— Marchese.... rispose lo straniero con accento sì dolce da dare alla sua voce la melodia d’un suono.... ve lo ripeto, io sono a vostra disposizione, e sarei ben trista creatura se avessi voluto coll’insinuazione d’una vana speranza farmi giuoco dell’affetto d’un padre.
— Sareste medico, signore? domandò il marchese.
— No, non sono medico, ripigliò lo straniero con un sorriso di confidente persuasione, ma grazie al cielo, non sono affatto estraneo allo studio delle scienze occulte e chi sa... Volete voi mostrarmi vostra figlia, marchese?... dopo un esame di breve momento io vi dirò sulla mia parola d’onore se potete ancora sperare!...
— Iddio vi ricompensi, se egli vi avrà inviato in questa casa ad operarvi un miracolo, mormorò il marchese alzandosi per condurre lo straniero verso la camera della figlia.
Adolfo vide passarsi innanzi lo straniero seguito dal marchese: sulla sua fronte splendeva un lampo di gioja, nel suo sguardo brillava il raggio sereno della speranza!..
Egli si diceva perchè non poteva cadere ai piedi di quell’uomo che parlava la parola del conforto in quella casa abitata dalla disperazione.
Egli lo vide entrare nella stanza di Angela... da cui doveva uscire per dire forse al marchese: Vivrà... Essa!.. Angela!.. L’essere per cui egli avria data la vita... Il soffio rigeneratore che era passato sulla sua anima a dirgli vivi!.. Vi è un palpito anche per te, povero figlio della sventura!... Ed in fondo al cuore del giovane, ove sentiva il presentimento che quell’uomo salverebbe Angiola... sentimento strano a cui s’attaccava un non so quale idea di amara superstizione!... in fondo al suo cuore che si sarebbe spezzato per animare coi suoi battiti quello sì debole ed appena palpitante della giovinetta... v’era un solo senso... egli aveva paura!...
Quando lo straniero uscì dalla stanza dell’ammalata e strinse la mano al marchese affermandogli con voce sicura. — Vostra figlia vivrà ve ne do la mia parola d’onore.
Adolfo fremette!... Una vampa di fuoco passò sul suo cervello... Vivere Angela!... Era toccare il cielo col dito... (Era vedersi schiudere il paradiso)... Angela vivere!.. Era la melodia più dolce che potesse far battere d’un palpito sovrumano la sua anima... era toccare quel punto a cui il suo pensiero si fermava impaurito dal fulgore d’una speranza come rocchio che fissa il sole allora che egli arde nella pienezza della sua luce di fuoco... Eppure il suono di quella voce che avea pronunciate quelle parole gli gelò dentro il cuore quello slancio che stava per irromperatomo..
Angela salva per opera di quell’uomo, era in quella vece un’idea tormentosa che non gli dava tregua!... era un aspide cacciatosi dentro al suo cuore, era la smania indefinita d’una lotta contro l’impossibile, vale a dire contro il ritorno del passato che era la continuazione dell’agonia, contro la speranza dell’avvenire che era il ritorno alla felicità, alla salute, e tutto ciò egli avrebbe voluto fare spendendo giorno per giorno della sua vita, stilla per stilla del suo sangue, atomo ad atomo della sua esistenza!... La parola dell’incognito valeva — veder Angela bella, soave, colla sua voce da bimba, colla espressione del suo viso animato dalla vita affluente al suo cuore, levarsi da quel letto di dolori, tornare quel che fu altra volta... la vispa bambinella che giocava colle farfalle del suo giardino, che avria saltellato per le alee dei verdi viali che deserti così gli avean lasciato nell’animo tanto senso di tristezza... Era veder farsi bello d’una bellezza di paradiso tutto ciò che essa avrebbe avvicinato... Era tutto ciò che pensiero umano potesse ideare di soave!... era cosa a cui parola umana non avria trovato una forma per definire... Eppure egli ebbe paura di quella parola, e ciò che ora per lui la più delirante delle speranze gli suonò come il presentimento della più terribile delle sventure....