adoprò molto in varî negozî della Repubblica col Re d'Aragona Ildefonso, colla città di Marsiglia, e con Federigo II. Dopo Ogerio, pregevolissimi e adoperati anche più di lui nelle cose di Stato, Marchisio (A. D. 1220-1224) e Bartolomeo (A. D. 1225-1248) ebbero, quest'ultimo specialmente, a narrare un tratto di storia rilevantissimo, e ci mostrano Genova nelle sue relazioni colle potenze vicine e lontane del Mediterraneo e la varia parte ch'essa ebbe nelle lotte in Italia tra Federico II e la Chiesa.
Dopo una continuazione rimasta anonima che va dal 1249 al 1264, la cura degli Annali genovesi fu affidata non più ad uno ma contemporaneamente a diversi scrittori i quali allargando alquanto oltre la cerchia di Genova i confini del loro lavoro, lo continuarono dal 1264 al 1279, con grande zelo e, tra quel parteggiare continuo che travagliava la città loro, con imparzialità mirabile nell'esporre i fatti e nel giudicarne. Tra gli ultimi chiamati a questo ufficio fu sin dal 1269 Giacomo D'Oria, al quale nel 1280 fu dato incarico di proseguir solo gli Annali, ed egli li condusse fino al 1294. Nato nel 1234 da Pietro figlio del celebrato ammiraglio Oberto D'Oria, fu tra le varie vicende della patria esperto uomo di toga e di spada. Nel 1284 saliva con molti parenti una galera di casa D'Oria in una gran battaglia contro i Pisani, ma nel tornar vittorioso, assalito da una tempesta presso a Porto Venere, scampò a fatica da morte. Tornato in patria, attese a riordinare l'archivio della città, fece trascrivere in regesto molti documenti e di essi si servì nel suo ufficio di storico. Dotto conoscitore degli antichi scrittori, ricercò in essi quanto poté trovar di notizie per riassumere brevemente la storia di Genova anteriore ai tempi di Caffaro. Di ciò che concerne i suoi tempi fu larghissimo espositore, massime per le relazioni tra Genova e Carlo d'Angiò e per la spedizione in Corsica condotta da Percivallo D'Oria. Scrittore sagacissimo, avanza tutti i predecessori suoi per acutezza d'osservazione, per larghezza di vedute e per una precisione di mente che non gli fa mai trascurar dettaglio che possa importare ai posteri. A queste doti la storia di Genova deve la memoria d'infinite notizie intorno alla sua costituzione, all'esercito, alla flotta, alla moneta. Il 16 luglio 1294, stanco per fiaccata salute più che per vecchiezza, egli consegnò il suo lavoro ai magistrati della città che lo ricevettero solennemente e con lodi degne del servigio ch'egli avea reso alla patria. Con lui si conclude la serie di questi Annali, l'unica che sia stata scritta per incarico di una Repubblica italiana, la più completa in tutta l'età dei Comuni. Storia di un popolo mercantile e guerriero, riflette l'indole di questo popolo nelle pagine di ciascun degli autori malgrado la moltiplicità loro e la differenza dei tempi in cui scrissero. A questi autori molte caratteristiche sono comuni. Latinità piena di forme e di parole italiane, quasi nessuno ornamento oratorio ma semplicità di frase e precisione di stile grandissima, grande abbondanza di fatti, di nomi, di date, molto amor patrio e molta imparzialità di giudizio, si trovano in tutti questi scrittori da Caffaro a Giacomo D'Oria che sono il primo e l'ultimo della serie e i due maggiori per vastità di vedute e acutezza di indagini. Gli Annali di Genova provano più sempre come la storia contemporanea per rendere viva figura di ciò che descrive, vuole essere rappresentata da chi la vide e partecipando ad essa si scaldò al calore dell'azione[174].
