Narrato così la ispirazione e il concetto del suo lavoro e descritte con vivida brevità la città di Firenze e le origini di sue discordie civili, egli entra propriamente nella sua storia che dal 1280 al 1312 abbraccia tutti gli eventi ai quali siam venuti accennando. In quella storia egli vive e respira, e si agita in essa per modo che non sapremmo trovar fra i moderni uno scrittore di storia che gli si agguagli per la potenza ch'egli ha di scaldare il petto di chi lo legge con tutto il fuoco che scaldava il suo petto. Tra gli antichi l'han paragonato di preferenza a Tucidide e a Sallustio, e forse somiglia più al primo per lo spontaneo candore che manca al secondo a cui pure s'accosta Dino per una certa esteriorità dello stile pittoresco e nervoso. Nella Cronaca di Dino è tutta l'anima dell'autore quale essa fu, consacrata alla patria e piena di sdegni virtuosi e d'amore per essa. L'amor patrio infatti è la passione che muove sempre l'anima di Dino o ch'egli narri imprese di virtù e se ne esalti, o ch'egli giudichi severo e bolli d'infamia quei tristi che distruggevano la patria per passioni private o di parte, imprecando ad essi come in questa apostrofe: «Levatevi, o malvagi cittadini pieni di scandoli, e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani e distendete le vostre malizie. Palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti; non penate più; andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue de' vostri fratelli, spogliatevi della fede e dello amore, nieghi l'uno all'altro aiuto e servigio. Seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai de' vostri figliuoli. Fate come fe' Silla nella città di Roma, che tutti i mali che esso fece in dieci anni, Mario in pochi dì li vendicò. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? pur quella del mondo rende una per una. Guardate a' vostri antichi, se ricevettono merito nelle loro discordie: barattate gli onori che eglino acquistorono. Non vi indugiate, miseri: che più si consuma in un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace, e picciola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno.»
L'indole mite e schietta di Dino male adattavasi alla età turbolenta in cui visse. Tra l'agitarsi di tante passioni, se come uom di Stato ei rimaneva sempre nel giusto e accordava gli atti alla purità delle intenzioni, non sempre nell'ingenuo candor di sua mente trovava rimedî efficaci a prevenir le discordie o a reprimerle. E ciò sente egli stesso, e quando ripensa il passato e lo giudica nella sua narrazione, da sé riconosce gli errori proprî e dei suoi colleghi e li confessa, e com'è giusto dispensiero di lode e di biasimo a tutti, così non rifugge dal chiamarsi in colpa. Non è la persona sua ch'egli vede ma i fatti che l'hanno mossa, e questo rende bello il seguirlo dov'egli parla di sé e rivela nella semplicità sua la magnanima indole del suo carattere e la serena imparzialità del giudizio. Niuno episodio più commovente che quello narrato da lui, di ciò ch'ei fece essendo Priore quando Carlo di Valois stava per entrare in Firenze. Paventando le discordie civili in faccia d'uno straniero, egli ascolta la voce del cuore, e parendogli che debba parlar potente in ciascuno dinnanzi alla carità della patria, con fiducia ingenua e sublime la invoca dai suoi concittadini:
«Stando le cose in questi termini, a me Dino venne un santo e onesto pensiero imaginando: ‘Questo signore verrà e tutti i cittadini troverà divisi; di che grande scandalo ne seguirà.’ Pensai, per lo uficio ch'io tenea e per la buona volontà che io sentia ne' miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci. Dove furono tutti gli ufici; e quando mi parve tempo, dissi: ‘Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendeste il sacro battesimo di questa fonte, la ragione vi sforza e stringe ad amarvi come cari fratelli, e ancora perché possedete la più nobile città del mondo. Tra voi è nato alcuno sdegno, per gara d'uficii, li quali, come voi sapete, i miei compagni e io con saramento v'abbiamo promesso d'accomunarli. Questo signore viene, e conviensi onorare. Levate via i vostri sdegni, e fate pace tra voi, acciò che non vi trovi divisi: levate tutte l'offese e ree volontà state tra voi di qui adietro; siano perdonate e dimesse, per amore e bene della vostra città. E sopra a questo sacrato fonte, onde traesti il santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciò che il signore che viene trovi i cittadini tutti uniti.’ A queste parole tutti s'accordorono, e così feciono, toccando il libro corporalmente, e giurorono attenere buona pace e di conservare gli onori e giuridizion della città. E così fatto, ci partimmo di quel luogo.
