Quanto sono brutti! I loro corpi sono avviluppati in pelli di orso, di lupo, di capra, il teschio dell'animale ne ricopre la testa; le loro barbe rosse sono lunghe, fluenti, lunghi i capelli rossi, spettenati, arruffati, estremamente sudicio il volto. Le loro armi sono gigantesche: Lancie, alabarde, bastoni ferrati. Non hanno compassione di nessuno; ammazzano colla stessa indifferenza un agnello ed un fanciullo, una donna, un vecchio. Guai a chi si oppone loro, guai a chi non ubbidisce, guai ai prigionieri che non ritengono atti a venir trascinati in dura prigionia, per lavori servili oppure per il mercato! Li uccidono tra i dolori più raffinati, le torture più scelte, perchè sono lieti di poter torturare, scannare, uccidere.
Egli ha voluto opporsi loro; ma tre, quattro, cinque, dieci si sono gettati sopra di lui, lo hanno atterrato, legato e trascinato dal loro capo, e questi ha decretato che rimanga in vita; è forte, è robusto, sarà un buono schiavo. Viene caricato di ceppi e buttato là, tra altri schiavi italiani, che i barbari hanno fatto, e che gli raccontano gli orrori della loro cattura e della loro marcia attraverso la patria; dei patimenti della schiavitù; della frusta che cadde continuamente sulle loro spalle; degli orrori che hanno veduto; di scene raccapriccianti, cui hanno assistito. I barbari non pensano che a rovinare, a devastare, a distruggere. Attraversano le lande più floride, lasciando dietro di sè un deserto. Hanno visto case distrutte, messi in fiamme, animali scannati per il piacere dii scannare, eccidi senza numero. Egli ascolta fremente e poi deve assistere all'incendio della sua casa, della sua messe, alla devastazione delle sue terre. Si dimena dall'indomito e pure impotente sdegno; freme, digrigna i denti, urla, si dibatte, fa sforzi sovrumani per spezzare le catene, che lo tengono stretto, per gettarsi sugli avversar!, sui nemici…… invano, invano……
Perchè non è fuggito? Perchè non ha salvato la vita, per vendicare la patria?
Passa una notte d'inferno, e alla mattina la sferza lo costringe ad alzarsi e a mettersi in cammino. La sferza! Non è caduta ancora mai sulle sue libere spalle; oggi invece; oggi….
Vorrebbe resistere; vorrebbe opporsi; vorrebbe destare la rabbia dei suoi novelli padroni e ricevere il colpo di grazia. Meglio, assai meglio morto che schiavo; ma un compagno di sventura gli dice:
Non ti ribellare. Vivi! Dio lo vuole! Eppoi finchè vedremo il sole possiamo sperare.
Sperare? No; non aveva più nulla da sperare. E Dio? Perchè Dio tollerava simili eccidi? Perchè non insorgeva alla difesa d'Italia?
Eppure non vuole morire. Chissà? È sempre possibile che gli riesca la fuga, la vendetta.
Ubbidisce. Viene onusto di bottino e marcia, marcia, coi suoi catturatori.
Oh la marcia terribile, attraverso l'Umbria così ricca, così bella, così serena, così tranquilla, così melanconica: una terra tutta propria, che ha un'intonazione tutta speciale, così diversa dal rimanente d'Italia. Egli sente quel non so che di sacro, di singolare, di indefinibile, di speciale che ha l'Umbria; sente che essa è una terra privilegiata; ma allora quel privilegio speciale non le giova; anzi sembra che i goti infurino più che mai in quella terra. Dietro di loro è il deserto, e quanto si oppone al loro passaggio diventa deserto.