Lo straniero ed il fratello d’Angela, lasciate le cavalcature agli uomini di corte montaron poco dopo lo scalone. La porta della sala di ricevimento si aperse ed ambedue entrarono.

Il marchese salutò il figlio con un bacio, e strinse cordialmente la mano all’incognito che gli fu presentato da Enrico. L’incognito rispose al saluto con dignitosa cortesia; egli si scusò d’aver abusato della gentilezza del giovane marchese che incontratolo sulla via sorpreso da sì mal tempo gli offerse generosa ospitalità nella sua casa; disse poi non permettergli alcune circostanze momentanee di palesare il suo nome... essere esso però di famiglia milanese, ed aver lasciato Milano perseguitato per ragioni politiche, essendosi immischiato in alcuni affari contro l’attuale signoria; e concluse che stava recandosi a Mantova cercando alla corte del duca Federico protezione ed ospitalità.

Il marchese Gian Paolo gli strinse di bel nuovo la mano in segno di stima e l’accertò che mal non s’apponeva volgendosi alla corte del Gonzaga magnanimo sempre ne’ suoi atti e che sotto la tutela del lor diritto feudale egli potrà riparare sicuro dalle tirannie dei Visconti.... tanto più che tra le due corti eravi scissura di puntigli politici e di rivalità di poteri...

La fiamma ardeva sul focolare; crepitavano gli accesi tizzoni ed invitavano a sedervisi intorno. L’incognito si slacciò il mantello, si tolse il feltro ed invitato dal marchese s’assise al fuoco... Egli gettò un rapido sguardo a sè d’intorno quasi volesse persuadersi del luogo dove si trovava, come se la sua mente avesse per un istante vagato lontano dalla realtà della vita, rapita da un’astrazione che accennava forse all’indagare attento della memoria. Aveva scorto Adolfo ritto sempre ed immobile, appoggiato alla finestra da cui guardava sin dal momento che dal viale erano apparsi i due cavalieri. S’avria detto che sulla sua fronte alta ed aperta fosse balenato un lampo, che dentro al suo occhio nero, acuto, penetrante fosse lampeggiato un pensiero.

Adolfo lo guardava... pareva che egli pure cercasse una lontana memoria, quell’uomo egli l’aveva visto... dove poi?.. Era la domanda che volgeva a sè stesso non staccando lo sguardo da quelle sembianze dalle quali gli veniva un rimescolio convulso che era impotente a dominare, e di cui non sapeva come rendersi ragione. Egli aveva ascoltate le parole di quello straniero così cavallerescamente dette, e con tanta dignitosa semplicità esposte... e gli vagavano nel pensiero, come l’eco d’una voce che s’abbia altre volte intesa; quella dichiarazione di patria, di intrighi, di un appoggio che egli andava cercando presso la corte dei Gonzaga contro le tirannie d’un’altra corte, gli pareva avesse la forma d’una menzogna che vuol vestire l’abito della verità... Egli non sapeva cosa pensasse... sindacava in certo qual modo le parole di quello straniero poichè vi era nella sua anima un pensiero inquieto che lo spingeva a ciò... Era forse un sentimento d’antipatia?... Poteva essere l’effetto d’una di quelle impressioni momentanee che si cancellano poi dalla mente e ci impongono quasi a castigo della nostra malignità od inconsideratezza, una maggiore stima che redarguisca la persona da noi offesa con un pensiero che si cancella affatto dalla memoria.

Non era questo senso vago, indefinito che giganteggiava nell’animo del giovane; era qualche cosa di più profondo che un’antipatia; egli sentiva in sè, che mai avrebbe potuto ricredersi dalla sua impressione; ei sentiva che coll’indagine del pensiero quel sentimento invece di quetarsi si ampliava: gli parve di sentire un disgusto di fronte a quella fisonomia calma, scherzevole, animata dallo scoppiettio cavalleresco della parola, facile, melliflua, dolce!... un disgusto che aveva qualche cosa di affine coll’odio... Ei si disse d’avere innanzi un nemico, e si dispose quasi ad una possibile lotta trasportato da quella foga che è la convulsione d’un’idea quando si slancia anelante nell’infinito campo delle ipotesi, le une talvolta più assurde delle altre e che pure vestono dall’illusione del senso una forma di vaga realtà.

Intanto che tali pensieri andavano con ansia affannosa succedendosi nella mente di Adolfo; mentre che la sua fantasia vi si abbarbicava imbavagliata, come un molosso che lotti per lacerare un brano di tela in cui si è infitto il dente che non può trarre dalla pastoja e che per la sua impotenza istessa alla resistenza ei non può lacerare... Il marchese era attratto da un vivo senso di simpatia verso l’incognito. Questa sensazione s’andava ognor più sviluppando in lui per i modi cavallereschi che riscontrava nello straniero; entrava seco lui nei dettagli più confidenti della sua posizione e lo metteva a parte delle pene che affliggevano la sua famiglia tenuta in tanta angoscia dalla malattia di Angela.

— Affè, marchese Gian Paolo... disse l’incognito gajamente, chi non vi dice che accompagnato dalla buffera di questa notte non vi sia capitato un angelo a portarvi la pace?... affè non ch’io mi tenga tale, marchese!.. che so non aver sembianza da mettere abbaglio, ma se la cosa è nel limite del possibile io mi metto a vostra disposizione!...

Il marchese ascoltava lo straniero come chi rinvenga da un sogno delizioso, e tema che quella fatua percezione del pensiero non gli fugga coll’atto dello svegliarsi... Egli fissava lo sguardo in quello di lui, vivo e penetrante, come per domandargli se ei doveva credere; se era il suono d’una parola di conforto reale quella che era suonata ora al suo orecchio...

Lo straniero diè in uno strano riso... Il marchese trasalì, Adolfo fremette; egli sentì corrersi un brivido per le fibbre tese nello sforzo di quella lotta che durava da qualche momento che gli pareva un secolo.