«I malvagi cittadini che di tenerezza mostravano lagrime, e baciavano il libro, e che mostrarono più acceso animo, furono principali alla distruzion della città. De' quali non dirò il nome per onestà: ma non posso tacere il nome del primo, perché fu cagione di fare seguitare agli altri, il quale fu il Rosso dello Stroza; furioso nella vista e nelle opere; principio degli altri; il quale poco poi portò il peso del saramento.
«Quelli che aveano maltalento, diceano che la caritevole pace era trovata per inganno. Se nelle parole ebbe alcuna fraude, io ne debbo patire le pene; benché di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere. Di quel saramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia.» «Pietosissime parole» esclama il Tosti riferendole in un suo libro[181] «ed oh fossero nelle italiane menti scolpite!» Ma le pietose parole che infiammavano dopo sei secoli il santo e patriottico petto del monaco cassinese non bastavano tra quei torbidi casi, e forse, come Dino stesso lamenta un'altra volta di non aver fatto, sarebbe stato meglio arrotare i ferri. La concordia delle parti era in cima dei suoi pensieri, ed egli sperava di ottenerla con la mitezza delle persuasioni come ci è mostrato da un altro episodio che non è meno degno di memoria nè men bella pittura dei tempi e degli sforzi che pure si venivano facendo per tornare alla pace la travagliata città. «I Signori erano molto stimolati dai maggiori cittadini, che facessono nuovi Signori. Benché contro alla legge della giustizia fusse, perché non era il tempo da eleggerli, accordammoci di chiamarli più per pietà della città che per altra cagione. E nella cappella di San Bernardo fui io, in nome di tutto l'uficio, e ebbivi molti popolani, i più potenti, perché sanza loro fare non si potea. Ciò furono Cione Malagotti, Segna Angiolini, Noffo Guidi, per parte Nera: messer Lapo Falconieri, Cece Canigiani e 'l Corazza Ubaldini, per parte Bianca. E a loro umilmente parlai con gran tenerezza, dello scampo della città, dicendo: ‘Io voglio fare l'uficio comune, da poi che per gara degli uficî è tanta discordia.’ Fummo d'accordo, e eleggemmo sei cittadini comuni, tre de' Neri e tre de' Bianchi. Il settimo, che dividere non si potea, eleggemmo di sì poco valore che niuno ne dubitava. I quali, scritti, posi in su l'altare. E Noffo Guidi parlò e disse: ‘Io dirò cosa che tu mi terrai crudele cittadino.’ E io li dissi che tacesse; e pur parlò, e fu di tanta arroganza, che mi domandò che mi piacesse far la loro parte, nell'ufficio, maggiore che l'altra: che tanto fu a dire, quanto ‘disfà l'altra parte,’ e me porre nel luogo di Giuda. E io li risposi, che innanzi io facessi tanto tradimento, darei i miei figliuoli a mangiare a' cani. E così da collegio ci partimmo.»
