Consentimi, lettore, ch’io te la faccia conoscere, sarà un capitolo di più che avrò aggiunto al mio romanzo, e dopo tutto, la noja di leggerne uno invece d’un altro tu l’avresti avuta ugualmente... Aperta la piccola porta il cui battente di bronzo rappresenta un pipistrello colle ali tese, si salgono tre gradini di marmo, i gradini erano rozzamente scolpiti, ed eran forse qualche pezzo di granito lavorato tolto chi sa da qual luogo per farlo servire all’uopo, e ciò lo desumo perchè nulla del restante della casa era in armonia con quel non so di stranamente artistico che vi si scorgeva al primo fissarvi lo sguardo. In una vasta sala dalle nere pareti, ardeva un fornello su cui arroventavasi un bastone di ferro, v’era presso al fornello un bacile contenente una sostanza liquida, e presso al bacile una storta di vetro... sopra un tavolo situato nel mezzo della sala vedeansi due maschere di vetro opaco, vicino alle maschere due grandi manopole di pelle di camoscio, in un angolo varii alambicchi di rame... di fianco al fornello un seggiolone a bracciuoli; nel mezzo, sospesa ad una corda annerita dal tempo e dal fumo, una lanterna spargeva d’intorno una semiluce; che dava a quel luogo un aspetto cupo e fantastico.
Ambrogio lo stregone se ne stava abbandonato dentro alla sua seggiola assorto nella lettura d’un grosso libro che avea d’innanzi, e sovra cui fissava il suo sguardo avido ed attento.
Quell’uomo aveva circa cinquant’anni, di fattezze regolari, ma alterate dalle strane vicende di quella sua vita d’astrazione e d’orgia, cose che egli alternava come un vero filosofo tedesco alla cui scienza avea attinte le sue cognizioni in fatto di diavoleria nelle quali lo si teneva riputatissimo dal volgo, che l’avea veduto più volte in relazione con Paride Ceresara il mago della casa della valle.
Era esistito in fatti tra Paride Ceresara il distinto alchimista ed Ambrogio lo stregone, quella relazione che suol correre tra persone che professino l’arte istessa e che i rapporti della scienza non possono a meno di avvicinare per quanto dispari possa anche essere lo stato della loro posizione sociale.
Pel volgo e l’uno e l’altro eran gente perduta che patteggiando col diavolo avevangli venduta l’anima per comperare i godimenti della terra... in faccia alla scienza, l’uno era maestro all’altro, e Ambrogio avea di lui quel rispetto che suole imporre il genio in chi vorria col pensiero elevarsi tanto alto quanto quelli a cui l’animo tributa il senso della propria ammirazione... In faccia a sè stessi, Paride Ceresara era contento d’insegnare al suo discepolo, come questo era lieto d’imparare; siccome però, dice il proverbio, nelle cose di questo mondo il diavolo ci vuol sempre mettere la coda, così avvenne che la sfortuna cacciate le mani ne’ suoi affari e scompigliatili per ogni verso, lo portò dal campo dell’astrazione poetica in quello della realtà... vale a dire che ridotto a non aver altri mezzi di sussistenza dovette lasciar l’estasi delle contemplazioni e far della scienza un mestiere che gli fornisse di che vivere. Il suo maestro moriva verso quell’epoca, e se la sua morte gli portò fortuna aumentandogli il numero degli avventori, non per questo ei men riguardava con occhio di compianto quei beati giorni passati nei vaghi studii fatti per dar pascolo al loro desiderio di spaziare in quel vasto campo della scienza, non circoscritta come or la vedea a servire basse e stolte superstizioni, senza le quali ei non avrebbe cavato una moneta.
I tempi correvan tristi affè!... e l’esser fabbro di sortilegi in modo d’averne lucro non era la posizione più sicura del mondo, nè la meno scevra di pericoli, nè quella in cui fosse facile tirar dritto per la via, con una mano sulla coscienza.
Il professo d’allora nelle scienze, dovea essere un uomo in relazione cogli spiriti e votato al diavolo fin dal suo nascere. Era medico, era astronomo, era mago insomma, e non troppo raramente avveniva che a qualche vecchia comare saltasse in mente ch’ei dovesse risuscitare qualche morto e a qualche marrano che dovesse alla spiccia far morire qualche vivo... Era un navigare tra Scilla e Cariddi, colla prospettiva poco seducente di urtare un giorno o l’altro in uno di questi scogli, e farla finita, o coll’onestà... o forse con qualch’altra cosa che a seconda dei casi può valere di più o di meno.
Nel momento in cui noi poniamo piede nel vasto stanzone dell’alchimista, egli tolse lo sguardo dal libro e si volse con atto di mal umore.
Erano stati battuti alcuni colpi alla porta della casa.
Egli attese un istante.... il battente martellò di nuovo; si alzò ed andò ad aprire!... Fu un’esclamazione di sorpresa e di disgusto che suonò sul suo labbro — Voi!...