—Ho finito per ottenere tutto quello che volevo. Egli si è ravveduto; ha mandato per il medico; ha promesso di risarcire a Tonio i danni sofferti, di rispettare il seminato, di aver riguardo del popolo. Non so se manterrà la promessa. È così difficile ridurre questa gente a buon senno. Sono così superbi, così boriosi, così poco malleabili; si credono gente di ordine superiore, ci disprezzano tanto. Pure voglio sperare…. Intanto per Tonio venne provveduto—disse il sacerdote.

Egli si congratula con lui di quanto ha ottenuto.

Il sacerdote gli disse, che anche il cardinale si prendeva cura del suo gregge e faceva quanto stava nelle sue forze per fargli sentire meno il dominio spagnolo.

—Volevano introdurre la loro inquisizione.

—Cielo! Con tutti i suoi orrori!—esclama, egli, che ne aveva udito parlare con spavento.

—Le si esagerano le cose sul suo conto; pure si sparge sangue. Il cardinale però si oppose. Volle libero il ducato da tanta piaga.

—È riuscito?

—Al cardinale riesce tutto quello che si prefigge—fu la risposta del sacerdote, il quale era fiero del proprio arcivescovo, come sono sempre fieri i buoni di un superiore santo.

Il sacerdote si allontanò per ritornare alla sua cura, ed egli rimase indietro e guardò pensieroso il castello, piantato lassù quale un gigantesco guanto di sfida di un'aristocrazia senza cuore ad un popolo sofferente e paziente; quale un'eterna minaccia del feudalismo spagnolo a questo buon popolo italiano, così fremente di libertà; pensava che il popolo avrebbe sofferto assai di più senza la Chiesa, la quale s'interponeva presso i potenti e cercava di tutelare i diritti dei poveri, dei repressi, degli umili e sentiva nel suo cuore una riconoscenza infinita per il parroco, il cardinale, e quanti difendono e tutelano i diritti degli oppressi. Ritornò stanco a casa, e dopo una cena molto parca si coricò nel vecchio talamo, dove nacquero tre generazioni, e cercò e trovò sonno…..

VI.