Men ricca di Annali fu Pisa ma non priva affatto di essi. Alleata nel 1088 a Genova e ad Amalfi per una gloriosa impresa in Affrica contro i Saraceni, che fu preludio alle crociate, ebbe un cittadino che ricordò questa impresa con un rozzo ritmo rimato pieno di fuoco patrio. Del pari un poema latino in sette libri notevole per molte notizie e per la tendenza classica del verseggiare, celebrò la presa di Maiorca (A. D. 1115) che fu pure descritta da un anonimo, che il Watterich e il Giesebrecht credettero potesse essere il cardinale Pietro Pisano ed ora il Duchesne inclina a credere che fosse quello stesso Pandolfo di cui si è già fatto ricordo tra i compilatori del Libro Pontificale. L'autore narrando la spedizione dei Pisani alle Isole Baleari, allargò il concetto del suo lavoro, e risalendo fino alla prima crociata e alla presa di Gerusalemme, dettò le Gesta triumphalia per Pisanos facta, magnificando anch'egli con molto calore e con molta evidenza le glorie dei suoi concittadini. Ma il principale fra i cronisti pisani fu Bernardo Marangone che fiorì nel dodicesimo secolo, ebbe molti pubblici incarichi in patria e sostenne in più luoghi varie legazioni, una delle quali nel 1164 a Roma per la conferma di una pace pattuita tra i suoi concittadini e il popolo romano. Dopo brevi note cronologiche gli Annali suoi incominciano all'anno 1004, da principio brevissimi, poi dal 1136 al 1175 più larghi e con maggior pienezza nei fatti. Al 1175 cessa il lavoro suo che fu continuato fino al 1269 da Michele De Vico canonico pisano del secolo decimoquarto. Il Marangone è scrittore rozzo ma chiaro, e la latinità sua è piena anch'essa di forme e di parole italiane. Annalista, quanto alla sostanza, bene informato e sincero, egli ci lasciò notizie che non sapremmo senza di lui, e che attinse a fonti oggimai perdute. Ha pregio specialmente per la storia delle relazioni di Pisa coll'Impero e coi Papi, con Genova, e colla rimanente Toscana di cui la storia appunto in quei tempi veniva in gran luce pel salire della importanza politica di Firenze, e per quel maraviglioso sorgere d'arti e di lettere destinato a stampare un segno così profondo nella storia della civiltà[175].
Infatti verso quel tempo i cronisti cominciarono a fiorire in ogni città di Toscana, utilissimi illustratori della storia d'Italia dal secolo dodicesimo al decimoquinto. Lucca, Siena e Pistoia principalmente ebbero cronisti pregevoli tra i quali gioverà menzionare, per Lucca gli Annali (A. D. 1061-1394) di quel Tolomeo da Lucca che abbiam veduto autore di una storia ecclesiastica, la vita di Castruccio di Nicola Tegrimo (A. D. 1301-1328), e la cronaca di Giovanni Sercambi (A. D. 1400-1409). Per Siena, a non dir d'altri posteriori, vogliano citarsi la Cronica di Andrea Dei continuata da Angelo Tura (A. D. 1186-1352) e gli Annali di Neri Donati (A. D. 1352-1381), e per Pistoia le Istorie Pistolesi (A. D. 1300-1348) dettate in italiano. E in italiano furono scritte varie di queste cronache menzionate ed altre di cui si tace; non piccolo merito ancor esso, sì perché aiutavano lo svilupparsi della lingua, e perché gli autori, scrivendo come parlavano, non avevano impaccio che rallentasse il pensiero loro, e l'esprimevano tutto quanto vivace e vero come scintillava ad essi nella mente.
