Come era bella la giovine fanciulla, schiudendo così dall’animo tanta cortesia d’affetto e di parole!... quel suo viso pallido che si tingeva d’un rosso sfumato, l’espressione angelica del suo grande occhio nero fisso nel volto del giovane, rendevano l’immagine d’un bello a cui il pensiero non s’avvicina che dandovi la forma ideale d’un sogno... il padre la contemplava, e gli parea di veder affluire la vita in quelle fibbre spossate dalla malattia... sua madre la baciò in fronte con quello slancio d’affetto che s’attacca alla speranza per non lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Era un quadro di Rubens palpitante di vita; v’era uno strano contrasto di soavità e di tristezza, nella scena che si compiva in quella casa intorno a cui regnava il silenzio della campagna colle sue armonie di pace, col susurro delle sue fronde, coll’olezzo dei suoi fiori, colla splendidezza del suo cielo placido e sereno che pareva sorridere, vago della sua bellezza, ed inneggiare alla gioja, là dove l’arcano presentimento del cuore intravvedeva il dolore di sotto alla fatuità d’una menzognera illusione!...

E Adolfo?... Era la prima volta che egli stringeva colle sue mani avvezze al maneggio della carabina la piccola mano della giovinetta morente... Ei ne sentì la voce come s’ascolta un’armonia di cielo... fissò lo sguardo umile, bagnato di lagrime nei suoi occhi e vi trovò l’indefinibile senso di una dolcezza che intorpidiva le sue intellettuali facoltà... se è possibile essere sciocchi in quell’impossibilità d’esprimere ciò che passa nella nostra anima allorchè per la prima volta ci troviamo al contatto dell’ignoto, dell’inqualificabile, di una cosa di cui non sappiamo renderci ragione se non per il senso che esercita su noi... quella prima impressione che porta con sè lo sbalordimento... l’atonia... Egli fu tanto sciocco, quanto si possa esserlo nella sua posizione d’uomo per nulla affatto conscio d’ogni atto di convenienza sociale; ignaro di tutte quelle formule per cui si esprime gentilmente quello che si sente e quello che non si sente!... Egli fu un imbecille, secondo tutte le regole del Galateo moderno. Non trovò un complimento nella fraseologia convenzionale dell’etichetta per rispondere ad un complimento tanto gentile e compito... Egli non disse nulla, non rispose; si ritenne l’elogio come pagamento d’una cambiale girata a nome della gratitudine e della riconoscenza.

V’era però un fatto semplice che lo toglieva all’obbligo della fraseologia indispensabile in buona società per non passare da sciocchi; e per avere l’alto onore d’esser presi per uomini di spirito. Ed era questo; che le parole di Angela valevano quanto il silenzio di Adolfo... non erano un complimento, ma un’espressione pura e spontanea del cuore, come il silenzio d’Adolfo ne era l’accettazione riconoscente.

In un attimo, nel volgere d’un istante quei due cuori, giovani, vergini, leali, si compresero. V’era per essi una strana affinità; in Adolfo l’espressione d’una forza materiale esercitata alla vita, che permetteva al pensiero di svilupparsi allora nella sua potenza; che lo ridestava dirò così, appunto allora dal letargo dove si giaceva; animato dall’intuizione di ciò che era: creato in quell’istante dal soffio rigeneratore che v’era passato sopra a dirgli il fiat!... Egli amava!...

A riscontro di ciò, eravi in quella vece in Angela la debolezza materiale e fisica animata solo dalla vitalità del pensiero. L’amore si sviluppava aureola lucida d’intelligenza intorno quel decomporsi del corpo in cui tutta la vita altro non è che l’aspirazione morale che abbraccia l’infinito; l’ideale allora appunto che i legami materiali dell’esistenza si sfasciano avvicinando l’agonia della materia. V’ha nei moribondi quello slancio d’intuizione; quella pienezza di vita, dirò, resa spiritale, che cresce a seconda che scemasi la forza fisica, e conduce gradatamente a quello stato di estasi che gli antichi profeti si procuravano collo sfinimento del corpo onde lasciare più libero il senso dell’anima; pratica che portarono ad una formula religiosa e che loro serviva a lanciarsi per mezzo dell’astrazione nelle ideali regioni dell’infinito.