Così, senza saperlo, dipinge tutto sé stesso quest'uomo, il quale col cader di sua parte, lasciata la cosa pubblica, continuò come s'è detto tra la mercatura e le lettere una vita forse per necessità oscura, di cui non riman quasi traccia fino all'anno 1324 che fu l'ultimo suo[182]. Storico mirabile e uom giusto e buono, degno contemporaneo e concittadino di Dante a cui, più d'ogni altro scrittore della età sua, rassomiglia per l'ardore grande degli affetti, per l'indole piena d'amore e di sdegno, per la singolare attitudine di guardar le cose dall'alto, di giudicare conciso degli uomini e di scolpirne con una frase il ritratto. Di lui molti scrittori han parlato, e con molto sapere, tra gli altri, il nobile storico di Firenze, Gino Capponi, che ne fa memoria così: «Dino Compagni buon uomo e un po' corto nei suoi politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza d'un erudito o con l'accuratezza di uno stenografo, che a volte non basta. Compagno allegro dei primi fondatori d'un governo popolare, devoto a chi aveva saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei nuovi uomini e delle plebi salite in iscanno; guelfo ma per l'amore dell'ordine pronto ad accogliere un Imperatore, da ultimo impaurito di questo stesso imperatore, a cui gli pareva che si facesse una pazza e inutile guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, ma in tutti accorgendosi avere sbagliato; immaginoso e appassionato e sempre rigido moralista: è un chiedergli troppo pretendere ch'egli desse alla storia l'esattezza d'un registro minuto e impassibile.... La sua Storia è tutta composta sopra una serie d'impressioni di cui l'evidenza, la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: lo scrittore nel raffigurare sé medesimo dipinge il suo tempo; e in questo appunto consiste il pregio di Dino Compagni, che ha pochi uguali per questo rispetto.... Ai prosatori del dugento sovrasta molto con quella sua Cronaca il fiorentino Dino Compagni: l'Alighieri tiranneggia col fiero ingegno la lingua, alzandola come una bella prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, che ha tanto viva ed efficace la parola, non riesce però a nascondere un qualche sforzo nella composizione; sinceramente appassionato, ma pure ambizioso di dare al racconto la forma di storia secondo forse poté averne l'esempio in Sallustio. In quanto all'arguta speditezza dello stile si lascia il Compagni addietro il Villani, che tanto lo supera per la universalità dell'argomento e nella scienza dei fatti.»[183]
Nei tempi di Dino ma d'alquanti anni più giovane, nasceva in Firenze il grande cronista Giovanni Villani il quale, secondo le tradizioni di sua famiglia, addettosi alla mercatura la esercitò in patria e fuori. Nei primi anni del secolo decimoquarto viaggiò a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi, dove vide e notò molto d'uomini e di cose. Tornato in patria, incominciò a consacrarsi alla cosa pubblica verso il tempo in cui Dino se ne staccava, quando alle turbolente agitazioni che Dino descrisse, succedeva un periodo di calma relativa. Negli anni 1316 e 1317 fu dell'ufficio dei Priori ed ebbe parte negli astuti maneggi dei Fiorentini per concluder pace coi Pisani e i Lucchesi. Anche nel 1317 fu Uffiziale della Moneta, e amministrando le cose della zecca, ne raccolse studiosamente le memorie componendo in gran parte egli stesso un registro delle monete coniate in Firenze fino al suo tempo. Priore nuovamente nel 1321, presiedette alla riedificazione delle mura di Firenze con zelo grande e mal ripagato, perché poi l'opera sua fu soggetta ad accuse di cui però si disciolse provando la innocenza sua. Più tardi fe' parte dell'esercito mosso dai Fiorentini contro Castruccio degl'Interminelli e sconfitto da lui ad Altopascio. In una dolorosa carestia che travagliò molte provincie d'Italia nel 1328, egli s'adoperò con l'usata attività sua a lenirne i danni entro Firenze, e de' provvedimenti che furon fatti lasciò memoria in un capitolo della sua cronaca che è monumento di quella sapienza economica per la quale i Fiorentini del medio evo, antivenendo i tempi, s'accostarono spesso nella pratica alle teorie degli economisti moderni. Due anni dopo presiedette alla fattura delle porte di metallo di San Giovanni «molto belle e di maravigliosa opera e costo, e furono formate in cera e poi pulire e dorare le figure per uno maestro Andrea Pisano, e gittate furono a fuoco di fornello per maestri viniziani.» Nel 1341 fu ostaggio di guerra a Mastino della Scala in Ferrara, e quivi insiem cogli altri ostaggi rimase alquanti mesi trattato a grande onore e con grande amorevolezza. Tornato a Firenze, vide tra le ulteriori vicende della patria, e la descrisse vivamente, la breve usurpazione e la cacciata del Duca d'Atene. Travolto senza colpa in un grande fallimento della Compagnia de' Bonaccorsi (1345) fu sostenuto qualche tempo in prigione. Morì nel 1348 vittima della gran peste, famosa per la dipintura che ne ha fatto il Boccaccio.
