E da Roma giungono notizie di feste date in suo onore e della folla che gli plaude.

Dal terrazzino del suo grande palazzo di Baia egli domina l'infinita distesa del mare, così bello, così tranquillo, e sogna di solcarlo un'altra volta, per andare a deliziare col suo canto altri mondi: l'Egitto, la costa africana, Cartagine; per conquistare quelle terre colla pastosità della sua voce. Guarda, osserva, contempla, ed un pensiero gli frulla per la mente. Valeva la pena d'essere imperatore? Non era meglio render felici le genti col suo canto? Un cortigiano l'avvicina collo spavento sul volto. Nella Gallia celtica è scoppiata la rivoluzione. Giulio Vindice, rampollo degli antichi re di Aquitania e vicepretore di quella provincia, ha fatto sventolare la bandiera della sommossa, ha dichiarato che l'impero non può sopportare più a lungo un tiranno come Nerone, lo ha dichiarato decaduto da trono e marcia contro Roma.

Egli diventa pallido dallo sdegno e sfoga la propria collera sul malaugurato cortigiano, sugli oggetti che lo circondano, su certi vasi preziosi, d'immenso valore, su certi ninnoli, che si trovano sui tavoli di marmo; getta tutto a terra, spezza, frantuma, rovina.

—Egli vuole cingere la corona imperiale? domanda.

—No. L'ha offerta al vecchio senatore Sulpicio Galba, governatore della Spagna.

—A quel vecchio imbecille? Sotto qual titolo? freme il tiranno.

—Perchè congiunto dell'imperatrice Livia.

—Galba ha accettato?

Il cortigiano non lo sa. Novelle collere dell'Augusto.

—Va! Domanda; informati. Galba è condannato a morte. Sicari vadano nelle Spagne per eseguire la condanna. Centomila sesterzi a chi mi porta la sua testa o può provarlo di averlo giustiziato, urla.