Angela... viveva appunto questa vita dell’intelligenza così sensibile ne’ suoi attimi febbrili, onde è che talvolta basti un’impressione per quanto leggiera a troncarne il filo. Il suo pensiero analizzando rapidamente tutte le varie impressioni dell’animo, coloriva con ardente passione ogni circonstanza di quel fatale incontro che quasi era per esserle così funesto. Quella via deserta sulla quale l’assassinio meditava l’opera sua; quegli uomini appostati che attendevano al varco la vittima, l’attimo che scorre avvicinando l’ora contata coll’impazienza convulsa del delitto, il galoppo dei cavalli... e su quei cavalli suo padre, suo fratello, che per lei movevano ad affrontare i pericoli del viaggio; la detonazione mortale d’un’arma!.. poi il grido di rapina dei banditi!.. e poi!... d’innanzi al pensiero v’ha l’orrore d’un fatto che sta per compiersi; una lotta disperata in cui si combatte corpo a corpo, e due uomini che potevan cadere insanguinati ai piedi di quattro banditi che colle mani lorde di sangue li spogliano insultando ai loro cadaveri; tutta la possibile orridezza di questa scena s’era affacciata al pensiero della giovinetta... E in mezzo a questo tetro orrore, come faro di luce tra le tenebre d’un uragano devastatore, vide un’immagine d’angelo; un genio tutelare messo dalla Provvidenza sul sentiero del delitto per attraversarne la via... lo vide tutto solo colla coscienza del proprio valore e del proprio dovere lanciarsi in mezzo a quella scena di sangue, e quella scena scomparve; sparvero gli orridi ceffi, cessarono le grida, si fe’ silenzio e vide amena e bella la via, verdi le fronde degli alberi, e guardò il giovane che gli stava d’innanzi umile, confuso, e gli parve più bello e più grande di quanti eroi popolaron le leggende di Hoffman!... ed i canti di Byron!...

Erano scorsi due mesi dal ritorno del marchese Gian Paolo; nulla di nuovo era avvenuto nella famiglia, uguale sempre lo stato di Angela... ben vedevasi che il tempo col lento suo scorrere portava con sè istante per istante il resto di vita che scorreva ancora in quelle gracili fibbre animate appena da un soffio, che il primo alito d’una crisi avria spento per sempre.

S’era avanzato l’inverno, la neve copriva la campagna col suo strato uniforme come un lenzuolo funebre steso sulla terra a ricoprirne le zolle verdeggianti. Ardeva il fuoco nella stanza dell’ammalata, ardeva nel salone di famiglia. Il vecchio marchese sedeva presso al deserto focolare assorto in pensieri, la madre vegliava al letto della figlia, il fratello Enrico era uscito, Adolfo muto e melanconico, stavasi ad una delle finestre guardando la campagna e ne contemplava forse la mesta squallidezza.

Il cielo era bianco, bianco, attraversato da nuvoloni gravidi di pioggia o di neve; non spirava alito di vento che scuotesse le cime degli alberi coperti dalla bruma; la notte scendeva tacita sulla terra, le ombre si raddensavano, in breve la neve cadde a larghi fiocchi e un soffio di vento che incalzò da ponente le nubi le fe’ correr ratte per lo spazio in cui turbinarono quei mille atomi agitati dalla buffera.

Quando la notte fu alquanto avanzata si intese un lontano scalpito di cavalli, il marchese si scosse dal suo letargo, corse alla finestra a cui era tuttora intento il giovane assorto nelle sue meditazioni. Due cavalieri entravano nel viale che conduceva al cortile della casa. Uno dei due era Enrico... l’altro era uno straniero; montava un cavallo bajo con squisita eleganza e caracollava gajamente nel viale ad onta che la neve infuriasse alla dirotta. Vestiva un abito di velluto alla foggia di quel tempo; aveva gettato alla bandoliera un lungo mantello nero che il vento gli agitava alle spalle, portava in capo un largo feltro sormontato da una lunga penna d’aquila, segnale distintivo di cacciatore valente.