Nessuno doveva comandare, nessuno stare soggetto: esclusa la formazione di qualsiasi associazione, perchè l'associazione suppone statuti, suppone un presidente e perciò limitazione di libertà; non più leggi, non più consigli, non più Chiesa, non più stato, nulla, nulla. Uomo libero, conservati libero; difendi la tua libertà. Oppressi del mondo intero scuotetevi, organizzatevi, alla difesa del comune ideale!
Il pensiero, che bisognava rompere ogni ceppo lo ossessionò. Passò tra gli anarchici estremi e fu estremo tra di loro. Non condivideva le idee dei più. Essi volevano propagandarle colla parola, colla stampa, coi giornali. Egli non trovava questi mezzi sufficienti; voleva che si passasse alle vie di fatto, alle bombe, al pugnale, alla rivoluzione. Bisognava spazzare chi la pensava diversamente; mettere rapida fine all'attuale società, imporre alle masse neghittose e vili, la libertà. Che importa se in tal modo sarebbe scorso sangue? I veramente grandi non hanno mai indietreggiato avanti al sangue e sacrificato tutto e tutti alle loro opinioni. Che importa se molti sarebbero morti? La morte genera la vita. Che importa se in tal modo avrebbe dovuto imporre le proprie vedute a chi non la pensava come lui? Chi non la pensava a modo suo non era degno di vivere; era un microbo dannoso alla società e doveva venire perciò soppresso. Parlò ed agitò in questo senso, ma non venne compreso che da pochi. I più erano anarchici per sport o magari per convinzione, ma non ritenevano venuto ancora il momento opportuno. L'anarchia si era legata al carro della massoneria e doveva seguire perciò ciecamente il verde vessillo. E la massoneria, guidata essa pure dall'alta finanza internazionale giudaica, non riteneva opportuno di procedere. Sarebbe stata la sua rovina. Un po' di anarchismo stava bene per tener domi i capi dello stato, per incutere un po' di spavento alle autorità; ma ne quid nimis.
Giovanni Giunti non trovò ascolto; ma non venne neppur espulso dal partito. Era un elemento pericoloso, focoso, il quale, in omaggio all'anarchia, non voleva seguire nessuno nè ubbidire a nessuno; voleva procedere colla violenza; ma era una tempra focosa, che entusiasmava, pronto a qualunque sacrificio. Molto ricco, profondeva il danaro a piene mani, per sostenere i vari periodici, per la diffusione di stampati sovversivi, per la propaganda; aiutava i consenzienti poveri, era disposto a qualsiasi lavoro, a qualsiasi fatica, e quanto maggiore il pericolo tanto più volentieri lo affrontava. Non faceva alcun conto della propria esistenza.
Era ricco. Suo padre non aveva voluto altri figli, pago del suo primo ed unico, per concentrare nelle mani di lui tutte le dovizie della sua casa commerciale di primo rango, ed averlo continuatore della propria ditta, accumulatore di ricchezze sempre maggiori.
Il figlio non solo non seguì le idee paterne ma le ostacolò con energia. Il padre ne vide spaventato la discesa; l'ascrisse all'educazione religiosa datagli dalla madre. Questa morì di crepacuore al vedere il figlio ateo ed anarchico, all'udirlo parlare di bombe e di pugnali, ed al notare in lui un odio particolarmente intenso e fanatico contro il pensiero cristiano e la Chiesa, un odio tanto più inesplicabile quanto più grande era stata la sua antica fede. Il padre aveva deciso di diseredare il figlio e di farlo dichiarare discolo, per potergli negare financo la legittima; ma non arrivò a farlo. Uomo dal collo corto, collerico, sanguigno, autoritario; carattere dominatore, che voleva tenere tutti soggetti e non ammetteva neppur possibile un pensiero, diverso dal suo, si adirò una volta col figlio al segno, da venir colpito da paralisi.
Visse ancora qualche settimana, paralizzato, schizzando, coll'unico occhio che poteva muovere, fuoco contro il figlio; voleva parlare, ma non riusciva; mostrava di voler scrivere, ma la matita non disegnava che ghirigori senza senso. Morì, disperato di non poter manifestare la propria volontà. Giovanni ne fu l'erede. Liquidò subito l'azienda; si ridusse ad un appartamento piccolo ma elegante, dove viveva solo, e fu lieto di aver molto danaro, per poter spendere molto per la propaganda anarchica.
Metodisti, avventisti, valdesi cercarono di avvicinarlo; volevano sfruttare il suo odio contro la Chiesa; speravano di averlo alleato; ma vennero respinti. Egli non odiava soltanto il cattolicismo ma ogni specie di religione, perchè tutte dicevano abuso di libertà e servaggio di coscienza; perchè tutte cercavano di asservire lo spirito dell'uomo, favorivano la tirannide, puntellavano l'autorità, benedivano il pugnale; odiava la Chiesa cattolica sopra tutte, perchè la più potente, la meglio organizzata, la più logica, una Chiesa, la quale esercita tuttora sulle coscienze un fascino che egli non sapeva spiegare, ma che doveva constatare e ne aumentava l'odio. Quanto più agguerrito il nemico tanto maggiore l'avversione che gli si deve portare.
Passarono gli anni. L'anarchia era diventata accademica. Qua e là qualche singola alzata di scudi, dovuta all'energia di stranieri e d'italiani educati all'estero, in America; qualche sovrano pugnalato; ma non si andava più di là. Gli antichi ideali svanivano; non si parlava più di bombe, di pugnali, di rivoluzioni.
Il tempo passava; tempo perduto, secondo lui. Cercò invano di destare le coscienze dei suoi consenzienti; di spronarli ad un'azione energica. Non riuscì.
Allora decise di agire da solo, e costruì quattro bombe.