Uccellaccio della notte
No, non strider — Buh, buh, buh!...
Quando i morti sono morti
Va pur via, non tornar più.
— È pazza, mormorò Enrico... e trascinò pel braccio Carlo che pareva inchiodato sulla soglia della stanza verso cui movevano ascoltando la voce stridula della vecchia che si perdeva lenta e monotona come il lamento che si scioglie sopra una tomba.
CAPITOLO V. Il Testamento.
L’indomani di quella notte tra le cui tenebre il delitto aveva compiuta l’opera sua, per tutta la città e pei dintorni si sparse la voce della morte del vecchio alchimista. Si parlava da per tutto d’un’ombra bianca che qualcuno mentre chiudeva le finestre per mettersi a letto, aveva veduto gironzare per le vie, e dicevano anche che cantasse uno strano canto, onde taluno credette fosse l’anima del mago che andasse chiamando lo spirito a cui s’era venduta. Quel che è certo si è che un vecchio notajo chiamato dai nipoti dell’alchimista a schiudere la stanza del morto trovò disteso sul letto il suo cadavere; gli occhi del vecchio erano aperti tuttora, fissi ed immoti nell’orbita spalancata enormemente, attorno al collo aveva delle violacee lividure, un braccio scarno e stecchito improntato ancora dalla violenta contrazione dell’agonia stava penzoloni fuori delle coltri arruffate, ond’ei si sorprese di quegli indizi quasi d’una lotta disperata con cui pareva avesse scongiurata la morte, mentre vecchio e debole come era avria dovuto addormentarsi tranquillo nell’eterno sonno. Che, che però avesse pensato tra sè il notajo, fu cosa che restò sepolta nel suo pensiero nè anima mortale lo seppe, chè i due nipoti dell’alchimista assistenti al funebre ufficio avean tali ceffi in quel momento da far gelare la parola sulle labbra di chiunque non foss’ei pur stato un dei notaj d’allora, avvezzi a ben strane funzioni inerenti alle pratiche del loro ministero, e benchè vecchio, il notajo ci teneva alla vita per non creder conveniente di sprecarla per pettegolezzi da donnicciuola. Egli trovò che il morto era morto, che il cadavere era quello di Marco il guardiano del palazzo, professo nelle scienze occulte, possessore della casa che aveva ereditata dal signor conte Paride Ceresara, morto perchè tutti devono morire, ed egli che passava gli ottant’anni di vita era giusto che morisse.
Il testamento del vecchio era chiuso in una busta di pelle di daino unito ad altre carte di famiglia. Lo dissuggellò in presenza ai nipoti e ne fe’ regolare lettura.
Consisteva in pochissime righe, scritte con mano sicura.
All’ultimo vivo de’ miei nipoti Enrico e Carlo lascio l’intera mia sostanza di cinquantamila scudi romani chiusi nella cassa di ferro che sta a capo del mio letto.