Sopra la rimanente Toscana, dopo il dodicesimo secolo, torreggia Firenze, dagli umili e mal noti principî salita rapidamente al primato, e fatta insigne dalle cresciute ricchezze, dalle arti e dalla letteratura. Popolo pieno d'ingegno ed attivo, il più simile all'antico ateniese di quanti ne conosce la storia moderna, per natura vivace arguto riottoso discorde, i Fiorentini quasi d'istinto si formarono ad una mirabile democrazia ricca di tutti i pregi democratici e di tutti i difetti. Il sentimento individuale forte in tutti gl'Italiani si mostrò fortissimo in Firenze e creò miracoli di virtù e di colpe. Da un lato, gare d'ufficî e nimistà private suscitavan feroci le lotte delle parti, ghibellina e guelfa dapprima, e poi, quando il partito guelfo e democratico prevalse, di quelle dei Guelfi Bianchi e Guelfi Neri: lotte tra famiglie e famiglie, tra nobiltà e popolo, insofferenti gli uni degli altri. Dall'altro lato, un fiorir di commerci, di ricchezze, d'industrie, e le corporazioni degli artieri così saldamente costituirsi da divenir base allo Stato e curvare la nobiltà costringendola per entrar negli uffici d'ascriversi ad essa, e Dante fa esempio. La lingua formarsi, e le lettere e l'arti spiccare un volo non tentato prima nelle età moderne nè mai superato in appresso. È sentenza perpetua di Dio, che solo un popolo il quale senta in ogni cosa con forza possa esser grande in ogni cosa, e non v'era bellezza, di cui non s'innamorassero quegli animi così fieri e appassionati; nè, tra le guerre fratricide e le uccisioni e gli esilî, v'era altezza di pensiero a cui non giungessero, o gentilezza d'affetto che non capisse in loro. Una fraterna simpatia legava tra loro quasi misticamente quei grandi artisti che sorgevano a rinnovar di bellezza i regni del pensiero, e quasi inavvertitamente e per istinto si legavano a Dante giovine allora e pensoso di versi e d'amore. E mentre egli dettava la Vita Nuova, Casella musicava la sua canzone Amor che nella mente mi ragiona, e Giotto lo dipingeva bello di sentimento e di dolcezza, e Guido Cavalcanti e Lapo Gianni e Cino da Pistoia gli scrivevano versi ed egli a loro. Erano nella primavera dei loro pensieri e mettevan fiori; ma presto l'arduo fiotto delle ire civili travolse Dante, e lo gettò a maturar l'anima grande tra i dolori dell'esilio. Vagando da paese a paese, l'immortal profugo guardò nel segreto degli uomini e delle cose, imparò una ad una le virtù, le colpe, le sventure d'Italia; e nel comporre il poema sacro a cui posero mano e cielo e terra, scolpì in esso la storia d'Italia, e in verità gettò le basi alla storia di tutto il medio evo. Non è di questo libro trattare il valore storico del poema di Dante, ma giovi aver qui evocata la immagine sua, e che la santa figura attraversi queste pagine come una fulgente visione di luce[176].
Le origini di Firenze son buie. Fondata, per quanto pare, due secoli prima di Cristo e rifondata da Augusto, la sua storia fino al secolo undecimo non ha quasi altra base che le note e favolose leggende di Troia, di Catilina e di Totila, popolari a Firenze[177]. Intorno a queste leggende spaziò la fantasia de' suoi cronisti, e finora non si ricavò quasi nulla che non sia congettura dalle più antiche memorie che possono descriversi in breve. Le Gesta Florentinorum del Sanzanome partendo dalle origini incominciano a uscir del vago intorno al 1125 colla unione di Fiesole a Firenze, e ci mostrano quest'ultima già bene avviata nel corso della prosperità sua materiale e intellettuale fino al 1231. La Chronica de origine civitatis sembra essere una compilazione di varie mani e di varî tempi, nella quale sono venute agglomerandosi le varie leggende delle origini. Gli Annales Florentini primi (A. D. 1110-1173) e gli Annales Florentini secundi (A. D. 1107-1247), un elenco dei Consoli e dei Podestà di Firenze dal 1197 al 1267, ed un'altra cronaca, che si soleva attribuire a Brunetto Latini, completano la raccolta delle prime memorie di Firenze. Alle quali è da aggiungere un gruppo di notizie che verso il secolo decimoterzo si venne formando e trasformando in varî codici, e fu adoperato nelle varie sue forme dagli antichi scrittori Fiorentini e Toscani, e citato da essi col nome generico di Gesta Florentinorum. «Opera,» come congettura sagacemente Cesare Paoli «di compilazione e ricompilazione continua, molteplice, anonima, universale; non opera veramente letteraria ma fondamento d'una letteratura storica splendidissima, quale fu la fiorentina del secolo decimoquarto.»[178]
