Quanti schiavi!….. Là si parlano tutte le lingue del mondo conosciuto; là ci sono tutti gli strati sociali; uomini, caduti nella schiavitù per la violenza delle armi e che primeggiavano nelle loro terre; malfattori, della peggior specie, debitori incapaci di pagare ed antichi schiavi, i quali avevano perduto la grazia del padrone ed erano stati regalati o venduti al fisco; schiavi inviati colà dai paesi più remoti, perchè i proconsoli ed i prefetti, non mandavano alla capitale del mondo soltanto il tributo di oro e gemme ed il bottino di quadri, bronzi, colonne e statue, rubate nei templi degli dei e nei palazzi dei ricchi; non inviavano soltanto copia di cereali, vettovaglie, animali selvaggi o rari per i giochi nel circo, leoni, pantere, leopardi, elefanti, iene, ma anche il tributo umano, schiavi molti, per i lavori pubblici, per il circo.

Egli era in mezzo a quegli schiavi, che maledivano il loro rio destino, auspicavano la rovina di Roma, un novello incendio che l'avesse distrutta tutta nè si fosse arrestato avanti a nessun quartiere, e che coi palazzi e coi templi, avesse incenerito anche Nerone e tutto quel popolo borioso, sanguinario, dominatore, avido di sangue e di morte.

Fra tutti quei malcontenti si aggiravano alcuni prigionieri, catturati di fresco, accusati di appiccato incendio, condannati a comparire nei prossimi giochi nel circo ed a servire colà di pasto alle fiere; prigionieri in buona parte di alto lignaggio, di nobilissime famiglie.

Gl'incendiari di Roma! Gli schiavi guardavano ammirati quegli audaci, che avevano osato appiccare l'incendio alla capitale del mondo e Ramsette si fece loro giulivo incontro, tese loro le mani incatenate e inneggiò agli audaci. Quelli sì erano uomini. Aver osato mettere l'accetta alla radice, e dare fuoco alla città!

O l'odio, l'odio grande che essi dovevano portare a Roma! Averla incendiata!

Qual delusione invece! Quella gente si protestava innocente; insegnava che bisognava rispettare Cesare anche se era Nerone; che si doveva ubbidire alle autorità e sottostare anche a ingiuste sentenze; insegnava la pazienza, la compassione, la rassegnazione, la misericordia, il perdono. Erano così simili al vecchio che lo aveva avvicinato nella nave…..

Sentì nausea di loro, del loro atteggiamento, delle loro parole; una nausea tanto più grande quanto erano più intense le sue aspettative e maggiore la delusione provata. Ne invidiò la rassegnazione, ma l'ascrisse a stupidaggine; ne invidiò la calma, ma la ritenne indegna di un uomo; non volle ascoltare le loro parole: fece il sordo alle loro dottrine; li respinse da sè. Adorare un Dio fatto schiavo e morto la morte degli schiavi, che insegna la pazienza e domanda rassegnazione? Mai.

Ogni giorno coloro che dirigevano i giochi pubblici venivano nello stabulum, e sceglievano tra gli schiavi quelli, che dovevano venir esposti alla plebe: fiaccole viventi, da illuminare le orgie di Nerone; povere vittime, da essere crocifisse; da venir offerte, vestite di pelli di agnello, in pasto alle fiere; costrette ad uccidersi a vicenda, adoperate in terribili riproduzioni realistiche di antichi miti… Alcuni uscivano colpiti, schiacciati, frementi, maledicendo alla loro sorte, imprecando a Roma ed a Cesare; altri calmi, rassegnati, col sorriso sulle labbra, quasi andassero incontro alle nozze più liete, ad un festino: quegli imbecilli, che avevano bruciato Roma, ed ora si vergognavano del loro eroismo, e lo sconfessavano, abbenchè sapessero che in tal modo non risparmiavano la vita. Sciocchi! perchè non andavano alla morte, fieri del loro operato, menando vanto di aver bruciato Roma e gridando in faccia al tiranno: «Siamo stati noi!».

Altri occupavano i posti, resi vacanti dalle vittime.

Venne il momento nel quale scelsero lui pure; lui, il principe, il libero capo di un libero popolo. Lui, dato in pasto alle fiere! Lui, dover appagare l'avida curiosità di quel Cesare che tanto odiava, di quel popolo che aborriva!