Anche la sorella era passata a marito, ed egli era rimasto solo, il padrone di quel terreno; il capo di una famiglia discreta di pastori e di agricoltori, antichi schiavi, che non portavano di schiavi nè il nome nè gli oneri, Nessuno li aveva mai manomessi; vivevano su quella gleba, anche a loro cara, e formavano col padrone, una sola famiglia, uniti dagli stessi interessi, dallo stesso amore verso la bruna terra, verso le mandrie, verso i bovi pazienti, verso quanto c'era di bello, di pingue, di ricco in quella tenuta.

Qualche giorno ancora, eppoi, a raccolto terminato, egli avrebbe condotto sulla sua casa la nuova padrona, che vi avrebbe portato l'allegria del suo sorriso, la robustezza del suo braccio, le proprie energie, qualche po' di terra, ed una pentola ricolma di monete di oro, perchè egli aveva cercato nella sua futura moglie, la donna sana, la quale gli avrebbe dato sanissimi figli, la lavoratrice assidua e anche qualche po' di terra e di oro.

Era così lieto al pensiero che quel bel pezzo d'Italia era suo; che presto, presto, avrebbe una forte compagna al fianco.

L'Italia. Egli l'amava tanto, tanto! Non ne sapeva la storia; ne ignorava i fasti gloriosi, non ne conosceva i confini; non sapeva neppure il nome dei popoli che in essa abitavano; non gli avvenimenti politici degli ultimi giorni. Per lui l'Italia era quel pezzo di terra che egli lavorava; che aveva là, avanti agli occhi, che dominava collo sguardo; la terra sua, che gli dava da vivere, che rispondeva affettuosa alle sue fatiche ed al suo assiduo lavoro, e le terre vicine, i vicini campi, ed italiani erano quanti conosceva: i suoi vicini, coloro che egli vedeva alla domenica in chiesa o sulla piazza del villaggio, sotto il bel tiglio; e questa Italia, questi italiani, egli sentiva di amare tanto, tanto.

Ora i barbari volevano bruciare le sue biade, le sue messi bionde, scannare i suoi manzi, rubare le sue agnella, incendiare la sua casa e distruggere tutto, tutto. Con qual diritto?

Tutto il suo interno si ribellava alla loro avanzata: sentiva di odiarli, questi grandi nemici d'Italia e degli italiani, di odiarli con tutte le proprie forze; eppure essi avanzavano. Lo aveva detto il fuggiasco.

Che fare? Fuggire? Abbandonare la sua casa, i suoi campi, le sue mandrie? Mai! Doveva dunque rimanere e lottare, alla difesa di quel suolo santo, benedetto?

Ma che è quel bagliore lontano, rosso; che è quel fumo che là si alza al cielo? In quella direzione sono ì campi di un suo amico, sono le case di lui, le abitazioni dei suoi compagni di lavoro, i suoi granai grandi, ampi, ricchi. Quelle case ardono? Chi ha dato loro fuoco? I barbari!

Sente un fremito infinito; un immenso timore per la sua sorte, per le sue campagne, per le sue messi, per le sue mandrie; uno sdegno indicibile che altri, stranieri, abbiamo diritto di profanare, in tal modo, l'Italia, la sua Italia, di calpestarla, di rovinarla, d'impoverirla, di maltrattare gli italiani, di derubarli, di renderli schiavi, di ucciderli. Allo sdegno si sposa la brama della difesa e della vendetta. Vuole difendere le proprie terre dai barbari; vuole punirli per il male che fanno; vuole vendicare l'onta che hanno recato, che recano all'Italia.

Dà fiato al corno. Accorrono i suoi dipendenti, i forti lavoratori della terra, i pazienti pastori. Egli parla loro e diventa eloquente. Dice delle stragi, che i goti vanno menando; indica loro quelle fiamme lontane, quel fumo acre, denso, che sale al cielo; li esorta a stare uniti a lui, a lottare; ma non ottiene l'effetto.