Feste si succedono a feste. Virginio Rufo vince Giulio Vindice il quale suicide.

Novelle feste per celebrare la morte dell'audace.

Ma il cielo si offusca di nuovo. Un cortigiano, il solo che ha coraggio, osa avvicinarlo e comunicargli la triste novella. Virginio Rufo lo ha dichiarato decaduto dall'impero.

—Egli aspira al trono? chiese fremendo.

—No, gli venne offerta la porpora dall'esercito vittorioso ma egli l'ha rifiutata.

—Galba?

—Neppure. Virginio Rufo marcia verso Roma. Vuole che l'impero si conceda soltanto per voto di senato.

—Il senato! Il mio senato! Mi è fedele! Mi confermerà. Non sono io forse Apollo? esclama rassicurato. Non è possibile, che i senatori, che lo avevano ricolmato di tanti onori; lo avevano dichiarato il migliore tra i Cesari e l'amore e la delizia del genere umano; avevano dichiarata Roma felice sotto tanto principe, non lo avessero supplicato di rimanere in carica. Doveva accettare la riconferma o non era forse meglio?….. d'imperatori v'era dovizia, ma di cantanti, di citaredi suoi pari non ve n'era nessuno. È facile cosa governare un impero, difficile invece cantare come cantava lui. Egli era grande, non perchè imperatore ma perchè citaredo; la sua vera gloria era dovuta alla sua gola, al suo canto armonioso, che innamorava e rapiva tutti i cuori. Non doveva forse rinunziare al trono per andar a conquistare il mondo intero, Alessandro novello, Orfeo redivivo, colla sua voce, col suo canto? A Roma, a Roma; nella Roma fedele, dal senato, che non poteva vivere senza di lui.

Vuole abbandonare Napoli per mettere al sicuro le sue corone, i suoi istrumenti musicali, i suoi mimi, le sue danzatrici, le sue cortigiane. Le fa vestire da amazzoni, affida loro se stesso, la sua gloria, la sua voce, il suo canto.

Promette all'esercito, al popolo, frumento; ve n'era tanta scarsità.
Navi verranno dall'Egitto; ve ne sarà per tutti.