Ricorda di spesso l'antico sogno. Là il tempo gli era passato quasi con maggior lentezza. Già. La vita è un sogno e nel sogno si vive quasi una vita novella.

Il lavoro; la tensione grande, infinita delle proprie forze! Dio mio, come passa presto la vita!

Le truppe imperiali scendono le Alpi e si riversano in Italia. Barbarossa è furente. I fuggiaschi raccontano delle sue collere infinite. Ha giurato di distruggere quanto si opporrà al suo passaggio; vuole punire la superbia dei lombardi; chi gli cade nelle mani viene scannato; non usa misericordia a nessuno. Tutte le città, nelle quali s'incontrerà per via, verranno date alle fiamme; rischiareranno la sua via; ed Alessandro ha da diventare il suo cappellano umile e devoto; perchè egli è l'imperatore e perciò il capo universale della Chiesa e dello stato; nel suo petto sono due sorgenti, dalle quali sgorga ogni legge, la civile e l'umana; egli è l'arbitro del mondo. Ciò che egli vuole ed approva è buono; cattivo ciò che egli non vuole o condanna; la sua volontà è legge e doverosa ogni cosa voluta da lui. Non è Dio l'autore delle leggi, neppure il Papa, ma soltanto lui, Barbarossa!

Così gli riferiscono i Fuggiaschi, ed il suo cuore divampa di sempre maggior sdegno; un oltraggio sì grande alla patria, all'Italia, a Milano, a Alessandro!

La compagnia della morte si arma. Si arma lui pure. Quanto è dolce morire per la patria! Ora incomincia a comprenderlo. Si sente invaso di un grande entusiasmo, di un delirio immenso. Ecco le sue armi; sono velate a nero. Finchè Milano non è libera, non è risorta, i suoi figli vestano a gramaglie.

Avanti! Alla marcia, alla marcia contro il nemico!

Quanti soldati! Nessuno li ha costretti; nessuno li stipendia. Sono tutti volontari; i figli di Milano e delle città sorelle; la balda gioventù lombarda, che marcia contro il nemico, avida di combattere, di vincere o di morire. Libertà o morte! Molti moriranno, ma la morte non incute loro terrore. Moriranno per l'Italia, per Milano. Libertà o morte!

Dietro a quella folla di giovani così fieri, così baldi, decisi di combattere, di morire per la patria, viene il carroccio gigantesco, dal quale sventolano le sacre bandiere, e che è Milano stessa che accompagna i propri figli; il carroccio, l'emblema della sacra libertà. Vedere il carroccio vuol dire vedere Milano; difendere il carroccio difendere Milano. Non deve cadere nelle mani del nemico; mai, mai, finchè anche uno solo di noi resterà in vita.

Ecco Legnano. Ecco l'esercito nemico; ecco le aquile imperiali. Quanto è numeroso quell'esercito, quanto potente! Quanti avversari! Gente nordica, semibarbara, vestita di ferro, con grandi elmi piumati, con forti macchine di guerra; molti a cavallo. Gente in gran parte mercenaria; pagata dall'imperatore; combattono per la speranza del bottino. Hanno detto loro che le città lombarde sono ricche, abbondante il loro oro, generosi i loro vini, belle le loro donne. Dio creò l'Italia per i tedeschi; il lavoro italiano per arricchire i tedeschi, e volle belle le donne italiane per i loro amatori di Germania. Oro! Bottino! Donne! Vino! Barbarossa! Barbarossa! E poi l'antipapa li ha benedetti, ha assicurato loro la vittoria, perdono dei loro peccati, assoluzione generale, la gloria beata del cielo; chi muore sul campo di battaglia diventa martire e verrà venerato come martire. Che cosa non promette un antipapa?

Barbarossa! Barbarossa!