Sulla via di Savona.

Una via polverosa. Egli procede a piedi, stanco, sfinito. Va alla città vicina per chiedere giustizia. La otterrà? Ne è quasi sfiduciato. Eppure la cosa è così lampante, che, se fosse giustizia sulla terra, gli si dovrebbe dare piena ragione; ma la giustizia, l'equità, il diritto, tutto, tutto è esulato dalla terra, dal giorno, nel quale quei maledetti francesi sono calati in Italia, se ne sono impossessati ed hanno incominciato a comportarsi come in terra di conquista.

Ladri, ladri! Avevano rubato tutto, e quanto non potevano trascinare seco, veniva distrutto.

Ricorda le terribili notizie giunte al suo orecchio, dei furti da loro commessi, delle loro rapine. Distrutto a Venezia il Pucintoro; distrutte numerose merci, saccheggiato il tesoro della basilica di S. Marco; levati da quella gli apostoli d'argento e mandati alla zecca; calati i famosi cavalli di bronzo ed inviati a Parigi; saccheggiate le chiese, levati i quadri migliori, e mandati tutti in Francia; derubato il santuario di Loreto; asportate le ricchezze della Madonna: saccheggiata Roma e asportato di là tutto: quadri, archivi, documenti; un miracolo, che non avevano asportato anche la cupola di san Pietro; dovunque rubate le ricchezze nazionali e gli oggetti di valore; il metallo venduto, colato; imposte taglie immense alle popolazioni che queste non erano capaci di pagare.

E come Napoleone, il gran ladro, così i suoi generali, i suoi ufficiali, i suoi soldati; tutti fino all'ultimo uomo.

Una mezza compagnia aveva rovinato, col suo passaggio, i suoi campi, invaso la sua casa, mangiato i suoi viveri, bevuto il suo vino, ucciso i suoi polli, scannate le sue due vacche, rubato il suo denaro, e quando sua moglie, egli era assente, li aveva pregati di cessare, di non uccidere per il barbaro piacer di uccidere, di lasciare in vita almeno il bove aratore; erano così poveri e quel bove rappresentava per loro una sostanza, senza di quel bove come avrebbero potuto arare i loro campi; eppoi essi, i soldati, erano fin troppo sazi e carne c'era là in abbondanza, allora essi erano montati sulle furie; avevano scannato il bove, il mulo, le poche pecore; avevano rotto, fuori di sè dalla rabbia, tutti i mobili della casa: le sedie, le scranne, gli armadi, i letti, avevano bastonato, con quelle scheggie, la donna a sangue; ne avevano percosso i figli, e poi avevano fatto un gran falò, con quei mobili rotti, guasti, e se ne erano andati, fieri del loro operato, maledicendo agli italiani…

Egli era ritornato ed aveva trovato ogni suo avere distrutto; si era trovato in una casa completamente vuota e piena di lordure, colla moglie malconcia, i figli battuti, pesti, insanguinati, il bestiame scannato; ridotto alla miseria, incapace di uscire da quella, privo dei mezzi di lavoro.

Aveva avuto allora fremiti d'impotente sdegno; aveva sentito un desiderio infinito ma insoddisfabile di vendetta; ed ora si recava alla città vicina, dove risiedeva il generale, per raccontare il fatto; per chiedere il risarcimento dei danni; per domandare giustizia; deciso di commettere, per ottenerla, magari un eccesso; risoluto a tutto.

Camminava sulla via polverosa, lunga, sotto la sferza del sollione, e fremeva pensando ai francesi, a Napoleone, all'umiliazione d'Italia, divenuta schiava dei francesi; pensava ai tanti principi e sovrani, i quali s'inchinavano avanti all'usurpatore, non sapevano insorgere alla difesa dei loro sudditi; pensava all'imperatore d'Austria, il quale aveva dato sua figlia in concubina all'imperatore; pensava e fremeva.

Nessuno sapeva insorgere, contro l'usurpatore, alla difesa dei diritti del popolo schiacciato, maltrattato, oppresso, privo di alcun diritto; nessuno era capace di alzare la voce e di ricordare a Napoleone… Che cosa?