Già. Vuole far vedere a questa plebe, che egli sa morire. Morire sì, ma piegarsi avanti a quel popolo, lui, mai, mai! Chiedere grazia, mai, mai!
Eccolo vestito da cacciatore; gli danno la breve spada e la refe.
—Coraggio! Chissà? Forse? Puoi vincere; puoi uccidere la fiera tu; il popolo è volubile; ti farà forse grazia.
Implorare grazia? Dai romani, Mai! Giustizia sì, ma grazia, no, no; mai! In eterno!
—A te!
Lo conducono all'uscio; questo si apre, ed egli vede sorpreso, colpito, meravigliato, l'infinita estensione del circo, la gigantesca elisse, dalle innumerevoli gradinate di legno, sulle quali si agita una folla mai ferma, che brulica, grida, si contorce, batte le mani, chiede morte, sangue, vuole vedere morti, molti morti.
Vede la loggia imperiale; vede Nerone, pingue, miope, dagli occhi lippi, che si contorce dalle risa: un volto volgare, sul quale lo stravizio ha impresso le sue orme; vede i crocefissi, che si contorcono fra gli spasimi dell'agonia; vede fiere che si avvicinano in piccoli, eleganti balzi alle vittime, avide di sbranarle; vede corpi umani nell'arena, mutilati, sbranati; fiuta l'acre odore del sangue, e sopra il suo capo si estende l'azzurra volta del cielo, così bella, così bella, quasi così bella come nel suo deserto. Sente una nostalgia infinita della sua Africa, del suo deserto, della sua patria lontana; un dolore infinito di morire in terra straniera.
Lo spingono sulla sabbia.
In quel momento una pantera ha raggiunto un giovanetto biancovestito, che se ne stava inginocchiato in mezzo al circo, colle braccia tese a modo di croce, e col bell'occhio elevato verso il cielo; un fanciullo, che aspetta estatico, giulivo la morte.
La fiera lo addenta al collo. Egli ode lo scricchiolare delle ossa.