Il cortigiano è lieto di poter allontanarsi dalla presenza dell'infuriato signore col pretesto di eseguire gli ordini.
Egli urla, grida, freme. La corona imperiale spetta soltanto a lui, all'erede del divino Augusto, all'immortale Apollo, che si è degnato rivelarsi ai mortali.
Guarda sdegnato Napoli ai suoi piedi; freme al pensiero, che forse nella città v'erano alcuni, parecchi, molti, i quali godevano a quella notizia e simpatizzavano con Sulpicio Galba. Tra questi erano certo anche i cristiani.
Vuole sfogare la propria collera sopra di loro.
—A Napoli ci sono dei cristiani?
Nessuno lo sa.
—Vengano ricercati e trascinati alla mia presenza.
Cerca altri oggetti, sui quali sfogare la propria collera e li trova. Cortigiani vengono cacciati in esilio; schiavi torturati, crocifissi; i delatori lavorano, denunziano, accusano; vengono imbastiti mille processi di lesa maestà e molti innocenti devono pagare il fio per la collera del tiranno.
Alcuni cristiani vengono catturati; pochi, troppo pochi per le sue collere. Egli è adirato contro la polizia e contro i delatori; ne vuole altri, altri ancora. Ma la comunità di Napoli è così piccola.
Vuole che i prigionieri facciano i nomi dei loro compagni di delitto, ma essi si rifiutano. Non sono delinquenti.