Egli ode questo grido uscire da mille e mille rauchi petti. Comprende che è venuto il grande momento; che si decide allora la sorte di Milano, dell'Italia tutta, i destini della Chiesa. Se Barbarossa vince Milano apparterà alla storia, l'Italia sarà feudo tedesco, terra da sfrutto; Roma città imperiale, il papato trasportato altrove, in Francia, in altre terre; non più a Roma, dove il vicario di Cristo non poteva essere lo zimbello dell'autorità imperiale.
E quant'egli comprende lo sentono anche i suoi compagni, che da mille petti esce festoso il grido: Alessandro! Alessandro! Sant'Ambrogio! Sant'Ambrogio! S'invoca il nome del santo patrono, acciocchè difenda dal cielo la sua Milano e si fa il nome del Papa, che racchiude, in quell'istante, un intero programma di libertà. Alessandro, Alessandro!
Le sacre bandiere milanesi e delle altre città lombarde sventolano allegramente al vento e gli eserciti si scontrano. Suonano le fanfare, per tener alto il morale dei lottatori; il sole viene oscurato da immensi nugoli di frecce; la cavalleria atterra i fanti e mena scempio tra i pedoni; i cavalieri, vestiti di ferro, brandiscono le immense spade e spiccano teste; ma anche i fanti vanno lieti alla lotta, alla difesa, e più di un cavallo viene colpito in pieno petto od ha le gambe ferite, cade a terra e ribalta il suo cavaliere, che non è più capace di alzarsi.
Avanti, avanti! Già la lotta si accende corpo a corpo.
Difendiamo il carroccio! Alessandro, Alessandro! Sant'Ambrogio,
Sant'Ambrogio!
I nemici fanno grandi sforzi per giungere al carroccio, per strappare le bandiere, per impossessarsi di quel sacro legno. I milanesi lo difendono col loro petto; la compagnia della morte fa prodigi di valore.
Egli si sente pieno di un indomito entusiasmo; avido di difendere la Chiesa e la patria, i suoi due maggiori tesori. Brandisce la spada. Ha già lottato corpo a corpo contro un nemico e lo ha ucciso. Altri lo aggrediscono. Sono tedeschi; c'è anche qualche traditore italiano, tra di loro. Oh, questi traditori! Servire la causa del nemico; combattere per l'assassinio della patria libertà!
Si difende da loro; lotta da prode; ma i nemici sono tanto numerosi; egli non può parare tutti i colpi; viene crivellato da parecchie ferite. Quanto gli dolgono; ma è per la patria, per la patria diletta; e finalmente riceve un gran colpo al petto. La daga gli apre una ferita grande, profonda, mortale, dalla quale sfugge abbondante il sangue e col sangue la vita.
Giace sul campo di battaglia, a fianco di molti morii e morenti. Ne ode i gemiti, i lamenti, le bestemmie, le preghiere. Gli è così difficile respirare. Ansa. O questo affanno! Ed intanto la lotta continua; ode rumore di armi; ode grida.
L'affanno si fa sempre più forte; i poveri polmoni si dilatano spasmodicamente e cercano invano un po' d'aria! Eppoi ode un urlo di gioia pazza, indicibile, infinita.