L'anno 1300 pel solenne Giubileo bandito da Bonifazio VIII, Roma accolse tra le sue mura uno sterminato numero di fedeli accorsi d'ogni parte della cristianità in pellegrinaggio a venerar le tombe degli Apostoli. Colà mosse fra gli altri pellegrini il Villani, e mentre s'aggirava per la maravigliosa città, lo attrasse il fascino suo misterioso, e innanzi alla maestosa solitudine delle sue rovine risalendo con la mente al passato sentì il core infiammarglisi nelle antiche memorie. E mentre a Dante che s'aggirava anch'egli per le vie di Roma in quell'anno, tumultuava indistinto nell'anima il grande concetto del suo poema, allo spirito sagace e osservatore del mercante fiorentino si rivelava la sua potenza di storico[184]. «Negli anni di Cristo 1300, secondo la nativitade di Cristo, con ciò fosse cosa che si dicesse per molti, che per addietro ogni centesimo d'anni dalla natività di Cristo, il papa ch'era in que' tempi, facea grande indulgenza, papa Bonifazio ottavo che allora era apostolico, nel detto anno a reverenza della natività di Cristo fece somma e grande indulgenza in questo modo: che qualunque Romano visitasse infra tutto il detto anno, continuando trenta dì, le chiese de' beati apostoli santo Pietro e santo Paolo, e per quindici dì l'altra universale gente che non fossono Romani, a tutti fece piena e intera perdonanza di tutti i suoi peccati, essendo confesso o si confessasse di colpa e di pena. E per consolazione dei cristiani pellegrini, ogni venerdì o dì solenne di festa, si mostrava in San Pietro la Veronica del sudario di Cristo. Per la qual cosa gran parte dei cristiani che allora viveano, feciono il detto pellegrinaggio, così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e dappresso. E fu la più mirabile cosa che mai si vedesse, che al continuo in tutto l'anno durante, avea in Roma oltre al popolo romano, duecentomila pellegrini sanza quegli ch'erano per gli cammini andando e tornando, e tutti erano forniti e contenti di vittuaglia giustamente, così i cavalli come le persone, e con molta pazienza e sanza romori o zuffe: ed io il posso testimoniare, che vi fui presente e vidi. E dell'offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro derrate furono tutti ricchi. E trovandomi io in quello benedetto pellegrinaggio nella santa città di Roma, veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leggendo le storie e' grandi fatti de' Romani scritti per Virgilio e per Sallustio e Lucano e Tito Livio e Valerio e Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, li quali così le piccole cose come le grandi, delle geste e fatti de' Romani scrissono, e eziandio degli strani dell'universo mondo, per dare memoria e esemplo a quelli che sono a venire, presi lo stile e forma da loro, tutto sì come discepolo non fossi degno a tanta opera fare. Ma considerando che la nostra città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, mi parve convenevole di recare in questo volume e nuova cronaca tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze, in quanto m'è stato possibile a ricogliere e ritrovare, e seguire per innanzi stesamente i fatti de' Fiorentini e dell'altre notabili cose dell'universo in breve, infino che fia piacere di Dio, alla cui speranza per la sua grazia feci la detta impresa, più che per la mia povera scienza; e così negli anni 1300 tornato da Roma, cominciai a compilare questo libro, a reverenza di Dio e del beato Giovanni, e commendazione della nostra città di Firenze.»[185]
