Per tutta la famiglia del marchese Paolo, quella notte passò agitata dai mille fremiti a cui assoggetta l’animo il trasporto d’una speranza contro alla quale lotta ancora il dubbio nel timore di un disinganno.

Lo straniero avea promesso un farmaco che ridonerebbe la vita ad Angela.

All’albeggiar del domani, egli correva a briglia sciolta sullo stradale di Mantova. Le pieghe del suo nero mantello svolazzavangli dietro le spalle agitate dal vento che spirava ancora frizzante e freddo... Ei levò il feltro in aria salutando il marchese che lo ricambiava con cordiale saluto dal cancello del suo palazzo.

Adolfo, seduto presso il letto d’Angela la contemplava con uno sguardo in cui avrebbe voluto trasfondere tutta la vita della sua anima per ripeterle una parola che la giovinetta aveva già sentita susurrarsi all’orecchio ed al cuore coll’alito ardente dell’affannoso suo petto!..

CAPITOLO XVII. Ancora il Palazzo del Diavolo.

Dopo la morte del vecchio alchimista nella casa della valle regnava una misteriosa calma... Il nero portone che s’era chiuso sui passi d’Enrico la notte che ei ne era uscito per non più ritornarvi, non fece mai più sentire il cigolìo de’ suoi cardini arrugginiti.

Cos’era avvenuto d’Enrico?... L’oro del diavolo non resta in mano, dicevano i vecchi del paese gettando una furtiva occhiata alla casa deserta.

Era opinione dei più che il nipote del mago avesse consumato nelle orgie la sostanza ereditata dallo zio; si vociferava che lo si avesse visto a Milano sciallar colla sgherraglia del duca e che egli tenesse mano a non so che indiavolati progetti. Si credea d’averlo veduto una notte entrare nella taverna del Gallo Nero, e starvi qualche tempo, da dove uscì poi in compagnia d’alcuni di quei bravi avventori; poi era ripartito di nuovo e s’era dato, dicevasi, a far poco onesto mestiere coll’antica soldatesca con cui s’era ingaggiato prima della morte del mago, ritornato come era quasi al verde di quattrini. Si volea che gli usurai della città lo ricordassero con tenera memoria, e chiedesser conto de’ fatti suoi per l’amore che aveano alla sua vita... e tante e tant’altre cose!... si discorreva di lui dopo che fu lontano dalla città ove esercitava un tal qual superstizioso terrore, come si fa dai bimbi dopo che si sono svegliati da un mal sonno; e credono di non aver più paura delle corna del folletto, finchè arrivata la notte susseguente, strillano ancora da ossessi e non andrebbero a letto senza lume per tutto l’oro del mondo..

La vecchia Marta vivea sempre chiusa nella casa della valle; non avea lasciato il suo seggiolone di legno, filava sempre la sua rocca sulla soglia della porta interna, là dove oggi si entra nell’osteria del diavolo. Nel vasto cortile scorazzavano le sue galline, si sentiva di fuori la monotona cantilena della sua canzone, e si diceva che vivesse senza mangiare essendo che nessuno l’avea mai veduta far compera di cibi... Il che non prova però ch’ella non mangiasse!... che se avea fiato da strillar le sue canzoni, diceva qualcuno, qualche cosa si sarà pur messa sullo stomaco tanto da darle forza a tirar innanzi.

Ma quand’è mai che si possono fare in pace le cose sue?...