Finora questa letteratura facevasi risalire di qualche tempo più in alto e incominciar dalla cronaca che va sotto il nome di Ricordano e Giacotto Malispini, vissuti nella seconda metà del secolo decimoterzo, e delle cui persone si sa poco ed incerto. Era questa considerata come la più antica cronaca scritta in volgare dopoché i Diurnali di Matteo Spinelli furono dichiarati apocrifi. Ma pur contro essa ora si accampano taluni eruditi e la combattono con gran vigor di ragioni, talché par difficile che possa difendersene l'autenticità malgrado alcune serie obbiezioni mosse da chi la sostiene. Certo oramai tutti ammettono che s'anco la cronaca nella sostanza è autentica, essa deve essere pervenuta a noi sformata oltremodo e diversa dalla primitiva lezione. Finora ad un giudizio definitivo manca una base ferma, e non si può andare oltre le ipotesi tra le quali ci sembra probabile quella del professor Paoli che questa cronaca sia un raffazzonamento di più antiche memorie sconosciute a noi e da cui avrebbero attinto parecchi cronisti senza citarle o con citazioni mal certe. Così come ci rimane, la cronaca Malispiniana è libro molto attraente; muove dalle leggende delle origini e discende fino ai secoli dodicesimo e tredicesimo in cui narra per disteso la storia di Firenze. Ha forme antiche di stile ed arcaismi di lingua che la fanno scrittura assai pittoresca e coloriscono le abbondanti notizie e i molti fatti ed episodi che si ritrovano poi quasi tutti ripetuti nella grande cronaca del Villani, accusato finora d'aver copiato e rifusa nella sua l'opera dei così detti Malispini mentre ora parrebbe che essi abbiano, almeno indirettamente, attinto a lui. Ma innanzi d'affermar nulla è necessario aspettare il risultato di nuove indagini condotte sui manoscritti e di più profondi studî di critica, e ad ogni modo, se anche potesse venir dichiarata in tutto o in parte apocrifa, alcuni pregi letterari vieteranno che questa cronaca sia cancellata interamente dalla letteratura italiana[179].
Dagli ardori della vita pubblica fiorentina, derivò la Cronaca di Dino Compagni, una delle più care gemme che vanti la lingua italiana[180]. Nato verso il 1260 d'antica famiglia popolana, l'autor della Cronaca, giovine ancora si trovò come Dante partecipe alle vicende della città quando per Firenze s'apriva un periodo agitato di lotte civili, e la costituzione sua popolare volgeva a forme sempre più democratiche. La città divisa per la nimicizia d'alcune potenti famiglie, il popolo in lotta vittoriosa colla nobiltà, fiero contr'essa e tendente ad opprimerne la prepotenza con rigore prepotente di leggi. Il guelfismo prevalente, poiché ebbe sconfitti i Ghibellini d'Arezzo e quei di tutta Toscana con essi alla battaglia di Campaldino (A. D. 1289), si veniva lacerando rabbiosamente da sé, diviso come abbiam detto, in Guelfi Bianchi e in Guelfi Neri, i primi colla famiglia dei Cerchi, con quella dei Donati i secondi. A questi si piegava favorevole Bonifazio VIII che della parte bianca adombravasi perché non gli pareva staccata abbastanza dai Ghibellini. Perciò il Papa mandava a Firenze i suoi legati a spalleggiare i Neri, e più tardi chiamava sovr'essa le armi di Carlo di Valois, principe avventuriero, povero e affamato di ricchezze e d'onori, la cui dimora in Italia fu tutta una vergogna e non recò altro frutto che di discordie. Pochi anni innanzi, il popolo di Firenze guidato da un generoso tribuno, Giano della Bella, aveva stabilita co' suoi Ordinamenti di Giustizia