L'opera incominciata dal Villani nel 1300 risalisce ai tempi biblici e scende al 1346. Nè solo il concetto del suo lavoro era vasto pel profondarsi ch'ei fece nel buio delle età lontane, e pel raccogliere dei pochi fatti noti e delle molte leggende tra le quali si nasconde il primo sorgere di Firenze. La vasta universalità del suo racconto, massime pei tempi che gli sono vicini, mentre attesta i viaggi dell'autore e la mente sua comprensiva, ti fa quasi sentire la romana ispirazione del libro. La cronaca del Villani è cronaca universale e spazia per tutta Europa. Dino Compagni sente i fatti della sua storia e vive in essi, il Villani li guarda e li narra quasi estraneo ad essi pur quando vi è in mezzo o ne è autore egli stesso. Pregevolissimo per la storia italiana del secolo decimoquarto, egli è come la pietra angolare alla storia medioevale di Firenze di cui rianda e aggruppa le tradizioni, e raccogliendo ogni cosa che sa, tutto con più o meno d'ordine racconta dei tempi passati e dei presenti. Di questi è conoscitore grandissimo. Mescolato agli affari pubblici, educato alla vita intellettuale e alla vita economica della sua città quando essa primeggiava per entrambe in Europa, egli dipinge le cose vedute e udite con quella evidenza che è spontanea in una mente chiara e avvezza agli affari e alla osservazione degli uomini. È guelfo ma una certa serenità si diffonde in tutto il suo libro che assai più si rivolge a considerare le ragioni dell'utile e del vero che quelle delle fazioni. Cronista veramente e non istorico, le cose che gli sono lontane di tempo o di luogo riferisce spesso come le ha apprese, senza vagliarle, e spesso cade in qualche inesattezza, ma tutti questi difetti ei compensa largamente con pregi davvero grandissimi. Narratore di una storia della quale ha veduto svolgerglisi innanzi una parte notevole per mezzo secolo, egli sulla costituzione di Firenze, sui costumi, sulle industrie e i commerci e le arti sparge notizie in gran copia, e pel valore dei dati statistici ch'egli ha serbati non ha forse l'uguale tra i cronisti di tutta l'Europa. Giovanni Villani è meno profondo scrittore che arguto e chiaro, e se la sua prosa non è robusta nè colorita come quella del Compagni, è però semplice e spedita, e nel suo insieme egli è indubbiamente senza paragone il più grande tra quanti cronisti hanno scritto in lingua italiana. È maraviglia che del suo libro manchi ancora all'Italia una perfetta edizione, ma si può ormai sperare che tra i molti e dotti ricercatori di storia che vanta Firenze presto si trovi chi voglia accingersi all'arduo lavoro e sappia condurlo a compimento.
Il filo del racconto che s'era spezzato per la morte di Giovanni, fu riallacciato da suo fratello Matteo che condusse la cronaca fino al 1363 quando, colpito anch'egli di peste, morì lasciando a suo figlio Filippo la cura di continuare il libro fino al 1364. Pur seguendo lodevolmente le orme di Giovanni, Matteo gli rimane per alcuni rispetti indietro, ma nondimeno mostra talora un più largo e profondo intendimento delle ragioni dei fatti e una maggior robustezza di pensiero. Di lui si sa assai poco. Meglio nota è la vita di Filippo che fu più anni cancelliere del Comune di Perugia, uomo di dottrina e di lettere, nel 1401 e nel 1404 eletto a spiegar pubblicamente la Divina Commedia nello Studio Fiorentino, e autor celebrato d'una raccolta di vite di Fiorentini illustri. Più letterato del padre e dello zio, egli è cronista inferiore ad entrambi.