una delle più fiere costituzioni democratiche che potessero immaginarsi. Poi Giano andava bandito in esilio, sopraffatto da molte invidie di potenti e da un altro e ben tristo tribuno, il beccaio Pecora che s'era fatto innanzi adulando le male passioni della plebe e facendone pro. Contro gli Ordinamenti di Giustizia tramava intanto Corso Donati, il Catilina di Firenze, il quale messosi a capo dei Neri si sforzava di rendersi superiore alla legge e di scuotere il giogo a cui i popolani avevan curvata la nobiltà. Per la venuta di Carlo di Valois, Corso Donati e i Neri eran saliti in forza e se ne giovarono alla oppressione dell'altro partito, onde la dimora in Firenze di quel Francese venuto con titolo di Paciere, servì solo a sbrigliar le male passioni e a insozzar la città e i sobborghi d'omicidî, di saccheggi e violenze d'ogni maniera. Poi il Valese lasciava Firenze alle sue desolazioni. Bonifazio VIII indi a poco, patito l'insulto d'Anagni, moriva, Corso Donati era ucciso, ma sempre duravano le discordie e il contrastare indomato. Intanto molti dei Bianchi che erano stati banditi dalla patria, e Dante tra essi, per necessità di casi e similtà di nemici si venivano accostando ai Ghibellini, e più vi s'accostarono quando splendette anche a Toscana quel raggio di speranza che illuminò un momento l'affaticata Italia. Arrigo di Lussemburgo scendendo a coronarsi imperatore, pareva invece dello scettro recar nella mano il ramuscello dell'ulivo. Era un sogno desideroso di stanche anime affannate di pace, e già abbiam veduto a Padova il guelfo Mussato inneggiare ad Arrigo e celebrarne le gesta. Però le discordie non si assopivano, e quando Arrigo mosse per la Toscana, i Ghibellini di quelle parti esultarono e nei Guelfi Bianchi si ravvivò la speranza del rialzarsi. Ma i Neri di Firenze non s'impaurirono, e strettisi agli Angioini di Napoli si mostrarono apertamente ostili ad Arrigo a cui la morte non die' tempo di continuar nel contrasto. Con lui cadde ogni forza alla parte bianca e la speranza di mai più prevalere.
A tutti questi avvenimenti aveva assistito e partecipato in Firenze Dino Compagni che fu, tra il 1282 e il 1301, più volte Priore nel governo della città e nel 1293 Gonfaloniere di Giustizia. Anima intemerata, cuor mite e sincero, mente diritta e semplice, tentò fra le turbolenze della patria di richiamar gli animi verso la pace, e prodigò vanamente a quel santo scopo le forze della eloquenza sua fervidissima e dell'onesto volere. L'indole temperata lo accostò ai Bianchi e quando la parte sua cadde, egli costretto a cessare dalla vita pubblica e sospiroso sui mali della patria, si restrinse all'arte sua di setaiuolo e cercò conforto nelle lettere di cui già prima aveva dato qualche saggio in alcune liriche e, per quanto pare, in un poema che ha per titolo la Intelligenza. Coll'anima piena delle impressioni delle cose vedute e dell'affetto doloroso che portava alla patria, ei si sentì tratto a scrivere i fatti a cui s'era trovato: «Le ricordanze dell'antiche istorie,» egli dice «lungamente hanno stimolata la mente mia di scrivere i pericolosi avvenimenti non prosperevoli i quali ha sostenuti la nobile città figliuola di Roma, molti anni, e specialmente nel tempo del giubileo dell'anno 1300. Io scusandomi a me medesimo siccome insufficiente, credendo che altri scrivesse, ho cessato di scrivere molti anni; tanto che moltiplicati i pericoli e gli aspetti notevoli sì che non sono da tacere, proposi di scrivere a utilità di coloro che saranno eredi de' prosperevoli anni, acciò che riconoscano i beneficî da Dio, il quale per tutti i tempi regge e governa.
«Quando io incominciai, proposi di scrivere il vero delle cose certe che io vidi e udii, però che furon cose notevoli, le quali ne' loro principî nullo le vide certamente come io: e quelle che chiaramente non vidi, proposi di scrivere secondo udienza; e perché molti secondo le loro volontà corrotte trascorrono nel dire e corrompono il vero, proposi di scrivere secondo la maggior fama.»